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I, DANIEL BLAKE

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
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4.5/ 5


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Pro


Dramma spietato e lucido, durissimo atto d’accusa capace di passare dal particolare al generale, e di sollecitare l’empatia restando ancorato alla realtà che racconta.

Contro


Opera difficilmente attaccabile; se non da chi, da decenni, nutre pregiudizi nei confronti di Ken Loach e del suo cinema.


In breve

Daniel Blake, falegname di Newcastle sulla soglia dei 60 anni, è costretto a smettere di lavorare a causa di una grave crisi cardiaca. L’uomo, privato dello stipendio, si vede rifiutare l’indennità di malattia da parte dell’azienda di cui è dipendente, iniziando così un’incredibile odissea per ottenere almeno il sussidio statale di disoccupazione. Costretto dalle regole che disciplinano l’accesso al welfare a cercare un lavoro che non potrebbe accettare, Blake fa la conoscenza di Katie, madre single da poco trasferitasi in città, che non riesce a trovare un lavoro. Tra i due si crea immediatamente un sentimento di solidarietà: Daniel inizia ad aiutare la donna con piccoli lavori nel suo nuovo appartamento, affezionandosi inoltre ai suoi due figli. Daniel e Katie, tuttavia, si ritroveranno sempre più soli, costretti a scelte radicali dall’indifferenza di uno stato che sceglie di lasciar morire i suoi cittadini…

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Posted 15 giugno 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Dopo gli altalenanti risultati degli ultimi anni, che a detta di molti avevano segnato un appannamento nel vigore e nella capacità di catturare la realtà proletaria del cinema di Ken Loach, questo I, Daniel Blake restituisce al suo pubblico un cineasta lucido e in piena forma. Fa piacere, per tutti gli spettatori dei film di Loach (ma anche per chi, in generale, ami un cinema realistico e allo stesso tempo capace di parlare a larghi strati di pubblico) rilevare che non solo il regista britannico è tornato al cinema di finzione, a dispetto della precedente, annunciata decisione di concentrarsi sui documentari; ma anche che quell’inizio di maniera, di tendenza alla reiterazione di temi e motivi narrativi, di facile manicheismo, che avevano caratterizzato alcune delle sue ultime opere, sono stati spazzati via. I, Daniel Blake racconta una storia contemporanea, assolutamente calata negli umori e nelle contraddizioni (spesso grottesche) della Gran Bretagna odierna. Lo fa con cinismo partecipe, realismo, vibrante empatia. Un risultato che i giurati dell’ultimo Festival di Cannes hanno apprezzato, tributando a Loach la sua seconda Palma d’Oro (la prima arrivò, nel 2006, per Il vento che accarezza l’erba).

Scritto dal fidato Paul Laverty, il film racconta un’odissea umana e sociale che è un nuovo atto di denuncia, duro, diretto e senza mediazioni; il suo bersaglio, uno stato che ha perso non solo la capacità di garantire diritti, ma anche la più banale attitudine a considerare i suoi cittadini alla stregua di esseri umani. Quella di Daniel Blake (ottimamente interpretato da Dave Johns) è vicenda che di nuovo si fa emblema di un proletariato sempre più invisibile e forzatamente reso muto, quasi eliminato (come si farebbe con un colpo di cancellino) dall’orizzonte della visibilità dei media. Una sorta di anomalia, da ridurre al silenzio o (nel più estremo dei casi) eliminare. Capace tuttavia di una solidarietà che ne ribadisce, con forza, l’indomita capacità di (r)esistere.

Trailer:

PRO

Caratterizzato, nella sua frazione iniziale, da toni quasi da commedia (con un protagonista costretto a una grottesca, quasi kafkiana odissea tra i gangli della burocrazia pubblica e privata) I, Daniel Blake diviene presto un dramma, lucido e spietato come un teorema, sulla capacità dello stato di schiacciare ed eliminare i suoi cittadini. La sceneggiatura di Laverty è caratterizzata da un mirabile equilibrio, che vede il tono del film, dei suoi dialoghi e delle sue situazioni, evolvere gradualmente (ma inesorabilmente) verso una disperata (e necessaria) fotografia dell’odierna Gran Bretagna. Uno spaccato che dal particolare amplia progressivamente il suo sguardo verso l’universale, (ri)mettendo sotto i riflettori un proletariato che, lungi dall’essere sparito, finisce al contrario per estendere oltre i suoi confini le sue pratiche di vita e di lotta. Un ritratto a tutto tondo, preciso nei contorni e multiforme come la realtà che mette in scena; in cui l’attitudine militante del regista non diventa mai schema preconfezionato, immergendosi al contrario (e traendone linfa vitale) nella carne viva e sofferente dell’umanità che racconta. Una descrizione che si nutre della genuina, umana e vibrante rabbia che da oltre un quarantennio il cinema di Loach trasmette da dietro la macchina da presa agli occhi dei suoi spettatori, illuminata da ottime prove attoriali e da un’eccellente direzione d’insieme del cast.

CONTRO

Quello di Loach, tra i migliori conseguimenti nella carriera del regista, è un film difficilmente attaccabile; se non da quegli spettatori che da anni nutrono pregiudizi nei confronti di un cineasta di rara coerenza, estetica e politica. Chi pensa che il cinema debba essere asettico racconto della realtà, o sua semplice negazione, che non tenti nemmeno di fornire di essa una chiave di lettura (e un progetto di trasformazione) farebbe bene a stare lontano da questo I, Daniel Blake. Ken Loach è regista popolare, capace di rivolgersi (nei migliori episodi della sua filmografia) a un pubblico vasto, portando in dote la sua visione del mondo e del cinema: assimilarla e farla propria (come per qualsiasi opera d’arte, e più in generale per ogni atto comunicativo) sta infine al ricevente. L’attitudine, e la disponibilità necessarie, non sono caratteristiche scontate.

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Marco Minniti

 
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