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IL FILO NASCOSTO

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4.5/ 5


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Pro


Film visivamente e narrativamente perfetto, capace di fondere al meglio la dimensione dell’ossessione e quella delle sue ricadute nel quotidiano, sostanziato da tre grandi interpreti.

Contro


La costruzione narrativa del film, pur di grande rigore, potrebbe forse risultare troppo cerebrale per una parte del pubblico.


In breve

Londra, anni ‘50. In una città da poco uscita dalla guerra, lo stilista Reynolds Woodcock e sua sorella Cyril sono al centro della moda inglese, distribuendo i propri capi di vestiario a reali, stelle del cinema, aristocratici ed ereditiere, insomma a tutte le categorie della società britannica che conta. Personaggio schivo ma affascinante, Reynolds è circondato dalle donne, che entrano ed escono dalla sua vita offrendogli costanti compagnia ed ispirazione: ma quando l’uomo incontra Alma, donna più giovane di lui, decisa e dal carattere forte, la sua vita prende una direzione imprevista. Per Reynolds, Alma si trasforma presto tanto in una musa quanto in un’ossessione: la rigida attitudine al controllo dell’uomo, la sua tendenza alla pianificazione di ogni aspetto della vita, sua e degli altri, ne risulteranno totalmente sconvolte.

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Posted 3 marzo 2018 by

 
Recensione completa
 
 

Continua a seguire, nel suo cinema, traiettorie personali e imperscrutabili, Paul Thomas Anderson, non temendo il consapevole anacronismo (a partire dalla tecnica: questo Il filo nascosto è infatti girato in 35mm) e la dimensione – in realtà – atemporale e assoluta, nascosta tra la minuzia della ricostruzione storica. Dopo gli anni ‘70 americani, e le volutamente oscure circonvoluzioni narrative di Vizio di forma, il regista si sposta nella Londra anni ‘50, per narrarvi una storia dai tratti apparentemente, specularmente opposti. Linearità contro moltiplicazione (in)controllata delle sottotrame, etic(hett)a borghese contro decadentismo post-flower power, ossessione del control freak contro anarchismo virato in noir. Alla base, però, la stessa tensione e fascinazione sotterranea per il vuoto, la perdita del sé, la morte. Pur celate in dimensioni apparentemente agli antipodi.
Il Woodcock interpretato da Daniel Day-Lewis (personaggio di fantasia, sebbene il film abbia la struttura, il tono e il passo del biopic) oscilla tra ossessione per il controllo e vertigine inespressa per l’oscurità, tra esibita anaffettività e dipendenza personale, tra rigida pianificazione dell’esistenza e consapevolezza della vacuità dei suoi rituali. Il personaggio di Alma (nome privo di cognome, non casuale, ultimo esempio di un’attenzione alla nomenclaura dei personaggi che attraversa tutto il cinema di Anderson) cortocircuiterà gli estremi della sua esistenza, ne svelerà silenziosamente le derive, arrivando a gettarsi con lui tra i meandri dell’ossessione, oltre il rivestimento simbolico di un velo (fatto di ricche fibre intessute) che si rivela infine inefficace. L’anima verrà infine messa a nudo, e riconnessa alla consistenza terrena e lignea del vivere del protagonista: un processo radicale, nelle premesse quanto nelle imprevedibili conseguenze.

Trailer:

PRO

Visivamente sontuoso, rigoroso e geometrico nel suo incedere, permeato di un’oscurità percepibile appena sotto la perfezione sfarzosa della sua ricostruzione, Il filo nascosto è un dramma sull’ossessione della dipendenza (dalle cose e dalle persone), un thriller del sentimento, un’esplorazione della psiche che sconfina a tratti nell’horror psicologico più etereo. Più che alla psicanalisi attraverso il cinema, Anderson sembra interessato all’interazione tra la dimensione intima dell’ossessione e le sue apparentemente divergenti manifestazioni esterne, tra una voglia di (ri)scrivere in modo radicale la propria storia, quella delle persone che si hanno intorno e quella del proprio ambiente, e la tendenza ad annullarsi e a fondersi nell’ambiente stesso, tra la rigidità di una voglia di pianificazione apparentemente inflessibile, e l’anarchismo di un ego irriducibile ai legacci di qualsiasi costrizione sociale. Un dramma che ha il rivestimento e i colori della ricostruzione d’epoca, e il fondo noir dell’esplorazione di una mente scissa, ancora in cerca di ricomposizione con i capricci del corpo. La messa in scena, al solito di straordinaria efficacia visiva, e la recitazione in perfetto equilibrio tra controllo e presa emotiva (notevole, oltre a Day-Lewis e alla co-protagonista Vicky Krieps, il personaggio della sorella del protagonista, col volto di Lesley Manville) sostanziano un nuovo, importante tassello in una filmografia pressoché unica.

CONTRO

La costruzione narrativa di Anderson, pur impeccabile formalmente, potrebbe risultare qui troppo cerebrale per una parte del suo pubblico, sbilanciata in modo eccessivo sulla dimensione del non detto, dell’allusione, di un’astrazione che a tratti rischia di togliere sostanza alla storia. Si tratta di un rischio di cui lo stesso regista sembra consapevole, specie laddove, nella parte finale, sceglie di dare un twist alla trama che riporti la vicenda alla sua dimensione più concreta e terrena. Si tratta di una peculiarità, più che di un limite, che però potrebbe ostacolare la fruizione del film per una parte limitata del pubblico.

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Marco Minniti

 
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