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IL MIO GODARD

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


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1 total rating

 

Pro


Operazione coraggiosa, portata avanti con coerenza, ben messa in scena e ben interpretata dai due protagonisti.

Contro


Il punto di vista del regista è dichiaratamente parziale, incapace di cogliere la complessità del personaggio, mancante di equilibrio.


In breve

Parigi, 1967. Jean-Luc Godard, maestro della Nouvelle Vague, ha appena sposato Anne Wiazemsky, attrice francese di 20 anni più giovane, protagonista del suo film di imminente uscita, La cinese. Il film, uscito in tutto il mondo, non ottiene i risultati sperati: la critica sembra aver voltato le spalle al cineasta francese, mentre persino le autorità cinesi, a cui pure il film guardava con simpatia, tacciano Godard di contiguità con la borghesia. Nel frattempo, mentre nel paese monta la protesta sociale, e il maggio ‘68 si avvicina, il regista decide di avvicinarsi a una concezione maggiormente intransigente e “militante” dell’arte cinematografica, tagliando i ponti col suo passato. La sovrapposizione sempre più marcata tra la dimensione personale, quella artistica e quella politica della sua vita, finirà ben presto per mettere in crisi il suo matrimonio.

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Posted 25 ottobre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Dopo il flop di The Search, passo falso con cui il regista aveva in parte dissipato il credito (di pubblico e critica) ottenuto col precedente The Artist, Michel Hazanavicius si imbarca in un’operazione che dire rischiosa è poco. Le redoubtable, infatti (in italiano divenuto un meno ambiguo Il mio Godard), è un biopic che cerca di illuminare la vita di un personaggio complesso, sfuggente, mutevole, la cui figura (e la cui arte) si sono evolute parallelamente all’evolversi del linguaggio cinematografico tout court, così come a quello della società francese, e ai rivolgimenti che la stessa cultura di massa, in un breve e tumultuoso periodo, subì più in generale nel mondo occidentale.

Della sterminata carriera di Godard, Hazanavicius sceglie di illuminare solo una precisa fase (quella immediatamente precedente alla sua scelta “militante”, e alla creazione del Gruppo Dziga Vertov) facendo raccontare il regista dalla voce fuori campo della ex moglie Anne Wiazemsky (autrice della biografia da cui il film è tratto). Il ritratto che emerge è quello di un radicale che cerca in tutti i modi (senza riuscirci) di tagliare i ponti con quella borghesia che resta il brodo di coltura della sua stessa formazione, della sua affermazione come artista e del suo pubblico; un tentativo costantemente frustrato che finisce per assumere, via via che gli insuccessi generano frustrazione e crisi, toni sempre più grotteschi.

Il carattere utopico con cui Hazanavicius vuole rappresentare le istanze del Maggio Francese viene anticipato dall’utopia di un cineasta che arriva a negare se stesso (e persino ad accettare gli insulti che uno studente gli rivolge) in nome dell’appartenenza a un più generale movimento che puntava non solo a cambiare la società, ma la stessa concezione dell’arte e della cultura. Un’utopia che tuttavia il film tratteggia con toni opposti a quelli tragici che ci si aspetterebbe, specie nel ritratto di una figura tanto complessa: il “suo” Godard, Hazanavicius lo descrive come un borghese viziato, geniale nell’arte quanto gretto nei rapporti umani, capriccioso e inconsapevole della portata storica (e collettiva) del suo lavoro. Un’interpretazione del personaggio che pare pensata appositamente per provocare e dividere, a cui dà vita un Louis Garrel ammirevole (vista anche la complessità del ruolo), affiancato da una altrettanto efficace Stacy Martin.

Trailer:

PRO

A prescindere dalla posizione che si può assumere sulla lettura del personaggio data da Hazanavicius, e su alcune precise scelte stilistiche del film, Il mio Godard è un’opera che qualsiasi appassionato di cinema dovrebbe vedere: non foss’altro, perché al regista francese non è mancato il coraggio, nel mettere in scena e provare a “storicizzare” una figura di intellettuale tanto complessa (nonché vivente, e tuttora attiva nel mondo del cinema). Il racconto di un periodo cruciale nella storia francese (e in quella del mondo occidentale tout court) si mescola alla biografia di quello che è stato (anche) un suo rappresentante, cercando di illuminare (con toni prevalentemente grotteschi, ma a volte ficcanti) quella sovrapposizione tra “personale” e “politico” che rappresentava uno dei principali punti problematici del movimento. Un ritratto all’insegna dell’iperbole grottesca e della demitizzazione (programmatica, volutamente provocatoria) che si giova delle buone prove del già citato Garrel (per niente in soggezione di fronte a un ruolo tanto “ingombrante”) e della Martin, oltre a una confezione che (in termini di messa in scena e cura scenografica) si rivela generalmente abbastanza curata.

CONTRO

Il limite del film risiede nelle stesse caratteristiche con cui il regista ha voluto concepirlo: un personaggio come Jean-Luc Godard, anche laddove si voglia raccontare un singolo, delimitato periodo della sua vita, non può essere messo in scena solo in termini di macchietta grottesca e autoreferenziale. L’operazione di Hazanavicius denuncia tutta l’antipatia del regista per l’uomo, portandone avanti la smitizzazione in modo coerente (e perfettamente in linea coi suoi intenti) ma forzatamente parziale. Ci voleva uno sguardo più obiettivo ed equilibrato, quello che probabilmente il regista francese non era in grado (e forse neanche voleva) esprimere. Certe ridondanze tematiche (la rottura degli occhiali) denunciano il grado di parzialità dell’operazione, risultando anche narrativamente poco funzionali; così come, in definitiva, risulta abbastanza gratuita la scelta di copiare certo stile-Godard (le sovraimpressioni) per evidenziare una sovrapposizione tra arte e vita che non aveva bisogno di scorciatoie per arrivare allo spettatore.

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Marco Minniti

 
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