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IO CHE AMO SOLO TE

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
2.5/ 5


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Pro


Ritmo comico discreto, buona prova di un carismatico Placido, location affascinante.

Contro


Stereotipi disseminati ovunque nella trama, struttura spezzettata, situazioni già viste e poco credibili.


In breve

A Polignano, paesino della provincia pugliese, fervono i preparativi per un grande matrimonio: Damiano, figlio dell’imprenditore agricolo Don Mimì, sta per sposare Chiara, ragazza di cui è innamorato e con cui ha condiviso una lunga relazione. I due ragazzi, tuttavia, sono legati anche da un doloroso passato familiare: la madre di Chiara, Ninella, anni prima amava infatti follemente don Mimì, ma il loro matrimonio fu reso impossibile dall’avversione della famiglia di lui. Ora, i ragazzi stanno per coronare il sogno che fu già dei loro genitori, ma i dubbi in entrambi non mancano: i due sono infatti insidiati dai rispettivi ex, mentre la vecchia, proibita relazione tra Mimì e Ninella ha provocato tensione tra le due famiglie. A complicare le cose, l’arrivo in paese dei pittoreschi parenti di Chiara, tra cui lo zio contrabbandiere, appena uscito di prigione; in più, un forte maestrale che sembra di cattivo auspicio…

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Posted 24 ottobre 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Marco Ponti, nipote dello storico produttore Carlo (scomparso nel 2007) si è specializzato da tempo nella neo-commedia italiana. L’esordio con Santa Maradona, infatti, e le successive regie di A/R Andata + Ritorno e Passione sinistra, hanno disegnato il terreno di elezione di un regista che basa il suo cinema su pochi e selezionati elementi: lo sguardo divertito su un universo tardo-giovanile descritto (più o meno programmaticamente) come allo sbando, versione alleggerita dei trentenni in crisi di mucciniana memoria; la descrizione di una geografia sentimentale sempre precaria, continuamente soggetta a smottamenti e riassestamenti; il bozzetto sommario di italici “tipi” capaci di aderire, e confermare, gli stereotipi che da sempre ci definiscono.

Non si smentisce, Ponti, traendo ora spunto da un romanzo di Luca Bianchini (qui anche co-sceneggiatore): Io che amo solo te è una commedia romantica in linea con il suo approccio al cinema, e più in generale con le linee di tendenza che hanno caratterizzato la nostrana commedia nell’ultimo quindicennio. Il bozzetto di provincia, tipizzato e fortemente semplificato, che è tappeto della storia, si somma all’approccio “generazionale” derivato dalla presenza (e dalla sovrapposizione) di due diverse love story: quella dei personaggi di Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti, e quella (mai spenta) tra i caratteri interpretati da Michele Placido e Maria Pia Calzone. Ad arricchire il quadro, una galleria di pittoreschi individui (tra questi, la scapigliata parente col volto di Luciana Littizzetto, e un entertainer sui generis interpretato da Enzo Salvi), sullo sfondo di una provincia coi suoi prevedibili vizi e (finti) segreti.

Trailer:

PRO

La simpatia dei personaggi che animano una commedia più “corale” del solito, e una gestione efficace del ritmo comico, rendono Io che amo solo te abbastanza piacevole da seguire. Se non si chiede al film di farsi vessillo di una tradizione (quella della commedia all’italiana) che è scomparsa dai nostri radar da almeno un trentennio, il film di Ponti può scorrere addosso in modo innocuo e (relativamente) gradevole. Si sorride, e si seguono senza affanni le evoluzioni e gli stravolgimenti dei rapporti tra i vari personaggi, intorno all’evento-cardine del matrimonio; consapevoli dell’approccio, ben poco improntato al realismo, che lo script da subito decide di adottare. Al carisma, pur alle prese con un personaggio in sé abbastanza stereotipato, di un interprete come Placido, si somma poi il fascino di una location (il paese di Polignano a Mare) che rappresenta per il film un valore aggiunto in qualche modo scontato, ma indiscutibile.

CONTRO

Il film di Ponti contiene e riassume i vizi della commedia italica dell’ultimo quindicennio, inseriti in una vicenda in sé abbastanza scontata: stereotipi pressoché onnipresenti, tendenza a un bozzettismo che si avvicina alla farsa, situazioni risapute e finto progressismo. Il telefonatissimo subplot di marca gay, tutto caricato sulle spalle di un incolpevole Dario Bandiera, si traduce in uno sbocco narrativo risaputo e prevedibile; oltre che in una morale che sembra confezionata appositamente per placare la coscienza di un paese drammaticamente (e forse perennemente) rimasto indietro sul terreno dei diritti civili. Ma, al di là di questo aspetto, è la costruzione narrativa del film a scricchiolare, a partire da una voce fuori campo inutile e mal gestita, per concludere con una struttura spezzettata e infarcita di inutili ed estemporanee macchiette (il prete, l’entertainer interpretato dal pur simpatico Enzo Salvi). Gli stessi caratteri di Michele Venitucci e Ivana Lotito sono pretestuosamente inseriti nella trama solo per rappresentare un oggetto di tentazione per i due futuri sposi, privi come sono di background ed evoluzione narrativa. Non basta il carisma di Placido (e l’abilità, pur sprecata, di Maria Pia Calzone) per dare pregnanza e autentica emozione ad un climax risaputo, costruito scolasticamente e dalla risoluzione ben poco credibile. Quella di Ponti resta, nel suo complesso, una commedia dalla palese e intrinseca esilità.

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Marco Minniti

 
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