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IN FONDO AL BOSCO

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Ottima regia, grande fascino delle location, efficace nel mescolare l'elemento mistery a quello più quotidiano e realistico.

Contro


Qualche forzatura di sceneggiatura, alcuni elementi pretestuosi, diretti più all'effetto-shock che a una reale funzionalità narrativa.


In breve

Il 5 dicembre 2010, in un paesino sulle Dolomiti, si tiene l’annuale festa dei Krampus: qui, gli uomini del paese sfilano vestiti da diavoli, in una ricorrenza che simula l’arrivo tra i monti di entità venute a portare via i bambini. In questa occasione, però, un bambino scompare davvero: si tratta del piccolo Tommaso Conci, di 4 anni. Le ricerche si susseguono, infruttuose, per tutta la zona, mentre i sospetti si concentrano soprattutto sul padre del piccolo: Manuel Conci, alcolista e con precedenti per maltrattamenti familiari, sembra essere il candidato ideale per il ruolo di “mostro”. Gli inquirenti, però, non trovano nessuna prova a suo carico; intanto, i mesi passano e il piccolo Tommi non viene più ritrovato.
Cinque anni dopo, nei dintorni di Napoli, viene trovato un bambino senza nome e senza documenti, la cui descrizione ed età potrebbero corrispondere al profilo di Tommi. Il test del DNA fornisce l’incredibile conferma: quel bambino è proprio il figlio di Manuel. L’uomo, ancora ritenuto colpevole dalla maggior parte del paese, può finalmente liberarsi dal peso del sospetto, e riabbracciare suo figlio. Ma il comportamento del bambino appare strano, mentre sua madre e suo nonno faticano a riconoscere in lui il Tommi che conoscevano. Qualcuno, in paese, sembra sapere più di quanto sia disposto ad ammettere, mentre i sospetti su Manuel si intensificano di nuovo…

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Posted 18 novembre 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Per la prima produzione per il grande schermo targata Sky Cinema (co-prodotta dalla Onemore Pictures di Manuela Cacciamani) si è scelto un filone con una lunga e solida tradizione nella nostra cinematografia. Il thriller, per il cinema italiano, è infatti genere amato e storicizzato, tanto citato da appassionati e studiosi quanto poco frequentato, nella pratica, da ormai diversi decenni. Una scelta in controtendenza, nell’ambito del mainstream italiano, che recupera una tradizione che, schiacciata da una produzione sempre più standardizzata, viene ormai in gran parte relegata al cinema indipendente e sommerso. Questo In fondo al bosco, tuttavia, è opera che non si limita all’omaggio ai tempi che furono, e ad un giallo all’italiana che qui viene occhieggiato più nelle peculiarità dell’ambientazione (che potrebbe ricordare alcune pellicole di Pupi Avati) che nelle scelte narrative. Quello di Stefano Lodovichi, infatti, è un giallo che guarda soprattutto ai modelli europei e d’oltreoceano (il regista ha citato Hitchcock e Polanski tra le sue influenze) ma anche ai più recenti thriller letterari nordici, affidandosi tanto alla tensione della detection (declinata tra passato e presente) quanto al carico di mistero, e fascinazione, portato dall’ambientazione.

Si coglie, nel film di Lodovichi, un legame con quell’horror “antropologico” che, nel panorama indipendente italiano, ha portato più di una pellicola interessante (ne sono esempio i recenti Controra e Janara); il peso e la suggestione di un’antica tradizione, qui, radicata nella storia di uno specifico territorio e nelle usanze locali, è centro motore della storia. Il film innesta tuttavia tale fascinazione, colorata di digressioni che sfiorano il fantastico, su un meccanismo da thriller classico, che non disdegna i riferimenti all’attualità (lo stesso nome del bambino è un rimando esplicito a un doloroso caso di cronaca recente) e la riflessione sui media e sul loro potere di orientare, in maniera decisiva, l’opinione pubblica nei più oscuri casi di cronaca.

Trailer:

PRO

Al suo secondo lungometraggio, Lodovichi maneggia con abilità il materiale che ha a disposizione, dimostrando di saper sfruttare al meglio, a suo vantaggio, il fascino delle location. Il senso di malinconico isolamento dell’ambientazione, insieme al risaputo (ma sempre efficace) portato metaforico del bosco, sono elementi essenziali in un thriller che ha tra i suoi motivi portanti il tema della solitudine, nonché quello dei demoni interiori di ogni personaggio. Al netto di qualche ingenuità, la sceneggiatura si dimostra solida nel saper dipanare l’intreccio giallo tra passato e presente, sviando più volte lo spettatore e rivelando gradualmente le diverse facce di personaggi mai dati per scontati. L’integrazione tra un mistery colorato di elementi simbolici e onirici (decisamente efficace, a tale proposito, l’unica vera scena horror del film) e una vicenda che affonda le sue radici in miserie e solitudini profondamente umane, viene raggiunta con sicurezza da una regia che mostra gusto e stile. Un risultato visivamente pregevole, che ha il merito di ricondurre un’inquietudine atavica (rispecchiata anche nello sguardo, e nell’ottima prova, del piccolo Teo Achille Caprio) alla sua fattura umana e terrena, senza far perdere ad essa il suo potenziale di suggestione.

CONTRO

Nel film sono presenti alcune forzature di sceneggiatura che appaiono più evidenti nel momento in cui la vicenda viene ricostruita nella sua interezza. Non è possibile, qui, essere più precisi senza rivelare dettagli fondamentali sull’intreccio: basti sapere, comunque, che sarebbe bastata una revisione più attenta del copione per eliminare queste (evidenti, ma in fondo non così decisive) incongruenze. Alcuni episodi, specie nel comportamento del giovane protagonista, appaiono inoltre più diretti alla costruzione dell’atmosfera (e all’effetto-shock) piuttosto che a una reale esigenza narrativa. Limiti, comunque, in qualche modo connaturati alla grammatica del genere e alle sue convenzioni, non tali da inficiare sostanzialmente la qualità del film.

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Marco Minniti

 
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