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END OF JUSTICE – NESSUNO E’ INNOCENTE

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


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Pro


Notevole l’interpretazione di Denzel Washington, interessante il tema, efficace la fotografia e lo sguardo sugli esterni cittadini.

Contro


Film eccessivamente dilatato, poco incisivo nella componente thriller, poco equilibrato ed eccessivamente centrato sul suo protagonista.


In breve

Roman J. Israel è un avvocato eccentrico ed idealista, con un passato di attivista per i diritti civili, tanto abile nel suo lavoro quanto poco diplomatico e incapace di creare legami sociali. Quando il collega con cui condivide lo studio legale muore improvvisamente per un malore, Roman si trova costretto ad accettare un impiego in un nuovo studio, retto dal giovane e ambizioso avvocato George Pierce. Quando a Roman viene assegnata la difesa di un giovane di colore accusato di omicidio, sembra un caso perfetto, non dissimile da quelli di cui l’uomo si è sempre occupato; ma la scarsa diplomazia di Roman di fronte a un’ipotesi di patteggiamento, provoca stavolta una catena di eventi imprevedibili, che metteranno a dura prova il ferreo sistema etico che ha sempre mosso le azioni dell’uomo.

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Posted 30 maggio 2018 by

 
Recensione completa
 
 

Dopo i riconoscimenti ottenuti per Lo sciacallo – Nightcrawler, noir ambientato nel mondo dell’informazione audiovisiva, che aveva segnato il suo esordio dietro la macchina da presa, Dan Gilroy prova a ripetersi restando in territori affini a quelli del suo esordio: questo End of Justice – Nessuno è innocente è infatti un legal thriller che tocca di nuovo i temi dell’etica e della sua relatività, in un contesto problematico e scivoloso per definizione quale quello delle professioni giuridiche (e del mestiere di avvocato in particolare). Per far ciò, Gilroy presenta un personaggio eccentrico e sui generis, un outsider tanto geniale quanto privo di tatto e delle più elementari abilità sociali: un individuo contraddistinto da un atteggiamento in un certo senso “autistico” nei confronti delle persone (nel film si fa in effetti cenno a una non meglio precisata “sindrome del savant”), mosso da un’etica ferrea e intransigente che ne guida ogni azione. Un personaggio di cui seguiremo la trasformazione quando si renderà conto che i confini dell’etica, e la sua stessa definizione, sono più sfumati di quanto lui abbia sempre creduto.

Muovendosi di nuovo nel solco di una tradizione cinematografica che ha i suoi modelli nel cinema degli anni ‘70, in quel filone (quello dei film di Alan J. Pakula, Sidney Pollack e simili) che univano l’intrattenimento al rigore “di rottura” della New Hollywood, Gilroy si giova qui dell’intensa interpretazione di Denzel Washington, che punta a rendere in modo plastico, fisico oltre che espressivo, l’evoluzione e trasformazione del suo personaggio. All’interno della tessitura da thriller, articolata in un lungo flashback, il regista conferma inoltre il suo sguardo privilegiato per gli esterni della città di Los Angeles, catturati dall’efficace fotografia (anch’essa caratterizzata da una grana che rimanda al cinema seventies), curata da Robert Elswit.

Trailer:

PRO

Questo End of Justice – Nessuno è innocente (in originale un più secco Roman J. Israel, Esq., titolo che sottolinea la centralità del suo protagonista) si giova innanzitutto della notevole interpretazione di Denzel Washington, che per il ruolo ha avuto giustamente una candidatura all’Oscar. L’espressività del protagonista, ma anche le sue movenze fisiche, rendono in modo perfetto il carattere eccentrico e sui generis del personaggio, delineandone una natura in un certo senso “freak”, o comunque di problematica convivenza all’interno del corpo sociale. Washington riesce a rendere al meglio anche l’evoluzione del personaggio all’interno della storia, che presenta un potenziale notevole tanto per i temi che tratta, quanto per lo studio psicologico su un carattere per sua natura di difficile definizione: una fusione interessante tra l’approfondimento introspettivo su un individuo tormentato (che vede crollare il suo mondo e il suo intero sistema di valori), e l’analisi sociologica che già era stata cara al regista nel film precedente, qui centrata sul mestiere di avvocato e sulla sua problematica gestione dell’etica.

CONTRO

Specie pensando alla compattezza e alla finezza di scrittura del suo esordio, Dan Gilroy ha fatto qui un evidente passo indietro, con un film complessivamente slabbrato, eccessivamente statico nella sua prima parte (in cui non succede praticamente nulla di rilevante, almeno dal lato dell’intreccio propriamente detto) e tutto centrato (in modo tuttavia non sempre convincente) sul suo protagonista. La componente più prettamente thriller, che in teoria dovrebbe reggere la storia, è ridotta qui veramente all’osso, venendo oltretutto innescata (in modo invero un po’ pretestuoso) dopo oltre un’ora di film: una svolta che provoca anche una poco convincente evoluzione della figura del protagonista stesso (interpretato, come detto, in modo perfetto, ma scritto così così), conducendo infine la storia, e lo spettatore, verso una conclusione tutt’altro che imprevedibile. Un peccato, viste le indubbie potenzialità del soggetto e l’abilità registica di Gilroy, qui visibile invero solo a intermittenza.

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Marco Minniti

 
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