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IL RAGAZZO INVISIBILE – SECONDA GENERAZIONE

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
2.5/ 5


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Pro


Vanno lodati il coraggio e la coerenza di Salvatores nel perseguire il “suo” modello di comic movie. Il film si avvale di un generale, buon livello tecnico.

Contro


Macchinoso e serioso, con ambizioni non commisurate alla qualità del materiale narrativo di partenza, il film fallisce il bersaglio, non aiutato dalla poco credibile prova del suo protagonista.


In breve

Sono tempi duri per Michele, nonostante la sua recente scoperta di essere “speciale”: impossibilitato a raccontare a chiunque della sua impresa a bordo del sottomarino russo, il ragazzo deve anche sopportare che un compagno di classe spaccone se ne sia preso i meriti, facendo innamorare la ragazza dei suoi sogni. Il mondo adulto, poi, è sempre più lontano. Sempre più arrabbiato e pervaso da un senso di solitudine, Michele vede la sua vita subire un’improvvisa sterzata quando incontra due donne: una è una misteriosa ragazza di nome Natasha, che sembra sapere molte cose di lui, l’altra è una donna di nome Yelena, che sostiene di essere la sua madre naturale. Una nuova missione, anche più pericolosa della precedente, attende il giovane, che dovrà dimostrare di essere davvero in grado di padroneggiare i suoi poteri.

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Posted 7 gennaio 2018 by

 
Recensione completa
 
 

Era il 2014 quando Gabriele Salvatores tentava, col suo Il ragazzo invisibile, un esperimento pressoché unico nel panorama cinematografico italiano, prendendo direttamente di petto il genere super-eroistico. Il regista di Nirvana e Quo vadis, baby? non era certo nuovo alle spericolate esplorazioni dei generi, anche di filoni poco battuti dalla nostra industria; ma il film con Ludovico Girardello e Valeria Golino si configurava come un’operazione interessante, che tentava di trasportare l’estetica e l’impianto concettuale dei blockbuster d’oltreoceano (in primis quelli targati Marvel) nelle logiche produttive, e soprattutto sul tessuto sociale di riferimento, del cinema di cassetta nostrano. Solo un anno dopo, il fortunatissimo Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti avrebbe tuttavia sparigliato le carte, consegnando agli spettatori un modello di film di genere completamente nuovo, ben distinto dagli omologhi americani, e dal sapore assolutamente locale.

Ora, a distanza di tre anni, Salvatores torna alla sua storia originale, puntando a espanderne le premesse e a crearvi intorno una vera e propria mitologia, in grado di competere con i moderni franchise statunitensi. Il modello, dichiarato, è la saga degli X-Men (da poco – è notizia di questi giorni – passata direttamente sotto l’egida Disney/Marvel): in quest’ottica, al giovane protagonista si affianca qui un nutrito gruppo di altri personaggi, già evocati nell’episodio precedente, ma che ora abbiamo modo di vedere direttamente in azione; al tono lieve, vagamente legato alla commedia adolescenziale nostrana, del film precedente, si fa subentrare un mood che almeno sulla carta vuole essere più cupo, con una missione che vedrà il protagonista alle prese con più di un dilemma morale. Lo scopo, stando alle parole del regista, è quello di rendere la vicenda di Michele un vero e proprio romanzo di formazione, che riecheggi quelli dei “supereroi con superproblemi” di casa Marvel; ma anche quello, più ambizioso, di produrre un’opera che in qualche modo sia fondativa per l’immaginario dei giovani spettatori.

In quest’ottica, al progetto cinematografico di questo Il ragazzo invisibile – Seconda generazione si affiancheranno, in contemporanea, un romanzo e una graphic novel, a rinarrare ed espandere la storia: prova di una concezione “multimediale” attraverso la quale Salvatores e la produzione hanno voluto, ulteriormente, confrontarsi con i colossi americani.

Trailer:

PRO

Va dato atto a Salvatores, con questo sequel, di aver perseguito un’idea cinematografica e di intrattenimento (nel senso più neutro del termine) assolutamente coerente, non facendosi condizionare dalla “rivoluzione” che il film di Mainetti avrebbe (prematuramente) apportato al genere: Il ragazzo invisibile – Seconda generazione vuole essere un comic movie di derivazione americana, a partire dal concept fino allo sviluppo, che punta a dimostrare che con budget più ridotti, e sfruttando l’ambientazione tipica del nostro cinema mainstream (quella medio borghese) si possa sfidare i colossi statunitensi sul loro stesso campo. Un’operazione di cui, a prescindere dalla sua effettiva riuscita, non si può non cogliere il coraggio. Unitamente a questo, va riconosciuto al film di Salvatores un generale, buon livello tecnico (espresso soprattutto negli ottimi effetti speciali di Vincent Perez), un ritmo abbastanza sostenuto, e qualche buona intuizione visiva (il sogno del protagonista, pregevole ancorché abbastanza decontestualizzato nel tessuto narrativo del film).

CONTRO

Progetto ambizioso, fin troppo per le sue reali potenzialità estetiche e narrative, Il ragazzo invisibile – Seconda generazione sconta una generale mancanza di ironia, una seriosità a cui non corrisponde tuttavia la costruzione di un’adeguata epica cinematografica: il respiro della storia resta corto, malgrado l’ampliamento del focus su un gruppo di nuovi personaggi (tutti appena abbozzati dalla sceneggiatura, più per dovere d’ufficio che per reale esigenza narrativa); lo script stesso risulta incredibilmente esile, una traccia risaputa e inconsistente, di cui si intuiscono da subito i contorni (twist narrativi compresi). Goffo e macchinoso nell’incedere, il film affastella sequenze d’azione dalla buona fattura tecnica, ma sostanzialmente fini a se stesse, senza il sostegno di un “manico” narrativo adeguato; il sottotesto vagamente melò della trama (quello a tema familiare) resta involuto e assolutamente poco credibile. Alla scarsa riuscita del film contribuisce anche la prova incolore del protagonista Ludovico Girardello: questi si limita a caricare di un poco credibile broncio adolescenziale un personaggio che tuttavia, nella sua concezione, mostra più di un limite di credibilità e complessità narrativa.

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Marco Minniti

 
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