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HUMANDROID

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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1 total rating

 

Pro


Visivamente affascinante, coinvolgente, capace di fondere al meglio emozioni e credibilità.

Contro


Qualche incongruenza di script, un villain troppo sopra le righe, qualche forzatura nel finale.


In breve

Johannesburg, Sudafrica, in un futuro non molto lontano. In città, la criminalità è ormai fuori controllo, le bande governano da sole il territorio, e la sicurezza per i cittadini è una chimera. La polizia locale, incapace di mantenere l’ordine, ha iniziato ad utilizzare un potente corpo di agenti androidi, gli Scout, creati dal giovane e geniale Deon Wilson. Gli Scout sono efficienti e spietati, con loro non si può trattare né negoziare: sono immuni ai tentativi di corruzione come a qualsiasi sentimento di umana pietà. Nella multinazionale robotica Tetravaal lavora anche il principale rivale di Wilson, Vincent Moore: questi, a differenza del suo collega, è convinto che solo il diretto controllo umano possa garantire alle macchine quella mistura di potenza e capacità decisionali necessaria per combattere il crimine. Moore ha così messo a punto una macchina robotica controllabile a distanza dall’uomo, in totale sicurezza, di cui cerca in tutti i modi di spingere l’uso al posto dei robot di Wilson. Ma quest’ultimo, nonostante l’utilizzo “militare” delle sue creazioni, punta in realtà ad altro: il giovane è infatti vicino a sviluppare un androide senziente, dotato di coscienza e sentimenti umani. Gli si presenta l’occasione quando uno dei suoi droidi si guasta per l’ennesima volta, e ne viene decretata la rottamazione: Moore installa il software della coscienza nell’androide, dandogli letteralmente vita. Nasce così Chappie, la prima macchina con sentimenti umani. Ma Chappie, appena venuto al mondo, è di fatto un bambino, seppur in grado di apprendere con straordinaria velocità. Un bambino a cui può essere insegnato il bene come il male…

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Posted 5 aprile 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Neil Blomkamp, regista messosi in evidenza nel 2009 col folgorante District 9 (che si avvaleva della produzione di Peter Jackson) arriva con questo Humandroid (Chappie in originale) al suo terzo lungometraggio. Blomkamp, come già nel suo esordio e nel successivo Elysium, si conferma figlio degli anni ’80, di un’idea di cinema fantastico tanto piacevolmente demodé nella concezione quanto moderna e capace di reinventarsi nella messa in scena. In Humandroid, le tematiche del regista sudafricano tornano in primo piano, costituendo di nuovo lo sfondo ideale del racconto, la necessaria base su cui far muovere i suoi personaggi: un futuro in cui i fenomeni di emarginazione, degrado e criminalità si sono spinti appena più in là di quanto succede nella società odierna, una metropoli caotica e moderna nell’aspetto quanto medievale e governata dalla legge del più forte nelle dinamiche, l’ossessione per la sicurezza che spinge a sacrificare i diritti umani, l’emarginazione del più debole e la paura del diverso eletti a modus vivendi. Di nuovo, il film parte da una ricostruzione dal taglio documentaristico (con spezzoni di interviste ricostruite) per gettare da subito lo spettatore, senza mediazioni, all’interno del suo mondo.

Qui, tuttavia, il gioco citazionistico di Blomkamp si fa più scoperto, i modelli più chiari: i droidi poliziotti, e i dilemmi morali sul loro utilizzo, sono presi di peso dall’indimenticato Robocop di Paul Verhoeven, mentre il tema del robot senziente dalla personalità di un bambino è mutuato da un altro cult come Corto circuito di John Badham. Nella rischiosa ma affascinante operazione di amalgama di queste due influenze (apparentemente opposte) si muove il film di Blomkamp: che vuole mettere insieme credibilità e sentimentalismo, afflato patetico (nel senso più neutro del termine) e ritratto antropologico del futuro, fiducia nelle qualità umane e resa spietata delle loro degenerazioni. Una favola (post)moderna sullo sfondo di un incubo futuribile, quindi; che si prende i suoi rischi in quanto a compattezza del racconto e unità di tono, ma che regala allo spettatore una narrazione vibrante ed emotivamente forte, innervata da un’ambientazione fin troppo vicina alla nostra quotidianità.

PRO

Blomkamp conferma di saper mettere in scena un racconto dal taglio classico (seppur ambientato in scenari futuribili) con vigore e un’ottima gestione dei meccanismi narrativi di genere. Un soggetto come questo era a forte rischio di scivolare da un lato in un grottesco involontario, in un’interruzione della suspension of disbelief che ne avrebbe fatalmente ucciso tutto il potenziale emotivo; dall’altro, di perdere di vista la sua componente genuinamente fiabesca, di racconto morale e dalla natura (malgrado tutto) ottimista. Muovendosi tra questi due crinali, la sceneggiatura riesce quasi sempre a trovare il giusto equilibrio, ma soprattutto ad organizzare gli eventi in un climax che porta per mano lo spettatore fino a una vibrante e suggestiva conclusione. Va sottolineata la capacità del regista di mettere in scena il ritratto della sua società futura senza sacrificare nulla in termini di realismo, e di sguardo antropologico sui suoi meccanismi; insieme al solido mestiere (frutto – palese – di una frequentazione appassionata dei cult del genere) e all’evidente gusto nell’intrattenere col racconto per immagini. Apprezzabile, inoltre, è la descrizione dei membri della gang del teppista Ninja, la loro evoluzione (così semplice e al tempo stesso credibile), la credibilità nel non averli resi come semplici figurine unidimensionali. Decisamente apprezzabile, infine, l’interpretazione corporea (realizzata grazie alla motion capture) che l’attore Sharlto Copley ha dato all’androide protagonista: credibile come macchina e nello stesso tempo dai contorni, e dalla resa scenica, decisamente umani.

CONTRO

Qualche passaggio narrativo si rivela forzato, poco fluido, specie nella gestione degli eventi che portano alla scoperta, da parte delle autorità, dell’invenzione del protagonista, e al suo successivo inseguimento. Qualche incongruenza di script fa capolino nelle maglie del racconto, mentre il personaggio di Vincent Moore (col volto di Hugh Jackman) appare un villain decisamente troppo caricaturale, sopra le righe: uno psicopatico di cui fatichiamo a comprendere appieno le motivazioni, e che per questo risulta anche poco efficace come antagonista. Inoltre, nonostante l’evoluzione del racconto, e lo stesso finale, abbiano un potenziale emotivo decisamente forte, va  sottolineato come la risoluzione della vicenda appaia un po’ forzata, tesa probabilmente a lasciarsi lo spazio per un eventuale sequel: il modo in cui la storia viene conclusa ha il suo notevole fascino, ma la sceneggiatura ci arriva forzando un po’ (forse oltre il lecito) le regole del racconto. Un limite che tuttavia, per come il film riesce a coinvolgere e ad emozionare lungo tutta la sua durata, non si fa fatica a perdonare.

 

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Marco Minniti

 
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