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CREED – NATO PER COMBATTERE

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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2 total ratings

 

Pro


Registicamente solido, in perfetto equilibrio tra omaggio e moderna rilettura del “canone” della saga, emotivamente coinvolgente.

Contro


A volte affrettato narrativamente, a tratti penalizzato da un doppiaggio di mediocre fattura.


In breve

Adonis Johnson, figlio del campione del mondo dei pesi massimi Apollo Creed, non ha mai conosciuto suo padre, morto prima della sua nascita. Il ragazzo, nato da una relazione extraconiugale di Apollo, è stato allevato dalla moglie di quest’ultimo, che lo ha sottratto all’orfanotrofio in tenera età. Ora, Adonis sente di dover seguire le orme paterne, ma non vuole su di sé l’ingombrante peso del suo nome; così, si reca a Philadelphia per chiedere a Rocky Balboa, prima avversario e poi grande amico di suo padre, di fargli da allenatore. Rocky, dapprima riluttante, accetta di preparare il ragazzo, che subito vince un primo incontro con un pugile locale. Ma la grande occasione, per Adonis, si presenta in seguito: il campione dei pesi mediomassimi Ricky Conlan è infatti in cerca di un incontro facile (e remunerativo) prima del suo annunciato ritiro. La promozione vuole che Adonis cambi il suo nome, recuperando quello paterno: il giovane dovrà così dimostrare di avere il cuore e il coraggio che contraddistinsero Apollo, facendo cambiare idea al suo avversario sulla sua caratura.

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Posted 13 gennaio 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Le icone non muoiono mai, ma continuano a rifulgere di luce propria, allevando figli (biologici e cinematografici) che ne perpetuano e rinnovano il mito. Questa semplice regola, che abbiamo visto all’opera nel nuovo Star Wars – Il risveglio della forza, vale a maggior ragione per un simbolo degli anni ’70 e ’80 come Rocky Balboa: creatura e trampolino di lancio per il suo interprete Sylvester Stallone, protagonista di una saga sterminata, capace di ricostruire (sullo schermo, e nella dimensione simbolica del quadrato di un ring) impeto, evoluzioni e cadute di un trentennio di storia americana. Rocky, ora, diviene vecchio mentore e saggio maestro, per un giovane nei confronti del quale (a causa di un antico senso di colpa) sente di avere un debito: un’idea insieme semplice ed efficace, che consente al regista Ryan Coogler di rivitalizzare il franchise non tradendone il “canone”. Perché questo Creed – Nato per combattere è uno spin-off che in realtà si inserisce nell’evoluzione di un personaggio che non rinuncia a ritagliarsi il suo fondamentale spazio, e che tradisce tutto l’affetto (e la gratitudine) che il suo interprete continua a provare nei suoi confronti. Passando sì il testimone dei pugni e della fisicità, ma mostrando più che mai di voler restare protagonista, sullo schermo e nella moderna industria cinematografica. Esibendo le rughe e la profondità dello sguardo con la stessa fierezza con cui il suo allievo esibisce, sul ring, le ferite e il sangue.

Trailer:

PRO

Quello di Coogler (alla sua seconda regia, dopo l’indipendente Prossima fermata Fruitvale Station) è un film solido ed emotivamente forte, che sceglie la via sicura della reiterazione (comunque portata avanti con vigore e personalità) di un canone collaudato. Un po’ spin-off, un po’ remake del primo Rocky (le analogie nell’evoluzione del racconto sono evidenti) Creed è disseminato di rimandi, narrativi e visivi, a tutti gli episodi del franchise: una scelta palesemente ad uso e consumo dei nostalgici, che tuttavia non si fa mai invadente, non lasciando che il mood celebrativo invada lo spazio di un racconto che mostra, in realtà, ritmi e modalità narrative tipicamente moderni. Il regista, anche coautore dello script, mostra di conoscere bene i film della saga, ne sfronda gli elementi più kitsch e legati al periodo in cui furono concepiti, restituendone il cuore e le pulsioni di base; incarnate in un nuovo, notevole protagonista. Film di solida e vigorosa regia, Creed è anche un’opera che si regge sulla felice alchimia dei suoi due interpreti: un Michael B. Jordan in perfetto equilibrio tra durezza e fragilità, e uno Stallone che consegna qui ai suoi spettatori, probabilmente, una delle migliori prove della sua carriera. Giustamente premiato col Golden Globe, l’attore italoamericano ha conferito al personaggio uno spessore inedito, facendo bella mostra delle rughe ed esibendo un volto di disarmante sincerità: riuscendo a reggere ottimamente anche i passaggi narrativamente più “pericolosi” (quelli in cui la mancanza di misura avrebbe potuto sottrarre credibilità al tutto). In perfetto equilibrio tra omaggio filologico (non senza la giusta dose di autoironia) e rinvigorimento moderno di un intero filone, il film di Coogler mostra il giusto mix di ingredienti per coinvolgere più di una generazione di spettatori.

CONTRO

Nonostante i suoi 133 minuti di durata, il film di Coogler scivola forse un po’ troppo velocemente su alcuni passaggi narrativi (l’evoluzione iniziale del rapporto tra i due protagonisti, l’indebita rivelazione della parentela del giovane) mostrando qualche limite nell’assemblaggio finale del prodotto. Non sempre Coogler, effiacissimo nel controllo della componente spettacolare e nella direzione degli attori, si prende il giusto tempo per evidenziare gli snodi di trama più pregnanti. Va segnalata inoltre (ed è purtroppo un rilievo che sempre più spesso ci troviamo a fare) la mediocre qualità di un doppiaggio che, in alcuni punti, finisce per sottrarre intensità e forza emotiva alla vicenda.

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Marco Minniti

 
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