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IL LIBRO DI HENRY

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
2.5/ 5


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Pro


Film coraggioso nel suo cambiare pelle più volte, in modo spregiudicato. Buona la regia in alcune, singole sequenze, convincente la prova del giovane Jaeden Lieberher.

Contro


Il mix di generi e atmosfere è gestito male dalla sceneggiatura, trasmettendo l’impressione di assistere a entità separate. La difettosa gestione dei personaggi e la regia complessivamente incerta non favoriscono l’empatia.


In breve

Henry Carpenter è un ragazzino speciale. Incredibilmente intelligente e dotato, Henry vive con sua madre Susan e suo fratello minore Peter, mandando avanti di fatto la famiglia, e facendo realizzare a sua madre ingenti guadagni grazie alla sua abilità nel giocare in borsa. Un giorno, Henry scopre che la sua giovanissima vicina di casa, Christina, viene abusata dal suo patrigno Glenn, commissario di polizia locale. Henry denuncia il caso ai servizi sociali e alla preside scolastica, ma Glenn ha amicizie importanti che lo tengono al riparo da ogni accusa. Henry inizia così ad appuntare le malefatte dell’uomo su un suo personale diario, riportando anche un possibile modo per proteggere Christina dagli abusi…

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Posted 23 novembre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

E’ uno strano progetto, questo de Il libro di Henry, nato da una sceneggiatura scritta addirittura nel 1998, ad opera dello scrittore Greg Hurwitz. Rimasto in standby per quasi un ventennio, e infine rilevato da quel Colin Trevorrow che aveva già acquisito un buon credito popolare con Jurassic World (e che si prepara a portare sullo schermo il nono e conclusivo capitolo della nuova trilogia di Guerre stellari), il film è un ibrido di generi e atmosfere, che toccano temi come l’affetto familiare, il lutto, la violenza domestica. Un thriller con elementi di commedia, o se si preferisce una commedia (molto) nera, che denuncia abbastanza chiaramente la sua origine negli anni ‘90 (il bambino gifted è un topos del cinema di quegli anni), ma che cerca di smarcarsi dalla troppo semplicistica identificazione con un genere, scegliendo di cambiare pelle (in modo anche spregiudicato) più volte nel corso della sua durata.

L’irrompere del lutto nella casa di Henry, e la disperazione di sua madre (col volto di Naomi Watts) e del suo fratellino, modificano una prima volta il mood del film, tramutandolo in un revenge movie quasi metafisico, in cui le azioni vengono guidate da una presenza incorporea eppure ancora così capace di esercitare la sua influenza sulla realtà. Il film, che dissemina nella sua durata anche elementi melò e fantastici, fa una disamina di una famiglia disfunzionale, in cui il figlio dall’intelligenza straordinaria va a supportare una madre bambina, e a surrogare l’assenza di una qualsiasi figura paterna: quando il meccanismo si sarà rotto, il personaggio di Naomi Watts dovrà fare i conti col suo ruolo genitoriale, trovandosi (forse) di fronte alla prima vera decisione importante della sua vita. Una decisione che lo script prepara e infine abbraccia, facendola deflagrare in uno scontro finale che prevedibilmente non lascerà dietro di sé troppi danni e violenza (siamo pur sempre ad Hollywood).

Trailer:

PRO

Il film di Trevorrow, al netto della sua scarsa compattezza, ha dalla sua il coraggio di essere originale, un ibrido di generi e atmosfere che rappresenta una sorta di corpo alieno, in un’industria che richiede una sempre maggior codificazione. Il suo mix di filoni e le sue continue accelerazioni sorprendono, a tratti positivamente: la lunga fase finale, col personaggio della Watts impegnato a mettere in atto i suoi propositi e guidato da una voce registrata più viva che mai, rappresenta un buon pezzo di regia, impreziosita da un interessante uso del montaggio. A ciò, va sommata la buona caratterizzazione del giovane protagonista da parte di Jaeden Lieberher, attore che abbiamo già potuto apprezzare nel ruolo del “Perdente” Bill Denbrough nel recente It.

CONTRO

Massacrato (forse oltre misura) dalla critica d’oltreoceano, Il libro di Henry non ha tanto il problema di mescolare i generi (quello, come abbiamo appena specificato, è semmai indice di coraggio) quanto di farlo senza una sua precisa idea di cinema, e con una sceneggiatura che non riesce a tenere in modo soddisfacente le fila del racconto. I vari stacchi tra una prima parte che assume la forma di commedia nera, la seconda improntata decisamente al dramma familiare, e una terza che diventa un thriller sui generis, si avvertono in modo decisamente troppo brusco, dando allo spettatore l’impressione di vedere film diversi, piuttosto che un’opera provvista di una sua precisa identità. Il mood schizofrenico della regia, i continui e randomizzati cambi di ritmo, la credibilità man mano più scarsa nel proseguire dell’intreccio, trasmettono l’impressione di una colpevole trascuratezza, di un progetto forse nato sotto diversa forma e successivamente passato di mano in mano, fino a perdere gran parte delle sue peculiarità iniziali. Ai limiti di una sceneggiatura che non riesce a delineare i suoi personaggi (e la loro evoluzione) in modo di favorire l’empatia, va aggiunta una conclusione assolutamente e imperdonabilmente frettolosa, che sciupa anche il buon lavoro di regia fatto (malgrado tutto) nell’ultima mezz’ora.

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Marco Minniti

 
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