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FÉLICITÉ

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Il film ha un’ottima prima parte, in equilibrio tra le esigenze del realismo e quelle della resa emotiva, retta dalla sorprendente prova della sua protagonista.

Contro


La troppo netta cesura tra la prima e la seconda frazione del film, con la seconda all’insegna di un lirismo spesso incompiuto, ne mina in parte l’efficacia narrativa.


In breve

Félicité è una cantante di Kinshasa, nel Congo, che sbarca il lunario esibendosi in un locale notturno davanti a un pubblico che ne apprezza molto le doti. Improvvisamente, un evento imprevisto fa in modo che la vita della donna cambia in modo radicale: il figlio adolescente ha infatti un incidente in moto, che gli rende necessaria un’operazione per evitare l’amputazione della gamba. La donna inizia così un pellegrinaggio alla disperata ricerca della somma necessaria per l’intervento, ma trova davanti a sé solo porte chiuse e indifferenza. Quando le cose sembrano ormai avere volto al peggio, l’amore di un uomo darà a Felicité (e a suo figlio) un nuovo, insperato slancio per andare avanti e sperare…

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Posted 17 agosto 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Regista francese di origini senegalesi, già molto attivo nel circuito festivaliero (il suo precedente film, Aujourd’hui, fu presentato nell’edizione 2012 del Festival di Berlino), Alain Gomis è tornato quest’anno alla Berlinale con questo Félicité, aggiudicandosi il Gran Premio della Giuria. Un’opera, quella di Gomis, calata nella realtà della società congolese moderna, in bilico tra miseria e voglia di riscatto, tutta centrata su un personaggio (quello interpretato dall’esordiente Vero Thsanda Beya) che prende su di sé gran parte del peso del film. Il regista segue la sua interprete con un’operazione quasi di “pedinamento”, che ne pone costantemente in risalto il ruolo sociale e quello di madre in una realtà complessa e multiforme.

Co-produzione tra ben cinque paesi (Francia, Belgio, Senegal, Germania e Libano) il film di Gomis denuncia chiaramente, in tutta la sua prima parte, l’influenza del cinema “sociale” dei fratelli Dardenne, nella figura di un personaggio che si scontra con una realtà che ne frustra costantemente l’aspirazione a una vita sociale, affettiva e familiare soddisfacente. La parentela di Félicité col cinema dei fratelli belgi è evidenziata anche nell’attitudine a uno spietato realismo, in un voluto rifuggire da fronzoli e sovrastrutture, che tuttavia non esclude una certa, essenziale eleganza nella messa in scena. La seconda frazione del film, che segue un fondamentale snodo narrativo, ne cambia successivamente (in parte) le premesse, fornendo aperture verso un maggiore lirismo, parallelamente a un tono che si fa più intimo e meno cupo.

Trailer:

PRO

Secco ed efficace in tutta la sua prima frazione, puntuale nella descrizione minuta delle dinamiche personali, sociali e lavorative che coinvolgono il personaggio della protagonista (e nella resa della sua odissea), Félicité si giova della sorprendente prova dell’esordiente Vero Thsanda Beya, interprete che riesce a dare sostanza e credibilità al personaggio. Tutta la prima parte del film esprime un buon equilibrio tra le esigenze del più crudo realismo e quelle della presa emotiva sul pubblico, grazie a una regia vigorosa e solida, e a un’equilibrata scrittura. La svolta di trama e il successivo cambio di tono, pur laddove se ne avverta in modo eccessivo la portata, introducono nel racconto un elemento (quello melò) che ne rende, nel complesso, ancor più pregnante la resa.

CONTRO

L’interessante film di Alain Gomis trova il suo principale limite in un troppo netto scollamento tra le due metà del film, che sembrano esprimere, oltre a toni diversi, due modalità narrative divergenti. Da un lato il realismo figlio del cinema dei Dardenne, e di tutto il filone da essi incarnato (certo non estraneo a un cineasta come Gomis); dall’altro, un lirismo non privo di aperture oniriche, ricco di elementi simbolici (le peregrinazioni nella foresta, la zebra) che restano sospesi e mancanti di reale funzionalità narrativa. Non riuscendo ad amalgamare al meglio le due metà del film (l’unico filo conduttore resta incarnato, di fatto, dagli intermezzi musicali che vedono esibirsi la protagonista) Gomis ne stempera in parte l’impatto, trasmettendo la sensazione di un’opera incompiuta, pur nei suoi tanti elementi di interesse.

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Marco Minniti

 
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