non solo recensioni…

 
 


 
Da non perdere
 

CUORI PURI

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


User Rating
no ratings yet

 

Pro


Esordio coraggioso nella scelta del tema trattato, regia efficace, funzionale a una vicenda che sceglie di tenere sempre in primo piano i suoi due protagonisti.

Contro


La rappresentazione del contesto avrebbe probabilmente meritato un peso maggiore. Il film, specie nella sua prima parte, è gravato di diverse lungaggini narrative.


In breve

Agnese, 18 anni e un’educazione rigidamente cattolica, tutta all’insegna dei divieti e delle proibizioni, viene sorpresa a rubare in un centro commerciale. Il guardiano, Stefano, impietosito dall’evidente stato di paura e confusione della ragazza, finisce per lasciarla andare. Qualche tempo dopo, i due giovani si incontrano di nuovo. Lui, che ha perso il posto a causa del suo atto di generosità, ora lavora come custode del parcheggio interno al centro commerciale, adiacente a un campo rom. Lei sta accompagnando sua madre, che porta vestiti usati agli occupanti del campo per conto della locale parrocchia. Tra i due nasce presto un’attrazione non dichiarata, ma innegabile. Due mondi che non potrebbero essere più distanti, che tuttavia finiscono per toccarsi e compenetrarsi. Ma la rigida morale che inculcata ad Agnese da sua madre metterà presto in crisi il neonato rapporto…

0
Posted 1 giugno 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Tra le proposte italiane viste in questa quasi conclusa, settantesima edizione del Festival di Cannes, molta curiosità e interesse ha suscitato questo Cuori puri, esordio alla regia del romano Roberto De Paolis, presentato nella parallela sezione della Quinzaine des Réalisateurs. Un cognome, quello di De Paolis, che certo non risulterà nuovo agli spettatori italiani, legato com’è ad un pezzo di storia della distribuzione nostrana: il padre del regista, Valerio, fu infatti fondatore, oltre un trentennio fa, della Bim Distribuzione, storico “marchio” italiano legato al cinema d’autore nella sua accezione più generale. Proprio nel solco di una storia che, pur nella varietà delle sue proposte, ha sempre prediletto un cinema dalla forte impronta personale, con uno sguardo privilegiato sulle tematiche sociali, l’esordio del giovane De Paolis va a sviscerare la realtà proletaria capitolina, facendola collidere con quella di una borghesia sempre più spaesata e priva di punti di riferimento.

Nel narrare una storia d’amore sui generis, animata da due personaggi entrambi insofferenti alle regole e alle limitazioni dei rispettivi ambienti sociali, il regista guarda ai codici di certo cinema europeo, tutto incentrato sull’esplorazione di quelle realtà popolari urbane (e soprattutto sulle storie personali che le abitano) che ha fatto la fortuna di cineasti come i fratelli Dardenne. De Paolis si mostra memore della lezione dei due autori belgi, specie nella scelta di seguire costantemente da vicino, come un’ombra o un prolungamento, i suoi due protagonisti; un’estetica che forzatamente lascia sullo sfondo la realtà urbana, presupposta più che mostrata, avvertita solo nei segni e nelle ricadute (in entrambi i casi pesanti e durature) che ha lasciato su entrambi i personaggi.

Tuttavia, l’esplorazione del film di De Paolis punta a farsi a più ampio raggio, calandosi nella realtà socio-culturale italiana, ponendo direttamente a contatto la contraddittoria ed esplosiva realtà delle periferie con la disgregazione culturale di una borghesia ormai priva di legami con la realtà, tenacemente abbarbicata ai rituali di una religiosità ormai priva di senso e direzione, animata da un’attitudine paternalistica e incapace di qualsiasi reale comprensione nei confronti della marginalità sociale. Lo scontro, incarnato nei personaggi efficacemente interpretati da Selene Caramazza e Simone Liberati, sarà inevitabilmente deflagrante: possibile preludio a una ricomposizione (e a un’auspicabile comprensione reciproca) da perseguire tenacemente, ma tutt’altro che scontate.

Trailer:

PRO

Va dato atto di una buona dose di coraggio all’esordiente De Paolis, nell’essersi voluto immergere direttamente in una realtà come quella del proletariato urbano, messa progressivamente sempre più in ombra dal mainstream dell’ultimo trentennio: quasi cancellata, invero, in favore della rappresentazione (sempre più manierata) di un ambiente borghese che pareva essere l’unico con diritto di cittadinanza. Qui, al centro della trama non ci sono tanto le periferie capitoline (come sono state mirabilmente mostrate da titoli quali Non essere cattivo e Suburra), quanto le ferite che un ambiente sociale abbandonato a se stesso, sempre più incattivito e autoreferenziale, ha inferto nell’anima del giovane protagonista, e nella sua ormai rassegnata famiglia. Il realismo con cui viene narrato l’incontro con la giovane controparte femminile, il registro all’insegna di un’asprezza bagnata nella tenerezza più ingenua, il carattere simbolico della relazione (che rifugge tuttavia alle tentazioni del bozzetto sociale più didascalico) restano punti di forza per l’intero film. A una regia abbastanza sobria, che mostra l’esigenza primaria di seguire ogni spostamento (fisico e non) dei suoi due protagonisti, si sommano le buone prove di Liberati e Caramazza, capaci di sostanziare un film, e un soggetto, che chiede loro molto in termini di versatilità e capacità di modulazione della recitazione.

CONTRO

Il film di De Paolis trova il suo limite principale in un ritmo inutilmente dilatato, che si sofferma su eventi narrativamente poco funzionali (il rapporto della ragazza con l’amica, il subplot del cellulare) e che impiega decisamente troppo tempo per far entrare la vicenda nel vivo. Se la sceneggiatura si rivela efficace nella resa dei due personaggi principali, uno sguardo maggiore al contesto (pur restando fedeli alla scelta – principalmente registica – di restringere il campo all’esplorazione del rapporto tra i due protagonisti) avrebbe senz’altro reso più forte e pregnante l’intera costruzione del film. Un maggiore equilibrio narrativo, unito a una diversa gestione del ritmo (con interventi magari più “pesanti” in fase di montaggio – i 114 minuti del film si sentono a tratti troppo) avrebbero probabilmente giovato alla resa complessiva di questo esordio.

GALLERY

Share on FacebookShare on Google+Share on LinkedInPin on PinterestTweet about this on TwitterShare on Tumblr

Marco Minniti

 
Avatar of Marco Minniti


0 Commenti



Commenta per primo!


Risposte


(required)