non solo recensioni…

 
 


 
Da non perdere
 

IL CULTO DI CHUCKY

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


User Rating
no ratings yet

 

Pro


Sequel curato nella confezione, dalla buona fotografia e con qualche interessante soluzione visiva. All’ironia beffarda degli ultimi episodi della saga si aggiunge un’insolita graficità, che soddisferà i fans.

Contro


Il film resta sbilanciato sul versante del registro grottesco, non tentando neanche di trasmettere paura. Nello script ci sono alcune forzature facilmente avvertibili.


In breve

Nica Pierce, sopravvissuta alla strage della sua famiglia, ha passato gli ultimi quattro anni rinchiusa in un manicomio criminale, dove si è convinta di essere lei stessa l’autrice degli omicidi che attribuiva al sadico bambolotto Chucky. Trasferita presso una nuova struttura, dove le misure di sicurezza sono meno restrittive, Nica riceve la visita di Tiffany Valentine, tutrice legale di sua nipote Alice; la donna le rivela che la ragazzina è morta, e le fa beffardamente dono di un esemplare di Chucky. Dopo un tentativo di suicidio, dal quale si risveglia inspiegabilmente soccorsa, e la morte violenta di un’ospite della struttura, Nica si convince che i suoi non erano incubi, e che l’omicida Charles Lee Ray è ancora all’opera nel corpo del bambolotto. Nel frattempo Andy Barclay, che nell’infanzia lottò col Chucky originale, è diventato un quarantenne alienato e solitario; l’uomo conserva la testa della bambola ancora viva, che si diverte a torturare per vendicarsi di quanto subito…

0
Posted 13 dicembre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Sta per compiere trent’anni, il franchise de La bambola assassina, inaugurato nell’ormai lontano 1988 dal cult movie scritto da Don Mancini e diretto dal regista Tom Holland: un trentennio che ha visto aggiungersi sei sequel alle gesta del sadico bambolotto (che nelle versioni originali ha la voce del grande Brad Dourif), e che ha visto progressivamente mutare l’atmosfera cupa e horror del primo capitolo (e dei suoi diretti successori) in una sarabanda grottesca e autoironica, in cui il parossismo e l’esasperazione iperrealistica delle gesta del sadico pupazzo si sono sostituite alla paura. Una linea che è stata confermata anche in questo Il culto di Chucky, settimo episodio pensato come direct-to-video, che inaugurato l’edizione 2017 del Fantafestival, e che ora approda in home video distribuito dalla Universal.

Il film diretto da Don Mancini (di nuovo al timone di regia, come nei due precedenti episodi), coniuga in realtà il gusto per il grottesco e per una certa tendenza all’autoparodia, ormai ben sviluppata e conseguenza diretta (anche) di una certa “storicizzazione” del personaggio, con una tendenza all’effetto gore che è ben più sviluppata che in passato: tanto da consegnare ai fans, qui, un Chucky altrettanto loquace e beffardo quanto quello degli ultimi episodi, altrettanto pronto alla battuta prima di compiere le sue gesta, ma carico di una rinnovata furia omicida.

Mancini gioca qui con un topos del cinema e della narrativa horror come quello dell’ospedale psichiatrico, divertendosi a mescolare orrore reale e (presunta) allucinazione, e puntando forte sull’isolamento e la claustrofobia dell’ambientazione: a ciò, il film mescola l’effetto-moltiplicazione derivato dalle varie (e tante) incarnazioni del bambolotto, che porterà, oltre che all’inevitabile e divertito spaesamento nello spettatore, anche a premesse rinnovate per una tutt’altro che improbabile prosecuzione del franchise.

In mezzo, divertite citazioni di classici del genere e non (Shutter Island, Qualcuno volò sul nido del cuculo, Il corridoio della paura), qualche riferimento da parte del regista/sceneggiatore all’industria di cui pure fa parte (l’allusione alla serie Hannibal, a cui collaborò, recentemente cancellata), e una scena post-credits che fa capire bene come, malgrado l’età tutt’altro che giovane di Chucky (e delle sue ormai stagionate vittime) la saga sia tuttora in buona salute, ben lungi dal vedere la fine.

Trailer:

PRO

Rispetto ad altri prodotti direct-to-video, Il culto di Chucky si segnala per una buona cura della confezione: risultato certo della necessità di non deludere i fans di una saga ormai “classica” (e ancora molto amata) ma anche dell’esperienza di un cineasta navigato e consapevole come Mancini. Più che nel basilare script, i pregi di questo settimo episodio vanno ricercati nell’ottima fotografia, che contrappone il bianco asettico (ma claustrofobico) degli interni dell’ospedale psichiatrico, al rosso acceso del sangue, con alcune interessanti soluzioni visive che donano un taglio visionario ad alcune sequenze (la morte per decapitazione di una paziente dell’ospedale). L’ironia e l’autoironia che hanno caratterizzato gli ultimi episodi della saga vengono anche qui profuse a piene mani dalla sceneggiatura, mescolate però a una maggiore graficità e cattiveria: un misto che, pur tenendo il film molto lontano dal prototipo diretto da Holland e dalla sua atmosfera, potrà in parte soddisfare anche quegli spettatori che lamentavano un eccessivo “imborghesimento” del diabolico bambolotto.

CONTRO

I limiti de Il culto di Chucky sono quelli comuni in gran parte agli ultimi episodi del franchise, a partire da una formula che da tempo mostra un po’ la corda (ma gli sviluppi dell’ultima parte del film, e la stessa sequenza post-credits, fanno sperare per qualche novità in questo senso) per arrivare a una concezione dell’orrore che è volutamente sbilanciata (e questa è una precisa scelta) sul versante del grottesco e dell’esagerazione beffarda e iperrealistica. Malgrado i tentativi di Mancini di controbilanciare tale componente con la pressione sul pedale del gore, resta il fatto che di paura, in questo settimo episodio, ce n’è davvero poca. Si può inoltre obiettare su alcune evidenti forzature di script (l’ingresso del protagonista maschile Andy nella struttura psichiatrica), che tuttavia non inficiano più di tanto il piacere di una visione che, per essere goduta appieno, chiede comunque di accettare in certa misura le sue regole.

GALLERY


Marco Minniti

 
Avatar of Marco Minniti


0 Commenti



Commenta per primo!


Risposte


(required)