non solo recensioni…

 
 


 
Da non perdere
 

INSIDIOUS – L’ULTIMA CHIAVE

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


User Rating
no ratings yet

 

Pro


Buona sceneggiatura, capace di mescolare orrori concreti e sovrannaturali, spaziando tra passato e presente.

Contro


Regia fiacca, che ripropone idee e soluzioni visive già viste. Sul piano estetico, dopo quattro episodi la saga inizia a mostrare la corda.


In breve

1953: la piccola Elise Rainer vive coi suoi genitori Audrey e Gerald, quest’ultimo boia nel braccio della morte del vicino carcere, e col fratello Christian. La ragazzina ha frequenti visioni dei condannati a morte, e di altre presenze sovrannaturali, facoltà che spaventa e fa infuriare il violento genitore. Durante una di queste esperienze, in cui Elise entra in contatto con un’entità malvagia, sua madre resta uccisa, sotto l’influsso della presenza che la spinge ad impiccarsi.
2010: Elise è una rinomata sensitiva e demonologa, che lavora insieme ai suoi assistenti Specks e Turner. Quando la donna riceve una chiamata dal New Mexico, da un uomo che sostiene di abitare nella casa della sua infanzia, Elise capisce che deve affrontare una volta per tutte i fantasmi del suo passato. Aiutata dai suoi collaboratori, Elise si prepara così a incontrare di nuovo l’entità che tanti anni prima uccise sua madre, e che ora sembra chiamarla a un nuovo confronto.

0
Posted 10 maggio 2018 by

 
Recensione completa
 
 

Giunta al quarto episodio, la saga di Insidious continua a muoversi tra passato e presente, focalizzandosi sui demoni (intesi tanto in senso letterale, quanto metaforico) della protagonista Elise interpretata da Lin Shaye. Qui, siamo di fronte a un nuovo prequel (o meglio: al sequel del prequel, ci si passi il gioco di parole), che, dopo una breve introduzione ambientata negli anni ‘50, prosegue direttamente laddove si era interrotto il precedente Insidious 3 – L’inizio. Un episodio, questo diretto da Adam Robitel (al suo attivo l’horror The Taking of Deborah Logan) che si rivela maggiormente incentrato sulla figura, e sul passato, della sensitiva protagonista.

L’impianto visivo e contenutistico di questo Insidious – L’ultima chiave risulta del tutto analogo a quello degli episodi precedenti, sfruttando una collaudata concezione dell’orrore (tutta sussurri e scricchiolii, coi jump scares strategicamente disseminati nella narrazione) riadattata al gusto e alla sensibilità moderni. Più di un “giocare” con quel lato esteriore della paura che, dopo quattro film, ha ormai espresso molto del suo potenziale, la scommessa di Leigh Whannell (qui di nuovo sceneggiatore) è quella di estendere il racconto e gettare uno sguardo più ravvicinato sulla figura della protagonista, illuminando ulteriormente il percorso che l’ha portata a diventare il personaggio che abbiamo imparato a conoscere.

In questo modo, molto del potenziale della storia scritta da Whannell (che è di nuovo anche interprete del personaggio di Specs) è quello di una sorta di detection calata nel passato, in cui orrori concreti e sovrannaturali si mescolano, alimentandosi reciprocamente. Una concezione che chiude idealmente una prima fase del franchise (il finale si ricollega direttamente al primo Insidious), rendendo ardua qualsiasi possibile previsione su una sua prosecuzione; prosecuzione che comunque, stando agli ottimi incassi di questo episodio (167 milioni di dollari in tutto il mondo, complessivamente il risultato migliore della serie) sembra più che mai probabile.

Trailer:

PRO

Le peculiarità di una narrazione articolata, ben incastrata di episodio in episodio, e capace di spaziare tra passato e presente, sono il miglior pregio della saga di Insidious, confermato anche in questo quarto episodio. Qui, lo script si rivela intelligente nel fondere, e confondere, gli orrori reali e quelli sovrannaturali, le deviazioni della mente e le incursioni del paranormale nelle “crepe di senso” lasciate aperte da un’umanità capace di fabbricare da sé, con efficienza, i suoi mostri. L’efficace prologo, col sinistro richiamo al braccio della morte (e l’inquietante figura del padre della protagonista) è in questo senso significativo. La sottotrama familiare, e la costante dialettica col passato (con tutto il suo peso), si rivela quindi il principale punto di forza del film, insieme all’interpretazione, ancora una volta intensa ed efficace, della protagonista Lin Shaye.

CONTRO

Dopo i primi due episodi diretti (non senza stile e inventiva) da James Wan, e un terzo più convenzionale, in cui lo stesso Leigh Whannell aveva preso il timone di regia, questo Insidious – L’ultima chiave fa segnare forse il risultato più debole sul puro piano della messa in scena, con un’estetica già vista e una regia stanca e priva di guizzi. Le potenzialità della location (la casa d’infanzia della protagonista) col suo carattere insieme attrattivo e repulsivo, deposito di nostalgia e insieme incubatrice di orrori mai sopiti, potevano e dovevano essere sfruttate meglio; Adam Robitel, invece, si limita a svolgere il compitino, e ad affidarsi in modo risaputo alle sequenze di spavento, oltre che a un makeup che, nel finale, rende anche troppo esplicite le fattezze del mostro. La metafora delle chiavi, buona intuizione dello script, poteva inoltre essere utilizzata meglio anche sul piano visivo.

Più in generale, dopo quattro film, si nota una certa stanchezza nell’estetica della serie, tutta tesa a riproporre una serie di topoi del genere ormai abbondantemente utilizzati; una formula che l’efficace scrittura di Whannell, non supportata qui da una regia con sufficiente inventiva, non è riuscita da sola a svecchiare.

GALLERY


Marco Minniti

 
Avatar of Marco Minniti


0 Commenti



Commenta per primo!


Risposte


(required)