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GÜEROS

 
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Scheda
 

Genere:
 
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Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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Pro


Regia nervosa e di grande suggestione, perfetto lavoro sul suono, sceneggiatura che oscilla efficacemente tra la dimensione intima della storia e quella collettiva.

Contro


In alcune sequenze, il regista si lascia andare a una messa in scena eccessivamente estetizzante, ai limiti del formalismo.


In breve

Città del Messico, 1999. Tomàs, adolescente irrequieto che è stato appena mandato a vivere con suo fratello Federico, scopre che il suo cantante preferito, Epigmenio Cruz, è in fin di vita. Dopo molte insistenze, il ragazzo riesce a convincere il malinconico fratello a recarsi nell’ospedale in cui il cantante è ricoverato, per rendergli l’ultimo omaggio. Quando Tomàs e Federico, accompagnati dall’amico Santos e da Ana, vecchia fiamma del secondo, giungono a destinazione, scoprono tuttavia che Epigmenio è scomparso: l’ubicazione del cantante è attualmente sconosciuta, ma Tomàs e i suoi amici decidono di non darsi per vinti. I quattro iniziano così un viaggio in lungo e in largo attraverso le strade di Città del Messico, esplorando una città ricca di colori e contraddizioni, scossa dai tumulti studenteschi di cui la stessa Ana è stata una dei principali animatori…

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Posted 25 giugno 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Giunge nelle nostre sale con oltre due anni di ritardo, questo Güeros, dopo la convincente presentazione alla Berlinale 2014 (nell’ambito della sezione Panorama, nella quale ha ottenuto il premio alla miglior opera prima), e l’altrettanto fortunato passaggio al Tribeca Film Festival dello stesso anno. Un’attesa comunque ben ripagata, vista la qualità dell’esordio cinematografico del messicano Alonso Ruizpalacios, regista dalla lunga carriera teatrale qui “prestato” al grande schermo: un’opera prima in cui il regista si smarca con decisione, e assoluta consapevolezza, dalle sue origini sul palcoscenico, confezionando un prodotto lucido e cinefilo, ben conscio tanto delle potenzialità del mezzo, quanto della strada ricercata per sfruttarle. Un film, quello di Ruizpalacios, sospeso tra Fellini e Godard (riferimenti dichiarati dallo stesso regista), tra l’elegia di un ribellismo tanto fragile quanto interiorizzato, e l’istantanea collettiva di una città e di una società colte in un periodo di trasformazione.

Fotografato in un suggestivo bianco e nero, incorniciato da un formato 1.37:1 che esalta il dettaglio di volti e luoghi, Güeros racconta il Messico di fine anni ‘90 attraverso una vicenda giovanile di amicizia e amore, contrappuntata dai venti di contestazione che ne allargano la portata e il respiro. Proprio nel passaggio tra la dimensione intima (prevalente nella prima parte) e quella più collettiva, esperita nel momento in cui il film si trasforma in una sorta di originale road movie, sta uno degli snodi più interessanti di questo esordio, capace di non nascondere l’amore per i suoi riferimenti cinematografici senza farsene schiacciare. Così, le sgrammaticature e le improvvisazioni visive di stampo godardiano vivono e respirano nel contesto del cinema odierno, così come nella fotografia del paese di un quindicennio fa; raccontando un percorso di formazione che non perde mai di vista i suoi personaggi e le linee di tensione instaurate tanto all’interno del loro gruppo, quanto con l’ambiente circostante.

Trailer:

PRO

Al suo esordio nel lungometraggio, Alonso Ruizpalacios mostra una consapevolezza fuori dal comune, riuscendo a non farsi ingabbiare tanto da modelli estetici e stereotipi della sua cinematografia di appartenenza, quanto dai riferimenti cinefili che orgogliosamente cita. Güeros vive di una messa in scena nervosa e vitale, quasi un inno per immagini all’età che vuole raccontare, calato negli umori cangianti e multiformi del contesto sociale che descrive: capace di renderne la complessità e il carattere sfuggente, ma anche l’inarrestabile vitalità. Rapsodico e obliquo, oscillante tra malinconica interiorità e deflagrante dinamismo, il film vive di una ricerca sull’immagine di grande suggestione, ma soprattutto di un uso originale e pregevole del sonoro: è significativo, in questo senso, il rifiuto costante e programmatico dell’uso della musica diegetica, nonché la distorsione in chiave espressiva (conseguente agli stati emotivi del protagonista) delle composizioni che accompagnano le immagini. Le canzoni di Epigmenio Cruz, trigger narrativo della storia, restano fuori dall’orizzonte percettivo dello spettatore: quasi a rispettare un’interiorità dei personaggi (in special modo quella del giovane protagonista) che il regista, nonostante tutto, non vuole violare.

CONTRO

Consapevole della sua tecnica, e della forza magnetica delle immagini che mette in scena, Cruz eccede a tratti nell’estetizzazione della vicenda, nella ricerca dell’inquadratura ad effetto, in una costruzione visiva che in alcuni sequenze sfiora il formalismo. Se, nella maggior parte dei casi, le scelte di regia più ardite e anticonvenzionali mostrano di avere una precisa giustificazione narrativa, in altri il regista si lascia andare a uno sfoggio di tecnica un po’ fine a se stesso, che sovraccarica eccessivamente l’estetica del film. Una maggiore asciuttezza, in alcune frazioni della storia, avrebbe probabilmente giovato alla sua efficacia, senza far perdere nulla al film in termini di fascino e forza visiva.

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Marco Minniti

 
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