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DEEPWATER – INFERNO SULL’OCEANO

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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Pro


Sceneggiatura di grande equilibrio, quasi del tutto priva di retorica, regia che intrattiene senza accantonare l’elemento credibilità.

Contro


Il film si profonde in dettagli tecnici a volte non alla portata di tutti. Nel finale, la vicenda scivola visibilmente nella retorica.


In breve

20 aprile 2010: la piattaforma semisommergibile Deepwater Horizon, situata al largo della costa della Louisiana, viene squassata da una violenta esplosione, che innesca un devastante incendio. L’incidente, causato dall’incuria nella manutenzione dell’impianto, causa la morte di 11 persone e il ferimento di altre 17, oltre allo sversamento di migliaia di tonnellate di greggio nel golfo del Messico. E’ il più grave disastro ambientale della storia americana. Tra i 120 lavoratori rimasti intrappolati nella piattaforma ci sono l’ingegnere Mike Williams e il suo collega Caleb Holloway, che tentano di salvare più vite possibili, mentre i media portano alle loro famiglie le immagini del disastro.

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Posted 6 ottobre 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Se il genere del disaster movie, negli ultimi anni, ha spesso sacrificato la credibilità dell’intreccio a favore della componente spettacolare (in questo senso, il recente San Andreas ha rappresentato la punta dell’iceberg) un titolo come questo Deepwater – Inferno sull’oceano sembra riequilibrare al meglio la situazione. Stupisce, anzi, che un evento come il disastro della Deepwater Horizon (la più grave catastrofe ambientale della storia americana) non avesse ancora ispirato Hollywood. In questo senso, quello di Peter Berg rappresenta un progetto ragionato, che alla frenesia dell’instant movie contrappone un’attenta ed equilibrata scrittura.

Piuttosto che sulle gravi ricadute ambientali dell’evento, già ampiamente evidenziate dalle cronache, il film di Berg si concentra sul dramma umano dei lavoratori che, in quel giorno di aprile del 2010, si trovarono intrappolati in un inferno di metallo e lamiere, instaurando una disperata lotta per la sopravvivenza. In questo senso, il coraggio individuale (incarnato soprattutto dal protagonista col volto di Mark Wahlberg) diviene elemento cardine per una storia organizzata in un efficace crescendo di tensione; a tale elemento si aggiunge il motivo, inserito sottotraccia, della sottovalutazione del rischio generata dalla ricerca a priori della massimizzazione del profitto.

In una costruzione narrativa che porta i protagonisti, gradualmente, dall’ordinarietà di un pericolo taciuto ma sempre presente, alla straordinarietà di una situazione-limite, il film dissemina la trama di piccoli indizi, elementi di allarme che in modo progressivo e quasi impercettibile innalzano la tensione, preparando lo spettatore al palesarsi della tragedia. In questo senso, la sceneggiatura non lesina nell’esplicitazione dei dettagli tecnici relativi alla gestione dell’impianto, tenendo l’intreccio saldamente ancorato al rispetto degli eventi e alla credibilità narrativa. Un elemento che nella seconda parte cede il passo, senza venirne schiacciato, dall’esplicita messa in scena del disastro e delle sue conseguenze.

Trailer:

PRO

Diretto da un regista discontinuo come Peter Berg, Deepwater – Inferno sull’oceano si rivela come un prodotto sorprendentemente equilibrato, capace di dosare al meglio la componente spettacolare e quella di cronaca, non perdendo mai di vista i personaggi e le loro biografie. In questo senso, un cast infarcito di volti noti (al già citato Wahlberg si aggiungono le ottime caratterizzazioni di Kurt Russell e John Malkovich) riesce efficacemente a costruire un dramma collettivo in cui la paura cammina fianco a fianco con l’eroismo del quotidiano, e l’indignazione per una tragedia di cui (senza retorica) non vengono nascoste le responsabilità, si contrappone all’empatia, e alla pietà, per tutte le sue vittime. Proprio la quasi totale assenza di retorica, in un film che mantiene comunque una componente di critica sociale abbastanza marcata, rappresenta un punto forte del film di Berg, unita a una regia ricca di classe e personalità, che si esalta nelle sequenze d’azione. Teso e ben diretto, dal gran vigore spettacolare che non esclude un’apprezzabile componente divulgativa, il film di Berg si lega a doppio filo ai disaster movie degli anni ‘70, riportando il genere a quella credibilità che negli ultimi anni sembrava un po’ smarrita.

CONTRO

La sempre presente attenzione all’elemento credibilità, tradotta in una grande mole di dettagli tecnici, potrebbe disorientare lo spettatore non avvezzo alla materia. La sceneggiatura del film di Berg non lesina in approfondimenti sulle cause del disastro, usando un gergo a volte non alla portata di tutti. A questo (relativo) limite, va aggiunto un finale che scivola su quell’elemento retorico che, per tutta la sua durata, il film aveva sapientemente evitato: una caduta di tono avvertibile, che nel complesso non inficia, più di tanto, la buona riuscita di un film che ha nell’equilibrio della sceneggiatura il suo miglior pregio.

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Marco Minniti

 
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