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FIRST HOUSE ON THE HILL

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


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Pro


Fotografia e musiche estremamente suggestive, estetica che cita il giallo all’italiana, atmosfera dark e fiabesca che coinvolge immediatamente.

Contro


Narrazione che trasmette l’impressione, più che di una voluta cripticità, di una certa trascuratezza, tradotta in un insieme di suggestioni non sempre equilibratissime.


In breve

Quattro amici decidono di trascorrere qualche giorno di vacanza nella villa di un’anziana signora, sita a Malibu. Dei quattro, Valerie è quella più timida e con un rapporto problematico col sesso, a causa della sua educazione religiosa, mentre i suoi amici Tera, Henrick e Samuel sono più spigliati. I quattro vengono collocati nella dependance della grossa villa, trovando da subito un’atmosfera inquietante: la proprietaria ha un comportamento enigmatico, mentre una misteriosa, invisibile presenza sembra costantemente spiarli. I tre amici di Valerie, appassionati di esoterismo, cercano la risposta in un antico mazzo di tarocchi che la proprietaria ha lasciato incustodito nella villa… ma la “soluzione”, in questo caso, si rivelerà peggiore del male.

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Posted 27 novembre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Classe 1980, lombardo di nascita ma da qualche anno di stanza a Los Angeles, Matteo Saradini vanta già un lungo curriculum nel mondo dell’audiovisivo quale documentarista, regista di corti, videoclip e web-series, oltre che di colorist per molte produzioni statunitensi (tra cui quelle della Blumhouse Productions). Questo First House on the Hill, presentato in anteprima italiana nell’ultima giornata del Fantafestival 2017, rappresenta il ritorno di Saradini alla dimensione del lungometraggio di fiction, quasi un quindicennio dopo l’autoprodotto Brescia uccide, risalente al 2004. Un’opera prodotta e girata interamente negli USA, che rivela da un lato la formazione del regista nel ruolo di colorist (l’attenzione alla composizione dell’immagine è preponderante), dall’altra il suo rifarsi ai modelli del giallo all’italiana dei primi anni ‘70.

Ciò che salta subito agli occhi, nel film di Saradini, è il gusto estetico (diremmo estetizzante) per un modello di immagine volutamente vintage, a partire dalla fotografia costantemente sovraesposta (il tono, nelle riprese diurne, è luminoso in modo quasi iperrealistico) passando per la grana dell’immagine e per certe riproduzioni degli effetti della pellicola (graffi, spuntinature), arrivando a una colonna sonora che riproduce in modo quasi filologico le tonalità progressive e sognanti di molto cinema italiano di genere che fu. La stessa scelta della protagonista, col volto dell’attrice Christine Scherer (volto e corpo che esprimono un’innocenza quasi predestinata ad essere violata) va, fin dagli espliciti titoli di testa, in questa direzione.

L’evoluzione della basica (e a tratti involuta) trama, mescola gli stilemi del giallo con un canovaccio che richiama il raimiano La casa (e derivati), mescolando spregiudicatamente suggestioni diverse, e arrivando a sviluppi sempre più sui generis, dagli sviluppi quasi lisergici. Un mix di atmosfere che si svincola progressivamente dalle necessità (e dai paletti) della narrazione cinematografica classica.

PRO

Per chiunque ami il giallo all’italiana, e in genere le atmosfere del nostrano cinema di genere degli anni migliori, quella di First House on the Hill è una visione stimolante, che si colloca nel solco del revival che ha già coinvolto registi quali Andreas Marschall e Luciano Onetti. Ci sono echi del cinema di Dario Argento e di quello di Umberto Lenzi, nell’impostazione visiva (ma anche in quella musicale) del film di Saradini, tradotti in una fotografia suggestiva, in un ricercato gusto per l’iperrealismo, per il montaggio che frammenta oniricamente gli omicidi, per l’approccio fiabesco e dark al racconto. Il progressivo scivolamento della vicenda nell’onirismo puro, in una esplosione cromatica che rimanda agli incubi argentiani (specie quelli di Suspiria e Inferno) svicolandosi tuttavia ancor più dalla necessità di una trama coerente, spiazza ma riesce anche ad affascinare, enfatizzando il viaggio della protagonista come quello di una novella Alice catapultata, in modo inconsapevole, in un pericoloso paese di orrori.

CONTRO

L’impressione è che il film, a un certo punto, rinunci totalmente a seguire un pur elementare filo narrativo, disinteressandosi della coerenza con gli assunti di base, e coronando il tutto con un twist che, piuttosto che spiazzare e sorprendere, trasmette l’impressione di una trama mal assemblata. Le elementari premesse del racconto si traducono in quattro personaggi piuttosto tendenti allo stereotipo, e a una situazione di partenza decisamente semplice: ma lo script sembra successivamente voler complicare e contaminare ulteriormente gli elementari punti di partenza della trama, aggiungendo suggestioni e intuizioni che restano non sviluppate. L’affascinante estetica del film, insomma, non trova il giusto sostegno in una narrazione che in certi frangenti (tutta la parte iniziale del film) pare eccessivamente esile ed elementare, mentre in altri sembra tendere a complicare e rendere criptici i suoi sviluppi: traducendosi, così, in un insieme che non brilla esattamente per compattezza ed equilibrio.

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Marco Minniti

 
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