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FRANNY

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


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Pro


Ottima prova di un Gere che si rimette in discussione, demolendo coraggiosamente la sua icona. Visivamente molto ricercato.

Contro


Il film è narrativamente disunito, vive di sussulti e manca di misura. La sua struttura si affida in misura eccessiva alla prova del protagonista.


In breve

Franny, milionario e filantropo, cinque anni fa causò involontariamente la morte della coppia formata dai suoi due migliori amici. Un incidente stradale, da lui indirettamente provocato, lasciò orfana la giovane Olivia, e lo stesso Franny zoppo e roso dai sensi di colpa. L’uomo, che da allora ha sviluppato una dipendenza da morfina, si è chiuso in una totale solitudine, rotta solo dalle saltuarie visite all’ospedale infantile da lui costruito. Quando Olivia si fa viva con lui al telefono, annunciandogli il suo imminente matrimonio, Franny sembra trovare una nuova ragione di vita: la sua missione, infatti, è ora quella di aiutare con tutti i mezzi la ragazza e il suo compagno. Il “sostegno” di Franny, tuttavia, si trasforma presto per i due in un abbraccio soffocante, da cui è difficile divincolarsi; mentre l’uomo, nel frattempo, va sempre più a fondo nella sua dipendenza…

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Posted 17 dicembre 2015 by

 
Recensione completa
 
 

L’esordio nel lungometraggio di Andrew Renzi (un curriculum da documentarista e autore di corti) sembra voler seguire, almeno in parte, una strada diversa da quello che è ormai il “canone” dell’indie americano. Franny, infatti, fa ben poche concessioni all’estetica levigata, ricercatamente onirica e dai toni studiatamente lievi, che da Michel Gondry in poi si è codificata nella scena indipendente: il suo film, infatti, è un dramma dall’impianto classico, che mette al centro una storia di affetti, sensi di colpa e redenzione. Al centro, il ritratto di un legame divenuto malsano e soffocante, quello tra il filantropo consumato dal rimorso interpretato da Richard Gere e la ragazza orfana, che quella figura aveva eletto a secondo padre, col volto di Dakota Fanning.

Proprio su Gere, interprete stagionato e già sex symbol hollywoodiano, si regge gran parte della forza d’urto del film: quella dell’ex protagonista di American Gigolo è infatti una prova che sembra voler destrutturare l’icona di tutta una stagione cinematografica, aprendo una fase nuova nella carriera dell’attore. Si nota, nel film di Renzi, il programmatico intento di evidenziare il tempo che passa, sia sul volto (più volte soggetto a trasformazioni) dello stesso attore, sia in un paesaggio autunnale che mette a nudo l’implacabile passare del tempo, così come la consunzione di oggetti e persone. In questo teatro, si sviluppa un (melo)dramma che vive in massima misura della presenza ingombrante (nella vicenda come nel film) del suo istrionico protagonista.

Trailer:

PRO

Il principale punto di forza di Franny sta nella generosa, debordante, sofferta interpretazione di Richard Gere. L’attore fa uno sforzo programmatico per ridefinire quella che è stata nei decenni passati la sua immagine: mettendosi a disposizione di una vicenda di caduta e risalita, discesa agli inferi e redenzione. Sul suo volto, tutto il peso del tempo, l’ossessione di un affetto spezzato e non recuperabile, e quella di un altro divenuto patologico. E, inoltre, i segni fisici e psicologici della dipendenza, quella chimica e quella affettiva. Pochi, nell’attuale star system hollywoodiano, hanno finora mostrato tanto coraggio. Il film di Renzi vive inoltre di alcune, isolate ma efficaci, intuizioni visive: tra queste, l’insistenza sugli esterni dal perdurante carattere autunnale, alternati ai grandi interni della casa in cui il protagonista vive (e consuma) la sua solitaria esistenza. Notevole, inoltre, la fotografia, improntata generalmente a una compresenza di tonalità calde ed altre più cupe: quasi a sottolineare la natura soffocante (e pericolosa) dell’abbraccio emotivo al centro del film.

CONTRO

L’ingombrante presenza di Gere finisce per offuscare, e fagocitare, qualsiasi altra istanza e suggestione presenti nel film. Il suo istrionismo, tra humour nero e calcolata sgradevolezza, non viene adeguatamente contenuto dalla regia, ma soprattutto non va ad innestarsi su un tappeto narrativo sufficientemente strutturato ed equilibrato. Il film vive di sussulti, di momenti di grande intensità alternati ad altri piuttosto pacchiani, di frequenti ricatti emotivi e di un pietismo non sempre giustificato. Il personaggio della Fanning, inoltre, resta sacrificato in una struttura che lascia al protagonista il centro della scena, facendo intuire potenzialità non adeguatamente esplicitate. Più in generale, lo sguardo del regista (non privo di eleganza e calore) riesce ad emergere, nella sua originalità, solo a tratti.

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Marco Minniti

 
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