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IN VIAGGIO CON JACQUELINE

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
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3/ 5


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Pro


L’umorismo surreale del film funziona laddove si fa veicolo per un discorso sul confronto culturale, e laddove riflette sul potenziale di trasformazione portato dai nuovi media nel contesto sociale del protagonista.

Contro


Quella del film resta una narrazione esile, non priva di furbizia nel depotenziare qualsiasi elemento corrosivo della storia, e nel portare sullo schermo un umorismo garbato quanto inoffensivo.


In breve

Fatah, allevatore algerino, è legato alla sua mucca Jacqueline da un tenero rapporto di complicità. Umile, ma di indole ottimista, l’uomo scrive ogni anno al Salone Internazionale dell’Agricoltura di Parigi, con la speranza di poter partecipare all’esposizione insieme alla mucca. Un giorno, mentre è in paese per vendere il latte di Jacqueline, Fatah riceve infine l’agognato invito: ma, per potersi imbarcare nel viaggio fino a Parigi, l’uomo è costretto a chiedere l’aiuto di tutti i membri del suo villaggio. Una volta messa insieme la somma necessaria, grazie anche alla mediazione di suo suocero, Fatah parte in nave con destinazione Marsiglia: da lì, lui e Jacqueline inizieranno un incredibile viaggio, a piedi, attraverso il territorio francese. Una lunga traversata durante la quale, tra curiosi incontri ed eventi imprevisti, l’allevatore e la sua mucca finiranno addirittura per attirare l’attenzione dei media.

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Posted 22 marzo 2017 by

 
Recensione completa
 
 

n un periodo particolarmente vivace per la commedia francese, che vive tuttora sull’onda lunga del successo di titoli quali Quasi amici, un film come questo In viaggio con Jacqueline prova ad ampliare lo sguardo del genere, collocando l’umorismo locale su un palcoscenico più ampio. Nonostante un impianto produttivo che è per gran parte francese (tra i produttori figurano proprio Eric Toledano e Olivier Nakache, registi del fortunato film del 2011), il film è infatti una co-produzione franco-algerina, che proprio dal paese nordafricano muove l’inizio della sua narrazione. Quello diretto da Mohamed Hamidi è infatti un road movie virato in commedia, che dalle landscape del deserto algerino si sposta presto nella campagna francese, seguendo i più classici codici del racconto di viaggio.

L’idea di una sorta di Candido moderno, di un rapporto privilegiato con un animale, e del viaggio come occasione di scoperta e trasformazione, non è certo nuova per il cinema contemporaneo: il film cita tra l’altro, direttamente, un classico della commedia francofona di qualche decennio fa, La vacca e il prigioniero di Henri Verneuil, che vedeva protagonista Fernandel. La sceneggiatura, piuttosto controllata nella gestione del registro puramente comico, inserisce tuttavia nel suo sviluppo un confronto continuo tra i diversi contesti culturali (quello comunitario algerino, e quello europeo), oltre a una riflessione, stavolta non pregiudizialmente negativa, sul potere dei media e dei social network, nonché sul loro impatto nella trasformazione di una realtà intrisa di tradizionalismo come quella di un villaggio algerino.

Trailer:

PRO

L’umorismo controllato, seppur surreale, di questo In viaggio con Jacqueline funziona soprattutto laddove si pone come veicolo per la messa in risalto delle differenze culturali, con le specificità del “corpo estraneo” proveniente dall’esterno incarnate in un outsider che (proprio per la sua posizione) si rivela capace di farsi ponte tra le diverse culture. Il “tradizionalismo” incarnato dal personaggio di Fatah (ben interpretato dall’algerino Fatsah Bouyahmed) si esprime nell’attaccamento viscerale alla terra e al suo animale prediletto; ma si scopre aperto, e persino insofferente delle regole, laddove accetta il contatto con l’altro (il viaggio avventuroso all’esterno), la possibilità di trasgressione delle regole (l’alcol) e i mezzi della modernità quali strumenti di trasformazione (la Rete e i social network). Il regista si dimostra abile nel dosare l’elemento di comicità surreale e quello più strettamente realistico, facendo culminare la vicenda in una conclusione tutt’altro che imprevedibile, ma comunque messa in scena con la giusta carica emotiva.

CONTRO

Quella del film di Mohamed Hamidi (al suo secondo lungometraggio dopo l’inedito Homeland) resta una vicenda sostanzialmente esile, che nella descrizione spiccia, minuta, del viaggio del protagonista e dei suoi incontri, rivela una certa dose di convenzionalità. C’è un po’ di evidente astuzia (e una certa dose di calcolo) nel registro garbato, da commedia per famiglie, surreale quanto sempre attento a non graffiare, che il regista sceglie per mettere in scena tanto gli eventi più solari, quanto quelli più potenzialmente conflittuali (il corteo e l’arresto del protagonista). L’aver depotenziato (nella sostanza) la carica satirica del soggetto, e l’aver sparso sull’intera vicenda un fastidioso (quanto voluto) alone di buonismo, rende il film di Hamidi poco più di una gradevole commedia “interculturale”; un prodotto che tuttavia pecca molto sul versante della credibilità, e poco dice sulle reali dinamiche odierne dell’incontro/scontro tra culture differenti.

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Marco Minniti

 
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