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È SOLO LA FINE DEL MONDO

 
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Scheda
 

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Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4.5/ 5


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Pro


Registicamente impeccabile, visivamente ricercatissimo, potente nelle suggestioni e forte di grandi interpretazioni.

Contro


Lo sguardo di Dolan, la sua ricercatezza ai limiti del formalismo (pur giustificata) può indisporre certe categorie di spettatori.


In breve

Louis, giovane scrittore che ha da anni lasciato la sua famiglia, riceve la diagnosi di una gravissima malattia. Memore della sua infanzia e adolescenza passata accanto a sua madre, e a due fratelli dalla personalità complessa e spigolosa, il giovane decide di far loro visita per prima volta, temendo di aver ormai a disposizione poco tempo da passare con loro. Tornato a casa, però, Louis ripiomba subito nelle logiche nevrotiche e disfunzionali che lo portarono ad allontanarsi. La giornata trascorre tra tensioni, ricordi e accuse mute e manifeste, e intanto il giovane non riesce a trovare il coraggio di svelare il vero motivo della sua visita…

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Posted 8 dicembre 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Ventisette anni, sei lungometraggi, una presenza ormai fissa nelle maggiori manifestazioni internazionali, ben due premi della Giuria nelle ultime due edizioni del Festival di Cannes: se mai l’espressione enfant prodige fu adeguata per qualcuno, sembra difficile pensare che questi non sia Xavier Dolan. Cresciuto (per sua esplicita ammissione) con un cinema popolare e d’intrattenimento, con uno sguardo affine agli autori della nouvelle vague, ma contaminato da un gusto meticcio e postmoderno, il giovane regista canadese tratta per la prima volta, con questo E’ solo la fine del mondo, un soggetto di origine non sua. La fonte, una piece teatrale di Jean-Luc Lagarce, è affine alle tematiche del regista quanto ostica nel suo rapportarsi allo spettatore, un claustrofobico dramma da camera incentrato sui temi portanti della memoria, degli affetti e del tempo che si esaurisce. Con un carattere melò esplicito e (in molti passaggi) quasi soffocante.

Dolan non ha paura, qui come nelle sue opere precedenti, di affondare il suo (metaforico) coltello nella carne viva dei rapporti familiari, facendo sue le inquietudini del protagonista, proiettando la portata dolorosamente autobiografica del suo cinema in una dimensione ipotetica, quella di una fine intravista e di una necessità di compendio e (forse) di perdono. Lo fa con la sua estetica, come sempre ricca, “piena” e ricercatissima, non avendo paura dell’unità di tempo e di luogo, dei pochi personaggi e dei rischi di un soggetto essenziale e quasi scarnificato. Affidandosi a una sceneggiatura di ferro, e ad un pugno di interpreti (dall’”alter ego” Gaspard Ulliel alla cognata col volto di Marion Cotillard) che non temono di caricare su di sé gran parte del peso del film.

Trailer:

PRO

Dolan conferma, in questa sua ultima opera, tutto il suo straordinario talento visivo, innestandolo su un soggetto la cui scelta poteva risultare un’arma a doppio taglio: una vicenda tematicamente affine alle sue inquietudini, quanto (apparentemente) poco in linea con un’estetica così “spessa” e debordante qual è quella del regista. La casa di famiglia di Louis, invece, diviene campo di battaglia esplicito e metaforico, fotografato e filmato in modo caldo e avvolgente, capace di trasmettere contemporaneamente, in un insieme indistricabile, attrazione, senso di protezione e repulsione. Dolan si conferma innamorato dell’immagine cinematografica e della sua bellezza come oggetto puro e grezzo, tale da prescindere dalle giustificazioni narrative: eppure, la ricercatezza ai limiti del formalismo delle sue immagini si rivela qui molto più giustificata che in passato. E’ solo la fine del mondo è un film che vive di linee di tensione esplicite ed implicite, di urli e di non detto, di contraddizioni affascinanti e insanabili: non è un caso che la sequenza più claustrofobica in assoluto, quella che giunge al culmine di un lento ma montante climax emotivo, sia il magistrale dialogo tra Gaspard Ulliel e Vincent Cassel, in macchina: gli spazi aperti non nascondono, ma anzi esasperano, un senso di prigionia e soffocamento che è mentale prima che fisico.

CONTRO

Come per i film precedenti (seppur in modo meno marcato ed esplicito) la ricercatezza estetica, quasi ossessiva, di Dolan, può indisporre certe categorie di spettatori. Il giovane regista canadese continua ad essere consapevole delle sue doti, e laddove può scegliere tra la loro mostra esplicita e l’understatement, sceglie senza esitazioni la prima opzione. C’è un afflato esplicitamente adolescenziale, nel suo modo di proporre il cinema, una smania palese di mettere in luce il talento e il proprio stesso vissuto, che risultano coerente con sé stessi ma legittimamente non digeribili da tutti. Riconoscere il valore del cinema di Dolan, e del suo sguardo sulla porzione di mondo che racconta, non significa necessariamente sentirli come a se affini.

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Marco Minniti

 
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