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DARK NIGHT

 
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Scheda
 

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Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Messa in scena scarna ma rigorosa, approccio interessante e originale a un soggetto ostico, teso a scomporre e destrutturare la cronaca dei fatti.

Contro


La scelta del regista, nel segno dell’essenzialità narrativa e di messa in scena, rende a tratti poco approfondite (e informate a una certa freddezza) le biografie personali dei sei protagonisti.


In breve

In una cittadina americana, seguiamo le storie parallele di sei personaggi, tutti giovani, tutti portatori di un disagio che non viene mai espresso a parole: tra loro, due skaters, un veterano in terapia che si è chiuso nel mutismo, un adolescente vittima di una madre soffocante. Le loro vite si trascinano tra le loro case e i santuari laici del piccolo centro urbano, tra i quali troviamo l’università e il centro commerciale. Si avvicina, nel multisala locale, la prima di un importante film: un evento verso il quale tutti loro, insieme a molti come loro, giovani e meno giovani, convergeranno. La tragedia è lì, dietro l’angolo, e ha il sapore dell’ineluttabilità…

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Posted 14 febbraio 2018 by

 
Recensione completa
 
 

Presentato prima nell’edizione 2016 del Sundance Film Festival, poi nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia dello stesso anno, questo Dark Night approda ora in sala, oltre due anni dopo la sua realizzazione, per le etichette indipendenti Mariposa e 30Holding. Un recupero significativo, tardivo ma benvenuto, per un’opera ostica quanto interessante, capace di rifarsi a un realismo cinematografico che da tempo, nel cinema statunitense, sembra confinato al panorama indipendente. Il tema (il massacro di Aurora del 2012, che si consumò durante l’anteprima del film Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno) era certo tra i più ostici, ad alto rischio sia per la vicinanza temporale degli eventi, sia per la difficoltosa scelta del registro da adottare. E Tim Sutton, mantenendo un approccio sobrio e naturalistico alla messa in scena, ma al contempo scegliendo un’associazione “libera” al suo oggetto, svincolata dalle maglie del mero cronachismo, trova una sua strada per portare sullo schermo quegli eventi. O, forse, eventi semplicemente capaci di richiamarne il dramma.

Si è parlato del cinema di Gus Van Sant, quale termine di paragone per questo Dark Night, e l’accostamento (vista l’essenzialità che rimanda direttamente ad opere come Elephant – analogo anche tematicamente – o Last Days) è tutt’altro che peregrino. Tuttavia, nel film di Sutton si trovano anche echi del primo John Cassavetes, in una partitura collettiva che pare trovare nell’improvvisazione, e in un apparente, vacuo ruotare del racconto su se stesso, la sua cifra narrativa principale. Parliamo di un’improvvisazione (e di un approccio semidocumentaristico) solo apparenti, in quanto il film di Sutton si giova in realtà di una sceneggiatura meticolosamente studiata, che (come diviene via via più evidente nel corso del film) conduce lentamente lo spettatore verso il culmine del racconto. Mentre il montaggio si fa via via più serrato, e le vicende dei sei personaggi si alternano in modo sempre più nervoso sullo schermo, il racconto sembra chiudersi (claustrofobicamente) verso il suo sbocco annunciato. Quello in cui (forse) la carica di violenza rimasta trattenuta e sottotraccia per tutta la durata del film, troverà infine la sua espressione.

Trailer:

PRO

Scarno e rigoroso, dall’andamento solo apparentemente rapsodico, il film di Tim Sutton sceglie un approccio apprezzabile e originale al suo oggetto: raccontando una vicenda che richiama, più che ricalcarlo, il triste evento a cui si ispira. L’approccio è evidente anche nella scelta di infondere un po’ della personalità del killer in ognuno dei sei personaggi: il disagio presente sui volti, nei corpi, nelle movenze di ognuno, porta a pensare che uno qualsiasi di loro, a un certo punto del suo percorso, potrebbe diventare l’autore della strage. Proprio questo approccio, che tende a sfumare l’aspetto “deviante” del killer, sovrapponendolo a una normalità che ha ormai abbandonato tutte le sue rassicuranti certezze, è il contributo teorico più interessante (e radicale) che il film offre. La tensione, dapprima sfumata, si fa sempre più palpabile, man mano che le vite dei sei ci vengono presentate in modo sempre più serrato, trasformando il film in una sorta di vortice che fa convergere (in modo quasi scientifico) la storia verso il suo culmine. Con una messa in scena che, nel corso degli 85 minuti, non cede nulla in quanto a rigore ed essenzialità, ma colpisce in modo efficace e duraturo per la sua indubbia lucidità.

CONTRO

La scelta del regista, nel segno dell’essenzialità narrativa e di messa in scena, sacrifica ovviamente qualcosa in termini di chiarezza narrativa e approfondimento delle vicende personali dei sei personaggi: un limite legato anche allo scarso minutaggio del film, di cui comunque il regista sceglie di prendersi i rischi. Un limite in qualche modo “fisiologico”, quest’ultimo, che potrebbe comunque nuocere in parte al coinvolgimento spettatoriale: trasmettendo a tratti la sensazione (probabilmente ricercata, ma a volte invadente) di una calcolata freddezza.

GALLERY

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Marco Minniti

 
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