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IL CASO SPOTLIGHT

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
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Pro


Ben scritto e recitato, sorretto da un ottimo montaggio, equilibrato e rigoroso nell'approccio a un tema scottante.

Contro


Manca, forse, un punto di vista davvero personale sulla vicenda. La regia, dal taglio classico, è anche piana e un po' scolastica.


In breve

Boston, 2001: nella redazione del Boston Globe, principale organo di informazione della città, si insedia il nuovo direttore Marty Baron. L’uomo ha idee innovative, vuole che il giornale torni a occuparsi di tematiche di rilevanza sociale, toccando temi anche scottanti: per questo, decide di riesumare una vecchia inchiesta su una serie di abusi su minori da parte di sacerdoti, verificatisi nell’arcidiocesi della città. La vicenda, anni prima, restò limitata a un caso di cronaca locale, non essendo riuscito il giornale a portare prove del coinvolgimento delle alte gerarchie ecclesiastiche. Ma Baron è convinto che l’arcivescovo di Boston, Bernard Francis Law, fosse a conoscenza degli abusi e abbia fatto di tutto per insabbiarli; così, il neodirettore riunisce il team Spotlight, preposto alle inchieste giornalistiche, e fa in modo che questo si dedichi a tempo pieno alla nuova indagine. Ne verrà fuori un risultato sconvolgente, che porterà alla luce complicità e omissioni, in un fenomeno più diffuso ed endemico di quanto gli stessi giornalisti avessero supposto.

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Posted 29 gennaio 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Il cinema americano di impegno civile, in particolare quello che vede nella carta stampata “il cane da guardia della democrazia”, sta tornando prepotentemente alla ribalta negli ultimi anni. Non è un caso che, nel 2015, i due principali festival italiani abbiano avuto, tra i loro titoli di punta, due film appartenenti a questo filone: da una parte Truth di James Vanderbilt, apertura dell’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma; dall’altra questo Il caso Spotlight, presentato fuori concorso a Venezia. Una cronaca fedele, il film di Tom McCarthy, della sconvolgente inchiesta che, tra il 2001 e il 2002, portò alla luce per la prima volta lo scottante tema degli abusi sui minori all’interno del clero cattolico. Come Vanderbilt, McCarthy sembra conoscere a memoria il cinema dei maestri del genere, quello degli Alan J. Pakula e dei Sidney Lumet (tra gli altri), quello che fondeva l’approccio autoriale della New Hollywood con l’impeto democratico e divulgativo che impregnava il cinema di quegli anni.

Nella struttura corale del film di McCarthy, nell’articolata e composita narrazione dell’inchiesta, nell’impeto della descrizione “eroica” e idealizzata del mestiere di reporter, non è difficile rilevare echi di classici quali Tutti gli uomini del presidente o (limitatamente al suo significativo finale) il coevo I tre giorni del Condor. Quasi un archetipo, quello del giornalista d’inchiesta investito di una missione, che McCarthy cerca tuttavia di mettere a costante confronto con la sua dimensione umana (e fallibile); e che viene qui riproposto in un film che ha nella solida scrittura, e in una regia dal taglio assolutamente classico, i suoi principali pregi. Integrati, questi ultimi, da prove attoriali che vedono in primo piano un ottimo Michael Keaton (interessante la sua recente “nuova giovinezza”) e una Rachel McAdams dalla giusta carica emotiva.

Trailer:

PRO

Non è un caso che l’Academy, nelle recenti nomination, abbia preso in forte considerazione (con sei candidature) il film di McCarthy: Il caso Spotlight è infatti diretto erede di una tradizione democratica e di impegno civile che, pur raggiungendo il suo apice negli anni ’70, è sempre stata parte integrante del cinema americano; nutrendone con le sue tematiche tutte le stagioni. L’ottima scrittura corale del film, la sua determinazione a scandagliare i recessi di un caso più che mai scottante (con l’occhio clinico dell’inchiesta, ben integrata nella struttura drammatica) fanno in modo che la mente e l’emotività dello spettatore ne siano presto catturati. Difficile restare indifferenti di fronte alle tematiche trattate, ma è da sottolineare che il film le affronta col giusto equilibrio: non cadendo nella trappola del pietismo, e riconducendo il team di “eroi” alla loro giusta dimensione umana. Nel film si evidenzia infatti, in un significativo passaggio, che il vecchio insabbiamento della vicenda, con la conseguente impunità dei colpevoli, fu responsabilità da addebitare (anche) allo stesso giornale. Un equilibrio e una credibilità di scrittura che, insieme alle buone prove recitative e a un efficace montaggio, rendono scorrevoli, e a tratti magnetici, i 128 minuti di film.

CONTRO

Viene da fare, per Il caso Spotlight, lo stesso appunto che ci suscitò la visione del contemporaneo Truth: entrambi film solidi e dalla buona presa narrativa e spettacolare, ma probabilmente mancanti di uno sguardo davvero personale sulle vicende trattate. Qui, la regia ha un taglio classico, volutamente piano, privo di guizzi di sorta: tra l’efficacia e le tentazioni autoriali, McCarthy sceglie nettamente la prima, mettendosi del tutto al servizio della narrazione e degli attori. Non che questo sia un male in sé, sia chiaro: ma a tratti si avverte un po’ l’assenza di un punto di vista più originale e pregnante sulla vicenda, di un tono che ne restituisca (più di quanto il film già non faccia) tutte le sfaccettature umane e politiche. Viene da chiedersi, come per il film di Vanderbilt, cosa ne sarebbe stato di questo soggetto se fosse stato in mano a un regista come Robert Redford (non a caso tra i protagonisti, in veste di attore, della stagione a cui il film si rifà) o a un altro esponente della Hollywood più progressista e impegnata come George Clooney. Interrogativi probabilmente oziosi, destinati a restare senza risposta.

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Marco Minniti

 
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