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ELLE

 
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4/ 5


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Pro


Insinuante, sottilmente ironico, poco appariscente nella regia ma capace di lavorare sottopelle con le sue inquietudini. Perfetta Isabelle Huppert nel ruolo principale.

Contro


Non ci sono veri difetti: tuttavia chi cerchi una regia più appariscente, o un approccio più esplicito ai temi toccati dal film, potrebbe restare deluso.


In breve

Michelle è una donna di successo, abituata a disporre come vuole della vita degli altri, nel privato come sul lavoro. La sua corazza, però, è il risultato di una storia familiare travagliata, e di un oscuro episodio risalente alla sua infanzia. Quando uno sconosciuto si introduce nella sua casa, la aggredisce e la violenta, Michelle fa finta di niente, ma il suo mondo inizia a sgretolarsi. Nascosta dietro una maschera d’impassibilità, la donna parla tranquillamente dell’episodio coi suoi amici e colleghi, ma intanto inizia una personale indagine per scoprire l’identità dell’aggressore. Quando quest’ultimo si fa vedere per la seconda volta, Michelle riesce a smascherarlo e a scoprirne l’identità. Ma, una volta raggiunto questo risultato, tra vittima e carnefice si instaura un pericoloso e imprevedibile rapporto di complicità…

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Posted 22 marzo 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Dopo l’esilio da Hollywood, risalente ormai a oltre un quindicennio fa, la carriera di Paul Verhoeven si è precisata in una produzione decisamente più parca e ragionata rispetto al periodo americano, ri-stabilendosi in quel Vecchio Continente che appare (specie ora) luogo ideale per accogliere le suggestioni del suo cinema. Così, dopo il thriller storico Black Book e il collettivo, ultraindipendente Tricked, in questo Elle il regista trova accoglienza in terra francese, abbracciando una vicenda che (almeno in partenza) rimanda a suggestioni tipicamente chabroliane. Un prodotto che è stato presentato in concorso (un po’ penalizzato dalla sua collocazione a fine manifestazione) nell’ultima edizione del Festival di Cannes, innervato dalla prova di un’ottima Isabelle Huppert nel ruolo principale.

Tratto dal romanzo Oh… di Philippe Djian, quello di Verhoeven è un thriller ad ambientazione borghese, che dai rituali di una classe sociale più che mai spaesata e in cerca di ridefinizione (specie in un un contesto storico come quello presente) trae gran parte della sua linfa vitale. L’ossessione del controllo della protagonista, risultato di un trauma infantile che la defraudò proprio della possibilità di controllo (reale) sulla sua esistenza, si accompagna alla teatrale ossessione di una borghesia che, sempre più superficialmente interconnessa al suo interno, si aggrappa a un’esteriorità che si fa progetto estetico (quella delle cene di Natale, degli amanti giovani, ma anche degli orgasmi simulati nei videogiochi progettati dalla protagonista).

Non è un caso, di fatto, che il mascheramento dell’aggressore che irrompe in casa della protagonista sia quello più demodé e fragile (un banale passamontagna), apparentemente fatto apposta per essere rimosso. Con lui, spariranno per sempre le menzogne della di lei biografia personale, mentre i conti in sospeso del passato esigeranno una risposta (di qualsiasi segno) che non sia la loro pura e semplice negazione. In attesa, per il personaggio di Michelle, di recuperare un controllo dal carattere meno totalizzante, ma più reale e duraturo.

Trailer:

PRO

Thriller sociologico dall’anima europea, capace con arguzia di parlare del presente di un preciso contesto sociale (e delle sue contraddizioni), Elle segna un nuovo importante tassello nella carriera di un autore eclettico quanto coerente. Verhoeven prende il racconto originale e lo piega alle sue esigenze, quelle di una poetica che ha sempre toccato il sesso e la violenza come motori della storia, che è stata capace di riflettere sul tema del possesso (e sulle sue implicazioni) in forma tanto di excursus storico quanto di cinema puramente di genere. Qui, la sua regia è insinuante e capace di innestare sottopelle le sue inquietudini, racchiudendo una delle sue immagini-chiave in un film nel film (il volto che guarda in macchina della protagonista da bambina), e nascondendosi parimenti nel corso della narrazione, limitando i virtuosismi in una messa in scena sobria, ma lavorando nel profondo. Il film riesce a risultare nel contempo inquietante e pregno di una cinica ironia, esprimendo uno sguardo disilluso nei confronti del personaggio principale (una Huppert pressoché perfetta) che tuttavia non esclude una notevole empatia, e un ottimismo che è soprattutto accettazione (rassegnata) della contraddittoria natura umana.

CONTRO

Non ci sono veri e propri difetti, nell’ultima opera di Verhoeven. Si può evidenziare come il film possa deludere chi cerchi una regia più appariscente, o una riflessione più esplicita sui temi che il regista sceglie di trattare. Nonostante sesso e violenza siano qui (di nuovo) al centro della narrazione, il regista olandese sceglie in Elle di suggerire più che di mostrare, sia nella resa grafica degli eventi (lo stupro è relegato all’incipit, mentre le sequenze affini sono brevi e dal peso narrativo non essenziale), sia nel loro farsi emblema del discorso sociologico del film. La materia del thriller vuole qui prestarsi a una riflessione dal portato più generale, chiamando tuttavia lo spettatore a un lavoro interpretativo che non tutte le categorie di pubblico potrebbero essere disposte a mettere in atto.

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Marco Minniti

 
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