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IL DIRITTO DI CONTARE

 
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Pro


Attento ad evitare le trappole della retorica, efficace nell’illuminare il quotidiano delle tre protagoniste, ben interpretato dalle tre attrici principali.

Contro


Registicamente anonimo, narrativamente efficace ad intermittenza, con personaggi di contorno di scarsa efficacia e credibilità.


In breve

Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson sono tre scienziate impiegate alla NASA all’inizio degli anni ‘60: la prima si occupa di studiare e prevedere le traiettorie per i futuri lanci dei satelliti americani, la seconda fa da supervisore non ufficiale per un intero gruppo di lavoro, la terza è un’aspirante ingegnere di grande talento. Operanti in Virginia, stato americano in cui è ancora in vigore la segregazione razziale, le tre donne vivono sulla propria pelle la discriminazione e le difficoltà che tutte le donne di colore incontrano in una società ancora patriarcale e razzista. Ma le necessità della “corsa allo spazio”, che vede gli Stati Uniti fronteggiare la superpotenza sovietica, spingono i vertici dell’agenzia spaziale a puntare in modo deciso sulle loro competenze…

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Posted 7 marzo 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Biopic collettivo, ispirato al libro di di Margot Lee Shetterly Hidden Figures: The Story of the African-American Women Who Helped Win the Space Race, questo Il diritto di contare punta a confrontarsi (come molto cinema americano recente) col tema della discriminazione razziale negli ultimi decenni di storia degli Stati Uniti. Una tendenza, quest’ultima, ben incarnata dal recente Moonlight, col suo inaspettato quanto discutibile trionfo agli Academy Awards, ma anche da molte delle altre opere che negli ultimi anni si sono contese le ambite statuette (il film di Theodore Melfi ha raccolto quest’anno tre nomination, mentre il contemporaneo Barriere, di Denzel Washington, ne ha totalizzate quattro); segno, questo, di una sorta di corsia preferenziale accordata a quei lavori che riflettono sulla storia di un paese ancora giovane, e sulle sue perduranti contraddizioni.

È proprio la Storia, quella con la esse maiuscola, ad essere colta in pieno ed impetuoso corso durante l’intreccio di Hidden Figures (il titolo originale punta a rappresentare tanto il carattere “oscuro”, legato alla loro condizione, delle tre protagoniste, quanto, in gergo matematico, le formule necessarie per i lanci spaziali); nel doppio senso di un confronto esterno con la superpotenza rivale giocato ormai al di fuori del globo quanto sulla sua superficie, e della lotta per il riconoscimento dei diritti delle persone di colore, ancora di là da trovare i suoi primi successi.

Il film di Melphi, che molto deve alle prove delle sue tre interpreti Taraji P. Henson, Octavia Spencer e Janelle Monaé, punta a rendere innanzitutto la dimensione microsociale, il quotidiano delle tre donne, le speranze e le disillusioni di tre individui che, mentre la nazione vive una sorta di sbornia collettiva, vivono sulla loro pelle una quotidiana condizione di discriminazione. Al di fuori, sullo sfondo, le grandi lotte e le lente trasformazioni, e uno strisciante senso di paranoia (quello del pericolo rosso) che identifica il nemico come presenza incorporea e pervasiva, potenzialmente in agguato, letteralmente, da ogni lato: accanto a sé, come sopra la propria testa.

Trailer:

PRO

Nonostante i rischi di retorica che il soggetto presentava, il film di Theodore Melfi si rivela molto attento (e non era scontato) a mantenere la storia delle tre protagoniste ancorata a una dimensione minuta: facendo emergere la drammatica realtà della discriminazione dagli eventi che coinvolgono quotidianamente i tre personaggi, piuttosto che da programmatiche prese di posizione. Il diritto di contare evita così di farsi manifesto posticcio di una battaglia sacrosanta, lasciando che il clima del periodo (molto ben descritto e rappresentato) emerga tra le pieghe della storia piuttosto che attraverso una descrizione esplicita. Molta dell’efficacia del film è comunque demandata alle ottime prove delle tre interpreti, abili nell’illuminare speranze, frustrazioni e prese di coscienza di tre caratteri tutt’altro che risaputi nel loro sviluppo drammaturgico.

CONTRO

La scelta del regista, apprezzabile, di evitare la retorica, si accompagna ad una timidezza registica sostanziale, che rende la confezione del film corretta quanto forse eccessivamente anonima. Nel confronto tra la dimensione macro e microsociale della vicenda, la sceneggiatura si rivela molto più efficace nell’illuminare la prima, col clima più generale in cui l’America di quegli anni si trovava immersa e le sue ricadute dirette sull’esistenza concreta delle tre protagoniste. Meno riuscita risulta la descrizione del quotidiano delle tre donne, laddove questa si distacca dai temi affrontati dal film; specie nell’introduzione di alcuni personaggi di contorno (in particolare quelli interpretati da Kevin Costner e Kirsten Dunst) di scarsa consistenza e credibilità. Il diritto di contare si rivela così un period drama/biopic i cui motivi di interesse risiedono più nella sua dimensione divulgativa (una vicenda poco nota, che era giusto illuminare) e nel suo intelligente evitare le trappole del soggetto, che in scelte estetiche e narrative che non lo discostano da un gran numero di prodotti affini.

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Marco Minniti

 
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