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IL GGG – IL GRANDE GIGANTE GENTILE

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Il film gode di una prima parte molto affascinante, di scenografie sontuose, e di motivi visivi (la rappresentazione dei sogni) di indubbio fascino.

Contro


Quando l’intreccio abbandona la terra dei giganti, la sua intrinseca esilità emerge con chiarezza, mentre la vicenda precipita in modo troppo facile, e affrettato, verso la sua risoluzione.


In breve

Una notte la piccola Sophie, che vive in un orfanotrofio di Londra, viene rapita da un essere gigantesco che si aggira furtivo per le strade della città. L’essere porta Sophie presso la sua residenza, nella Terra dei Giganti, dove la piccola teme di essere divorata. In realtà, però, il gigante è una creatura buona e dall’animo nobile, che ha portato con sé Sophie solo per evitare che la ragazzina riveli a tutti l’esistenza sua e dei suoi simili. Il Grande Gigante Gentile (GGG), come l’essere ha ribattezzato se stesso, ha come compito quello di catturare i sogni che si aggirano nell’aria, e di distribuirli ai bambini addormentati. L’essere è però l’unico della sua specie a non nutrirsi di carne umana; i suoi simili e concittadini, infatti, sono infidi e pericolosi cannibali, che costantemente tormentano il GGG confidando sulla loro maggiore stazza. Quando viene a sapere che l’ultimo amico umano del GGG è stato divorato dagli altri giganti, Sophie elabora un piano per fermare questi ultimi… un piano incentrato su un incubo da far sognare alla Regina d’Inghilterra in persona.

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Posted 1 gennaio 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Dopo l’epica americana, snodatasi attraverso diverse epoche storiche, ma tenuta insieme dal filo conduttore di un racconto più che mai collettivo, del trittico War Horse/Lincoln/Il ponte delle spie, Steven Spielberg torna con questo Il GGG – Il Grande Gigante Gentile a immergersi nei territori del fantastico e del racconto fiabesco. Il film tratto dal romanzo di Roald Dahl (già origine di un lungometraggio animato del 1989) è in effetti, da anni, la più esplicita incursione del regista statunitense nelle lande del meraviglioso, in un cinema che racconta l’incontro col diverso e il perturbante declinandolo nel senso della meraviglia, della fascinazione e della scoperta. Una variante del genere di cui Spielberg, dai tempi del suo E.T. – L’extraterrestre, è certo il più significativo rappresentante.

Il film di Spielberg, sua prima collaborazione da regista con la Disney, mostra l’incontro di due outsider (l’orfana Sophie e il suo nuovo amico) sottolineandone la natura di corpi estranei nelle rispettive comunità, legati da quella materia impalpabile (ma visibile nei suoi sempre cangianti colori) rappresentata dai sogni. Un’amicizia tra due esseri complementari, narrata attraverso le strutture della fiaba, e immersa in una realtà trasfigurata (sia quella della Londra notturna e delle sue strade deserte, che quella della Terra dei Giganti) catturabile nella sua essenza solo dallo sguardo infantile. Una sottolineatura della capacità dell’occhio del bambino di vedere, e di stabilire un contatto col meraviglioso, che ha attraversato tutta la filmografia del regista.

Punto nodale dell’incontro, il concetto di sogno, la sua rappresentazione fantastica (e i suoi pericoli), nonché la sua capacità di farsi elemento salvifico per una collettività troppo spesso dimentica della sua necessità. Fino a intessere di sé, in una rutilante e fantasiosa svolta narrativa, il cuore stesso del mondo adulto, proprio nel centro nevralgico del suo potere.

Trailer:

PRO

Tornato dopo anni a battere i territori del fantastico, complice la collaborazione con Melissa Mathison (già sceneggiatrice di E.T. – L’extraterrestre) Spielberg non rinuncia al suo sguardo personale sul genere, a combinare la limpida meraviglia della visione dell’occhio infantile, non contaminata con i compromessi del mondo adulto, con la metaforica riflessione sulla diversità e sulla necessità di riconoscerla e valorizzarla. Non a caso, la piccola Sophie e il suo nuovo amico (a cui, col decisivo ma mai invadente uso della CGI, dà ottimamente il volto Mark Rylance) sono accomunati dalla loro collocazione ai margini nelle rispettive comunità, proprio a causa della loro apertura verso il concetto di diversità. Tanto la notturna Londra ottocentesca, nelle strade della quale il GGG si mimetizza agevolmente, quanto l’esotica terra dei giganti, godono di una ricostruzione scenografica più che mai sontuosa; ma, soprattutto, è l’esplicitazione dell’attività del gigante, quella di cattura di sogni rappresentati in forma di fantasmagorie multicromatiche, a catturare l’occhio e a favorire l’immersione immediata nella vicenda. Tutta la prima parte del film, giocata sul doppio binario della conoscenza reciproca dei due protagonisti, e sullo status di emarginato del GGG tra i suoi simili, è ricca di fascino e visivamente quasi ipnotica.

CONTRO

Quando l’intreccio fuoriesce dai territori della terra dei giganti, per tornare nella razionalista Londra dell’Ottocento, questo perde incisività e capacità di meravigliare, rivelando nel contempo la sua intrinseca fragilità. Non convince la gestione narrativa della minaccia rappresentata dai giganti nei confronti della popolazione infantile inglese (rivelata in modo un po’ goffo e subito data per acquisita); così come non convince, e appare troppo affrettato, il precipitare degli eventi che porterà i due protagonisti ad elaborare e mettere in atto il proprio piano. Il tema dell’utilizzo degli incubi (suggestivo per le sue implicazioni), così come quello dell’amicizia ricordata dal gigante col suo precedente ospite (e del lutto che ne è seguito) restano soltanto sullo sfondo, sacrificati in nome del rutilante ritmo della seconda parte; mentre la vicenda, in tutta l’ultima fase del film, trova una risoluzione decisamente troppo facile, nonché priva del giusto contraltare di tensione.

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Marco Minniti

 
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