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IL CLAN

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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1 total rating

 

Pro


Ottima regia, avvolgente ed elegante ma non tale da scivolare nel gratuito formalismo. Molto efficace la prova del protagonista Guillermo Francella.

Contro


Alcuni dei motivi “interni” al clan non vengono sufficientemente approfonditi dalla sceneggiatura, rigidamente legata alla successione storica degli eventi.


In breve

Argentina, primi anni ‘80. Negli anni del tramonto della dittatura, l’ex agente dei servizi segreti Arquìmedes Puccio vive mettendo a segno rapimenti a scopo di riscatto ai danni di gente facoltosa. I colpi, coperti dalla complicità delle istituzioni locali, si concludono spesso con l’uccisione della persona rapita, tenuta prigioniera nella grande villa di famiglia. Delle malefatte dell’uomo beneficiano, in misura diversa, tutti i membri della sua famiglia, retta da una rigida struttura gerarchica: suo braccio destro nelle sue azioni è il figlio maggiore Alejandro, campione di rugby nella squadra cittadina. Quando, nel 1983, il paese torna alla democrazia, la rete di protezioni e complicità che aveva coperto l’attività di Puccio inizia a sfaldarsi: nel frattempo, tanto Alejandro quanto Maguilla, secondogenito della famiglia, iniziano ad essere stanchi dei crimini perpetrati tra le mura familiari…

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Posted 25 agosto 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Un anno dopo il Leone d’Argento per la regia alla Mostra del Cinema di Venezia, l’ultimo film di Pablo Trapero giunge anche nelle sale italiane. È un film, questo Il clan, che racconta un preciso capitolo della storia argentina (gli ultimi anni della dittatura militare, con la fine dell’impunità per alcuni dei suoi protagonisti) prendendo spunto da una vicenda di cronaca passata alla storia come “il caso Puccio”. Ed è proprio tra la necessità della ricostruzione storica, puntuale nella scansione delle vicende che hanno animato la vita politica del paese, e la struttura del film di genere, che si muove Trapero nella confezione del suo film: il regista argentino non ha nel suo DNA l’attitudine metacinematografica (e la capacità di riflettere sulle potenzialità dell’immagine filmata) di un Pablo Larraín, limitandosi a fare del suo film un secco ed elegante gangster movie. Capace di raccontare la storia, anche nei suoi più oscuri recessi, attraverso i meccanismi del genere.

Vengono in mente decenni di gangster movie, durante la visione del film di Trapero, a partire da Il padrino e Quei bravi ragazzi fino ai recenti epigoni del Fratelli di Abel Ferrara e del nostrano Anime nere: di tutti questi modelli, Il clan ripropone lo sguardo ravvicinato, quasi antropologico, su regole e rituali dell’ambiente criminale, su una struttura retta ed organizzata più dalla forza delle regole non scritte (e su un familismo fondato su rigidi codici etici) che sull’esplicita capacità repressiva. Attenendosi piuttosto fedelmente alla cronologia degli eventi a cui si ispira (la cui evoluzione è raccontata nelle didascalie sui titoli di coda) il film fa anche, in controluce, un parallelo tra la complicità silenziosa di tutti i membri della famiglia Puccio, in misura diversa beneficiari delle spietate azioni del patriarca, e quella dei gangli delle istituzioni argentine, per anni conservatesi attraverso la pratica dei rapimenti degli oppositori politici; pratica alla quale la famiglia Puccio, in piccolo, si ispirava.

Trailer:

PRO

Giustamente premiata a Venezia, la regia di Trapero è secca, essenziale ma non priva di eleganza formale, tutta giocata sull’alternanza tra gli avvolgenti movimenti di macchina, i dolly che seguono da vicino i membri della famiglia Puccio, e le violente accelerazioni che contrassegnano le spietate azioni del capofamiglia. Quest’ultimo è interpretato con grande efficacia da un volto caratterizzante del cinema argentino degli ultimi decenni, quel Guillermo Francella già visto (tra gli altri) nel thriller Il segreto dei suoi occhi. Francella, con una recitazione tutta basata sulla forza dell’understatement, fa un ritratto credibile e inquietante di un capoclan che (non) nasconde la sua attitudine spietata nelle rughe del volto, e nei recessi dello sguardo. Nelle linee di tensione col personaggio del primogenito Alejandro, a cui dà il volto il giovane Peter Lanzani, trattenute e messe tra parentesi fino ai minuti finali, si esplicita il dualismo tra la normalità borghese a cui il giovane aspira, puntualmente frustrata dal suo sempre maggior coinvolgimento nelle azioni criminali del padre, e la necessità di fedeltà al clan familiare. La fotografia efficacemente virata al seppia, ottima nella resa visiva del contesto urbano argentino di inizio anni ‘80, e l’efficace scelta musicale (non didascalicamente limitata a motivi del decennio) arricchiscono un’estetica che, pur nella sua ricercatezza, è sempre attenta a non farsi vuoto formalismo.

CONTRO

La scelta della sceneggiatura di concentrarsi sui rapporti tra il capofamiglia e il primogenito sacrifica un po’ l’approfondimento degli altri membri del clan, specie la figura del fratello minore Maguilla: la vicenda di quest’ultimo, col “tradimento” della famiglia e il successivo ritorno, appare eccessivamente affrettata, non delineata con sufficiente chiarezza da uno script che sceglie di non sfruttarne al meglio il potenziale drammaturgico. La decisione del regista di attenersi, scrupolosamente, alla cronologia degli eventi storici ha inoltre messo tra parentesi lo stesso motivo del conflitto (trattenuto e implicito per oltre tre quarti di film) tra Arquìmedes e Alejandro, ricostruendone puntualmente l’evoluzione ma sacrificandone al contempo, dal punto di vista prettamente cinematografico, le potenzialità narrative.

GALLERY

 

 

 

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Marco Minniti

 
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