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IL FASCINO DELL’IMPOSSIBILE

 
fascino dell'impossibile locandina
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Scheda
 

Genere:
 
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Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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Pro


Lirico e forte, empatico, un'indagine sulla diversità e su un possibile modello di convivenza, esteticamente stimolante.

Contro


La breve durata non consente l'approfondimento (ma si tratta in parte di una scelta) delle vite di ospiti e volontari.


In breve

A Troina, paesino abbarbicato su una collina in provincia di Enna, opera da 60 anni una realtà unica in Sicilia: un centro specializzato nel trattamento e nella cura del ritardo mentale, aperto alle famiglie e riconosciuto dal Servizio Sanitario Nazionale. Il suo fondatore, il prete Luigi Orazio Ferlauto, fondò L’Oasi nell’immediato dopoguerra, spinto dall’assenza di strutture simili nel territorio siciliano; nonché dall’ignoranza che spingeva a considerare, allora, la presenza di un disabile in famiglia come un “castigo divino”. Col lavoro di volontari e personale specializzato, il centro è enormemente cresciuto nel corso di un sessantennio, divenendo luogo di speranza e inclusione, forte dell’inesauribile entusiasmo del suo fondatore: che, ormai ultranovantenne, continua a progettare un suo ampliamento, arrivando a immaginare una vera e propria “città aperta” che ne sia protesi, luogo in cui disabili e abili convivano e si sostengano a vicenda. Il regista Silvano Agosti, casuale testimone delle attività dell’Oasi, ha deciso di raccontarle in un documentario, frutto della sua presenza nella struttura nell’arco di due anni.

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Posted 25 gennaio 2016 by

 
Recensione completa
 
 

L’incontro tra due personalità come quelle di Silvano Agosti e di Luigi Orazio Ferlauto, fondatore e animatore della comunità L’Oasi, non poteva che produrre risultati fecondi. Emerge un’analogia, in effetti, tra l’approccio intransigente al cinema, umanista e utopico (nel senso migliore del termine) del cineasta bresciano, e la quotidiana battaglia nel sociale del sacerdote ultranovantenne, il suo sessantennale impegno che dalla cura della disabilità con l’ambizione di ricostruire un tessuto sociale e un modello possibile di convivenza. Nei sessanta minuti di questo Il fascino dell’impossibile (titolo che ben riassume in sé l’essenza del documentario) il parallelo viene fuori in modo chiaro, limpido, probabilmente voluto. Il racconto della comunità retta da Ferlauto è emersione di un diverso approccio all’handicap, che vuole valorizzarne le peculiarità senza pietismi o moralismi di sorta. Che interroga coscientemente, e inevitabilmente, sul mondo dei “normali” e sul potere di trasformazione (e rigenerazione) su di esso esercitato dagli ospiti della comunità. E che arriva ad immaginare (e progettare) una “città aperta” pensata come modello di convivenza ed esaltazione delle diversità. Modello dirompente e rivoluzionario, per le sue implicazioni sui rapporti sociali ed economici presenti nel territorio. Non dissimile, in un altro campo, dall’altrettanto sovversiva idea di cinema che Agosti persegue da un trentennio, alla ricerca di un’autorialità che si svincoli dalle logiche industriali della Settima Arte.

Trailer:

PRO

Fa sempre bene rilevare come esista, e trovi occasionalmente un canale di visibilità, un cinema come quello di Agosti. Si può condividere o meno la radicalità del suo approccio all’immagine filmata, ma non se ne può non apprezzare il rigore. Qui, il lavoro del regista trova il suo ideale corrispondente nel racconto del centro animato da Ferlauto; in un documentario che segue una via opposta a quella di tante, recenti opere di cinema-verità (viene in mente il notevole Genitori, di Alberto Fasulo). Laddove Fasulo e molti suoi colleghi scelgono l’essenzialità, Agosti porta il suo linguaggio lirico (e a tratti visionario) nel documentario; laddove i primi giocano sul fuori campo e l’understatement, il secondo non ha paura di mostrare, rivelare. I disabili di Agosti e Ferlauto (e i volontari che li assistono) si offrono alla macchina da presa senza remore, vengono seguiti dallo sguardo indagatore ed empatico del regista, riempiono con la loro solida presenza le enormi stanze e i corridoi della struttura. Esaltandone il calore, vivificandone i volumi, integrandosi coi loro corpi nelle architetture, così vive e significanti, degli interni (frutto, come viene specificato, di materiali di scarto riutilizzati). I sessanta minuti del documentario si rivelano così lirici e densi, capaci di ammaliare e coinvolgere nella visione intransigente ed umana di convivenza (e arte) che accomuna soggetto e oggetto della rappresentazione. Integrandosi con un commento sonoro (frutto della sinergia tra le composizioni di Ennio Morricone, e l’evocativa voce di Thea Crudi) fatto di suggestione e sostanza.

CONTRO

Il bel documentario di Agosti può trovare un limite, probabilmente, solo nella sua breve durata; nonché in un approccio (ma si tratta di una scelta precisa) che predilige lo sguardo d’insieme all’indagine del singolo soggetto, la resa delle dinamiche che animano la vita della struttura alla ricostruzione puntuale delle vite di ospiti e volontari. Un cut più lungo (il totale del materiale filmato, ha rivelato il regista, consta di circa 22 ore) avrebbe forse consentito di indagare più a fondo le problematiche legate alla vita nella comunità, e le loro ricadute sui singoli; ma avrebbe anche rischiato di togliere armonia, rigore e compattezza all’opera. Una scelta, quella nel segno della ricostruzione d’insieme, di cui ci sentiamo quindi di comprendere (e in parte condividere) le ragioni.

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Marco Minniti

 
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