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FRENCH CONNECTION

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


User Rating
1 total rating

 

Pro


Teso, ben diretto, grande ritmo e belle scenografie.

Contro


Durata di 134 minuti. Non particolarmente innovativo o originale.


In breve

Marsiglia, 1975. Il giudice Pierre Michel, già di stanza a Parigi e impiegato nei crimini commessi da minori, viene spedito a Marsiglia a occuparsi della temibile French Connection. L’organizzazione è una potente struttura mafiosa con ramificazioni in molti paesi, tra cui gli USA e l’Italia: attraverso una presenza capillare e pervasiva, la French ha messo sotto controllo gran parte delle attività imprenditoriali della città della Francia meridionale, taglieggiando e offrendo protezione, comprando complicità e silenzio. Dedita principalmente a un gigantesco traffico di eroina, esportata in grandi quantitativi in tutto il mondo, l’organizzazione è guidata dall’”intoccabile” Gaetan Zampa; un boss che vive da uomo libero, su cui la polizia e i magistrati non hanno mai saputo, o voluto, raccogliere prove. Le cose iniziano a cambiare con l’arrivo a Marsiglia del giudice Michel: il magistrato scatena infatti una vera e propria guerra contro la French Connection, seguendo le orme della produzione e del traffico di droga, ordinando decine di arresti e puntando dritto a Zampa. Ma il giudice, la cui lotta contro l’organizzazione assume sempre più i tratti dell’ossessione, dovrà presto rendersi conto che il boss gode di appoggi e complicità molto più in alto di quanto lui stesso pensasse; mentre, presto, la sua stessa famiglia viene messa in pericolo dal suo lavoro.

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Posted 18 marzo 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Al suo secondo lungometraggio, il regista francese Cédric Jimenez prende decisamente di petto un genere con una lunga tradizione, qual è il polar. Lo fa, in questo French Connection, dimostrando di aver mandato bene a memoria i classici del filone, specie nella sua declinazione anni ’70 incarnata da autori quali Jacues Deray e Jean­Pierre Melville; ma rivelando anche, nell’occhio privilegiato per scenari urbani che assurgono quasi a protagonisti, l’influenza del noir americano dello stesso periodo, nella revisione che ne offrirono cineasti quali William Friedkin (il titolo internazionale del film è lo stesso di quello originale di uno dei suoi classici, Il braccio violento della legge); senza contare la lezione di certo cinema poliziesco italiano degli anni ’70 (pensiamo ad autori come Damiano Damiani) che sapeva unire spettacolarità, impegno civile e vigore divulgativo.

Il film di Jimenez racconta la vera storia del giudice Pierre Michel e della sua guerra contro la malavita marsigliese nella seconda metà degli anni ’70; guerra che gli costò infine la vita nel 1981, quando fu ucciso in un agguato vicino alla sua abitazione. Il film evidenzia soprattutto la dimensione di scontro, un confronto psicologico prima che fisico, tra il magistrato e il suo nemico Gaetan Zampa, interpretati rispettivamente da Jean Dujardin e Gilles Lellouche; un motivo che pone a costante confronto protagonista e antagonista, che da una parte assurgono a dimensioni archetipe, ma dall’altra vengono costantemente riportati dalla sceneggiatura alla loro realtà umana, descritti nei rispettivi rituali familiari come in quelli del lavoro, progressivamente e fatalmente ossessionati l’uno dall’opposizione dell’altro. Su tutto, una Marsiglia ripresa quasi sempre di giorno, trasformata in un costante campo di battaglia, teatro di sequenze d’azione tese e realistiche, che vedono l’irruzione improvvisa della violenza, senza soluzioni di continuità, nei luoghi della quotidianità.

PRO

Il regista dimostra sicurezza e perizia nella messa in scena, confezionando scene d’azione che uniscono spettacolarità e realismo, adottando uno stile nervoso che riflette al meglio il clima di costante minaccia che caratterizzò la Marsiglia degli anni ’70. Ritmo e tensione si mantengono sempre su buoni livelli, mentre Dujardin e Lellouche offrono prove della giusta intensità, sfruttando anche nel migliore dei modi l’unica sequenza in cui si trovano insieme sullo schermo. Lo script delinea bene le ricadute del “lavoro” dei due sulle rispettive vite private, rifuggendo i rischi degli stereotipi e descrivendone le compenetrazioni in modo semplice e credibile. Ottima si rivela la ricostruzione scenografica della città nel decennio preso in esame; ma convincente, soprattutto, è la restituzione del clima di costante minaccia e violenza che informava di sé il periodo. L’amarezza che emerge dalla morale del film ribadisce la natura cupa e amara del genere, ponendolo nel solco di una tradizione che il regista dimostra di aver appreso e metabolizzato al meglio.

CONTRO

La notevole durata del film (134 minuti) potrebbe forse scoraggiare alcuni spettatori, nonostante la narrazione non presenti rilevanti cali di tensione. La solidità della sceneggiatura, e il mestiere dimostrato dal regista nella messa in scena, non cancellano il carattere sostanzialmente derivativo della pellicola: se si ricerca una lettura personale del genere, una reinterpretazione o addirittura un “tradimento” dei suoi canoni, ci si deve decisamente rivolgere altrove. Questo French Connection si pone nel solco di una tradizione precisa e codificata, reinterpretata con gusto moderno ma rispettata nei suoi cardini e nelle sue declinazioni più affini allo stile del regista; nel film non si respira solo il clima degli anni ’70, la violenza e la tensione delle strade della città francese, ma anche i sapori e il mood del cinema di genere (non solo francese) di quel periodo. Siamo di fronte, insomma, ad un’espressione di alto artigianato cinematografico, che non è, e non vuole essere, reinvenzione o modifica radicale di alcunché.

 

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Marco Minniti

 
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