non solo recensioni…

 
 


 
Da non perdere
 

IL VIAGGIO DI FANNY

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
2.5/ 5


User Rating
1 total rating

 

Pro


Film dall’indubbio valore divulgativo, di facile fruibilità per il suo (giovane) target di riferimento.

Contro


Semplicistico, forzato e poco credibile in molti snodi narrativi, a tratti inutilmente enfatico, con una protagonista non adatta al ruolo.


In breve

Francia, 1943. Mentre la nazione è sotto il giogo dell’occupazione tedesca, i genitori di Fanny, 13 anni, decidono di mandare lei e le sue due sorelle minori in un orfanotrofio sito nel nord Italia, ritenuto un luogo sicuro per i bambini ebrei. Presto, tuttavia, i tedeschi arrivano sul territorio italiano, e, venuti a sapere della struttura, vi fanno irruzione arrestando i responsabili. I piccoli ospiti, precedentemente (e precipitosamente) messi su un treno diretto in Svizzera, dovranno imparare a contare solo sulle proprie forze, in un viaggio che diverrà per loro lotta per la sopravvivenza. Proprio Fanny, suo malgrado, finirà per assumere il ruolo di leader del piccolo gruppo, infondendo coraggio e forza d’animo anche nei suoi compagni.

0
Posted 26 gennaio 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Come ogni anno, anche in questo 2017 la Lucky Red ha riservato un limitato spazio temporale (nella fattispecie, i soli giorni del 26 e 27 gennaio) alla distribuzione di un film dedicato alle tematiche della Shoah, in vista della ricorrenza della Giornata della Memoria. Ispirato alla vera storia di Fanny Ben-Ami, ebrea francese fuggita dal suo paese durante l’infanzia, Il viaggio di Fanny è un racconto di formazione, (forzata) crescita e presa di coscienza, raccontato (e messo in scena) direttamente attraverso l’ottica della giovane protagonista. Un’opera, letteralmente, a “misura di bambino”, che filtra gli eventi bellici attraverso lo sguardo (attonito ma ricco di impensate risorse) di un personaggio costretto a una forzata, ma significativa, maturazione personale.

Giunta al suo terzo lungometraggio, la francese Lola Doillon (figlia del regista Jacques) dirige il film pensando soprattutto al pubblico più giovane, sforzandosi di rendere le vicende dei giovani protagonisti il più possibile leggibili (ed empatizzabili) per il suo target di riferimento, in un’ottica dal chiaro taglio pedagogico. Così, in primo piano resta lo sguardo su un gruppo di ragazzini che, nella sua odissea, impara il valore della solidarietà, restando isolato da un mondo adulto che pare lasciare dietro di sé solo una lunga scia di rovine. All’insegna di un mood dal taglio positivo e ottimista, le cui istanze prevalgono su quelle della puntualità e dell’accuratezza nella ricostruzione storica, Il viaggio di Fanny vede al centro il personaggio interpretato dall’esordiente Léonie Souchaud, con la sua problematica “elezione” al ruolo di guida, pratica e morale, per il gruppo dei suoi coetanei.

Trailer:

PRO

E’ apprezzabile la scelta della Doillon di sposare in toto l’ottica della giovane protagonista, in funzione di un’empatia coerentemente perseguita lungo tutta la durata del film. Il taglio ottimista, ma anche emotivamente esplicito ed immediato, che la regista ha scelto di dare al film, può favorire l’identificazione e la fruibilità per il pubblico più giovane; ancorandosi all’indubbio valore divulgativo (a prescindere dalla correttezza della ricostruzione storica) dell’intera operazione.

CONTRO

Il filone che racconta le vicende dell’Olocausto dal punto di vista di protagonisti giovani o giovanissimi sembra ormai mostrare la corda, e questo Il viaggio di Fanny non fa eccezione. La linearità della trama sconfina a tratti nella piattezza e nel semplicismo, mentre il potenziale di alcuni personaggi secondari (la responsabile dell’orfanotrofio affiliata alla Resistenza, il giovane di cui la protagonista si invaghisce) resta palesemente sacrificato. Preoccupata della fruibilità del prodotto per il pubblico più giovane, la regista sorvola sulle necessarie sfumature dei personaggi, sacrificando le esigenze di equilibrio e credibilità sull’altare della ricercata (ma di fatto non raggiunta) facilità nell’adesione emotiva. Abbondano, nel film, forzature narrative e accomodamenti degli eventi in funzione della loro resa filmica, con sequenze in cui la sospensione dell’incredulità viene messa a dura prova da ciò che vediamo sullo schermo (la sequenza con i protagonisti nascosti nel bosco, quella della sottrazione della pistola a un ufficiale). A tratti soffocato da una colonna sonora inutilmente enfatica, il film si rivela anche piuttosto goffo nel gestire i momenti più emotivamente pregnanti, risolvendo puntualmente nel modo più semplicistico i climax di cui la vicenda è disseminata; non aiutato, in questo, da una giovane protagonista piuttosto monocorde e legnosa nell’espressività.

GALLERY


Marco Minniti

 
Avatar of Marco Minniti


0 Commenti



Commenta per primo!


Risposte


(required)