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IL PALAZZO DEI VICERÉ

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


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Pro


Efficace la ricostruzione storica della vicenda legata all'indipendenza dell’India, accurata la descrizione del “dietro le quinte” della politica, locale e coloniale.

Contro


Il film traballa dal lato della dimensione privata, non rendendo le dinamiche della famiglia del protagonista e inserendo un’inconsistente love story.


In breve

1947: dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, e dopo un dominio durato 300 anni, l’India si prepara a separarsi dai “padroni” britannici, riacquistando la sua indipendenza. Per gestire la fase di transizione, e il passaggio dei poteri al governo locale, viene inviato a Delhi Lord Mountbatten, nipote della regina e già esperto diplomatico. La situazione che Mountbatten trova sul posto è però tutt’altro che pacificata: nonostante gli appelli di Gandhi, il paese è spaccato tra indù, sikh e musulmani, con questi ultimi che reclamano un proprio stato, separato da quello indiano. Per le strade delle principali città indiane, e specie nelle regioni miste, la violenza esplode sempre più incontrollata. La “partition” del territorio indiano, con la creazione di due differenti stati, sembra sempre più inevitabile. Nel frattempo, nello staff di Mountbatten si riaccende l’amore tra due giovani indiani, entrambi al suo servizio ma divisi dall’appartenenza religiosa: Aalia, giovane musulmana, e Jeet, che aiutò il padre della ragazza quando questi era prigioniero nelle carceri coloniali…

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Posted 10 ottobre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Cineasta occidentale dall’anima poliglotta (la sua nazionalità è britannica, il suo stato di origine il Kenya, i suoi natali indiani), Gurinder Chadha alza con questo Il palazzo dei viceré il tiro delle sue ambizioni, distaccandosi dai suoi usuali bozzetti sociali multietnici. Presentato fuori concorso all’ultima Berlinale, ora in uscita nelle sale italiane, il film della Chadha è innanzitutto un tributo a quella terra che la regista non ha mai mancato di evocare nei suoi lavori, con un focus che tuttavia si fa qui, contemporaneamente, più ampio e più autobiografico: più ampio, in quanto per la prima volta la Chadha dirige un affresco storico sulla nascita della moderna India, mettendo in primo piano la dimensione politica, e i complessi giochi di potere che hanno accompagnato il processo di indipendenza; ma anche più autobiografico, poiché (come spiegano i titoli di coda) i dolorosi eventi che caratterizzarono la nascita dello stato indiano hanno toccato direttamente la sua famiglia.

La sceneggiatura del film attraversa la dimensione storica e quella privata per tutta la sua durata, alternando il racconto del contrastato processo di indipendenza (e la quasi immediata evidenza della necessità della “Partizione”, con la fondazione del Pakistan) e le ricadute di tale processo sulle vite di coloro che vi sono coinvolti: il “viceré” col volto di Hugh Boneville e la sua famiglia, innanzitutto, ma anche i due amanti Jeet e Aalia, divisi dall’appartenenza e dalle logiche di potere, in balia dei giochi della politica come in un fuilleton. C’è poco del colore, del vigore e dell’energico vitalismo bollywoodiano, nel film; mentre vi ritroviamo molto di un cinema divulgativo, capace di gettare uno sguardo ravvicinato sui palazzi del potere, senza tuttavia tralasciare il registro della commedia (presente soprattutto nella prima parte) e meccanismi narrativi quali quello della love story, di più facile ed immediata presa sul grande pubblico.

Trailer:

PRO

Il film di Gurinder Chadha ha dalla sua un approccio alla materia sicuramente sentito e onesto, oltre a una descrizione abbastanza accurata del “dietro le quinte” della politica locale (e non). L’opportunismo che governa (anche) i movimenti animati da un apparente, (im)puro idealismo, viene ben rappresentato nelle varie figure (britanniche e indiane) che si muovono intorno al protagonista interpretato da Hugh Boneville; figure che finiranno per stringerlo in un ingranaggio che finirà per fargli mettere il suo nome su qualcosa che era molto lontano dalle sue originarie intenzioni. L’efficacia della dimensione politica (pur semplificata, opportunamente adattata per una fruizione più agevole da chi fosse digiuno di quegli eventi storici) si esprime anche in una buona regia, capace di gestire al meglio la portata collettiva degli eventi narrati, grazie anche alla presenza di inserti di repertorio veri e simulati. L’ambizione della regista nel descrivere un periodo storico, e l’accuratezza nella ricostruzione visiva degli ambienti, restano punti certamente da ascrivere positivamente al film.

CONTRO

Abbastanza efficace sul piano della ricostruzione storico/collettiva, Il palazzo dei viceré traballa invece dal lato della dimensione privata, coinvolgendo in questo tutti i personaggi: decisamente poco accurata la descrizione delle dinamiche interne al nucleo familiare del protagonista (disturbate anche dalla legnosa – e lagnosa – prova di una Gillian Anderson sottotono), inconsistente e convenzionale la love story tra i due giovani assistenti del protagonista: quest’ultima, in particolare, sembra un po’ un corpo estraneo nel racconto, poco integrata nella struttura del film, tesa solo a conferire alla storia (nel modo più facile) un certo grado di appetibilità per le platee internazionali. L’inutile, enfatico finale, si rivela in ciò in linea con questo limite, facendo deragliare il film verso un “buonismo” che gli sottrae molto del suo mordente.

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Marco Minniti

 
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