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DHEEPAN – UNA NUOVA VITA

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Sguardo insolito sul tema dell'immigrazione, buona esplorazione delle dinamiche interne al nucleo “familiare”, grande eleganza formale.

Contro


Approccio un po' edulcorato al tema, dovuto anche alla scelta di concentrarsi su un ritratto di dimensioni più piccole; qualche passaggio di trama forzato e poco credibile.


In breve

Mentre nello Sri Lanka infuria la guerra civile, un ex guerrigliero Tamil è costretto a costruirsi una famiglia fittizia per fuggire in Europa e ottenere lo status di rifugiato. L’uomo prende con sé una donna rimasta vedova e una bambina che ha appena perso i genitori, spacciandole per sua moglie e sua figlia. Con dei documenti falsi, i tre riescono ad arrivare in Francia e ad ingannare le autorità, stabilendosi in una banlieu parigina. I problemi di integrazione, per l’improvvisata famiglia, non tardano ad arrivare: mentre la piccola Illayaal viene emarginata dai suoi compagni di scuola, Dheepan e Yalini (questi i nomi assunti dai due nella loro fuga) fanno fatica a sbarcare il lunario, restando anche penalizzati dalla scarsa comprensione della lingua. L’uomo viene assunto come custode nell’enorme complesso residenziale in cui i tre risiedono, mentre la donna accetta un lavoro di badante per un anziano, nello stabile dirimpetto. Ma la zona è battuta e territorio di scontro per bande criminali rivali, che si contendono il mercato della droga: Dheepan finisce per ritrovare nel nuovo luogo di residenza una violenza simile a quella che aveva lasciato…

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Posted 14 ottobre 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Regista eclettico e a tutto tondo, con lo sguardo sempre calato nella complessa realtà del suo paese, Jacques Audiard affronta ora con Dheepan – Una nuova vita il tema dell’immigrazione. Un’opera, quest’ultima, con cui il regista francese allarga l’ottica della sua visuale, prendendo di petto uno degli argomenti più attuali nella realtà dell’Europa d’oggi: un film, quest’ultimo, che un po’ a sorpresa è valso ad Audiard la conquista della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes. Ha stupito, la scelta dei giurati della Croisette, visto che il film di Audiard ha finito per prevalere su opere maggiormente considerate dalla critica (Mountains May Depart di Jia Zhangke, i tre film portati a Cannes dai nostri Garrone, Moretti e Sorrentino) o dal tema tradizionalmente più sentito (Son of Saul di László Nemes): una scelta che ha finito per alimentare le polemiche sull’autoreferenzialità di un festival che, malgrado la composizione internazionale della giuria, ha finito per premiare nel concorso tre film francesi (La loi du marché e Mon Roi si sono aggiudicati rispettivamente i premi per i migliori attore e attrice).

Polemiche e recriminazioni a parte, Dheepan è un’opera personale e sentita, in cui la poetica di Audiard trova la sua naturale prosecuzione: non più (o non solo) lo sguardo sulle realtà marginali e sulla prigionia (fisica e metaforica) di una vita segnata, che avevano abitato Tutti i battiti del mio cuore e Il profeta; non più la limitazione all’esplorazione delle dinamiche familiari che erano al centro di Un sapore di ruggine e ossa. Dheepan, ampliando l’ottica del regista, è un po’ compendio e summa di tutte queste tematiche: calate in un contesto complesso come quello dell’immigrazione, e fatte vivere a tre outsider costretti a inscenare una vera e propria recita (di condizione sociale e di sentimenti) per la sopravvivenza. Un’opera in cui il regista non rinuncia alla sua estetica, sempre elegante e non priva di squarci di inaspettato lirismo, e a una modalità di racconto secca e di immediata presa emotiva sullo spettatore.

Trailer:

PRO

Sospeso tra dramma sociale, melò e noir, Dheepan propone uno sguardo insolito sull’immigrazione, da premiare solo per il suo coraggio. Il tema, infatti, è solitamente foriero di opere di grande respiro, narrate con solennità, e dall’aspirazione al ritratto ad ampio raggio: le dinamiche più piccole, quelle delle implicazioni dello sradicamento sulla quotidianità, e persino degli affetti e della sfera sentimentale, vengono di solito lasciate in ombra dal cinema. Ben venga, allora, un’opera che non ha problemi a maneggiare la materia del melò, a presentare le contraddizioni di un’affettività prima negata, poi forzatamente (e spietatamente) costretta alla finzione. Il dramma di Dheepan, Yalini e Illayaal è quello di tre individui che (loro malgrado) cercano di ricostruire ciò che la loro condizione ha negato loro. Audiard presenta la loro vicenda con uno sguardo oscillante tra il fuori e il dentro, tra un nucleo solidale da ricostruire e un contesto che gradualmente rivela le sue analogie con quello appena lasciato. La violenza, per tre quarti di film, è lasciata fuori campo, o addirittura esplicitata solo a metà, in sequenze visivamente sfocate: anche questa è una scelta estetica precisa, in un’opera che sceglie di concentrarsi soprattutto sulle dinamiche interne del nucleo al centro del suo racconto. Solo nella sua ultima parte, il film recupera l’attitudine noir dell’autore, e la sua conoscenza e padronanza del gangster movie, in un’accelerazione narrativa che scuote lo spettatore e l’opera. La regia, per quanto fluida e dal buon ritmo, non è priva di aperture oniriche e di momenti di grande eleganza figurativa, in un buon equilibrio tra essenzialità e cura formale.

CONTRO

Si può forse imputare a Audiard un’eccessiva edulcorazione dell’approccio al tema, che non riesce (o non vuole) restituire la realtà delle banlieu parigine in tutta la sua crudezza. Il motivo è proprio la scelta di campo fatta dal regista: quella di concentrarsi prevalentemente sui rapporti tra i tre protagonisti, sul crescere e sul mutare dei loro sentimenti reciproci, lasciando che l’atteggiamento verso il fuori sia sempre filtrato dalle dinamiche interne. Il risultato è che lo sguardo del regista sulla situazione sociale che rappresenta, di solito così attento e puntuale, perde in parte di forza. Vanno inoltre sottolineati alcuni passaggi di trama leggermente forzati (specie nell’ultima parte, quella in cui la realtà intorno al protagonista finisce per esplodere), e alcune soluzioni narrative (la delimitazione del territorio, e gli eventi che la seguono) che difettano forse di credibilità.

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Marco Minniti

 
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