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CONFERENZA STAMPA “VERGINE GIURATA”

 


In breve

Dopo la presentazione nel corso dell’ultima Berlinale (e con la notizia, fresca, della selezione per il concorso di un altro importante festival, quello di Tribeca) l’esordio nel lungometraggio di Laura Bispuri, Vergine Giurata, si prepara ad approdare nelle nostre sale. Un film duro ma affascinante, tutto basato sull’espressività e la corporeità di una Alba Rohrwacher che interpreta una donna costretta a diventare uomo per ottenere la libertà. Un viaggio di andata e ritorno tra i monti dell’Albania (in cui vige il rigido codice consuetudinario del Kanun) e un’imprecisata città italiana; ma soprattutto un’immersione nell’anima della protagonista, nel suo travaglio interiore per riscoprire e affermare la sua identità di donna.

Del film, della sua genesi e delle suggestioni che esso porta con sé, hanno parlato la regista e la protagonista, nell’incontro con la stampa che si è tenuto stamane a Roma.

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Posted 6 marzo 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Dopo la presentazione nel corso dell’ultima Berlinale (e con la notizia, fresca, della selezione per il concorso di un altro importante festival, quello di Tribeca) l’esordio nel lungometraggio di Laura Bispuri, Vergine Giurata, si prepara ad approdare nelle nostre sale. Un film duro ma affascinante, tutto basato sull’espressività e la corporeità di una Alba Rohrwacher che interpreta una donna costretta a diventare uomo per ottenere la libertà. Un viaggio di andata e ritorno tra i monti dell’Albania (in cui vige il rigido codice consuetudinario del Kanun) e un’imprecisata città italiana; ma soprattutto un’immersione nell’anima della protagonista, nel suo travaglio interiore per riscoprire e affermare la sua identità di donna.

Del film, della sua genesi e delle suggestioni che esso porta con sé, hanno parlato la regista e la protagonista, nell’incontro con la stampa che si è tenuto stamane a Roma.

Laura Bispuri, quali sono state le tue sensazioni dopo la presentazione del film al festival di Berlino?

Laura Bispuri: E’ stata un’esperienza incredibile, del tutto nuova per me: a Berlino non c’ero mai stata, neanche come spettatrice. È significato entrare in un festival di livello altissimo, era coinvolgente, emozionante. L’applauso finale, dopo la proiezione del film, è stato reale, caloroso: un risultato che non era scontato. La risposta è stata di estremo calore verso il film, sia da parte della stampa che del pubblico.

Hai trovato una differenza di percezione del film tra gli italiani e gli stranieri? Secondo te ne è stato colto il senso?

Laura Bispuri: Per ora non mi pare di aver colto differenze. Anche la stampa italiana mi sembra sia stata molto vicina al film. La sensazione che ho avuto, dalle interviste, è stata che davvero ne avessero colto appieno il senso, rispetto alle sue tante stratificazioni; io, nei miei lavori, non mi fermo al livello della trama e del racconto, ma cerco di avere vari piani di lettura. Mi pare che questi, in questo caso, siano arrivati tutti.

Alba Rohrwacher, come hai costruito il tuo personaggio?

Alba Rohrwacher: Laura mi fece leggere la sceneggiatura 3 anni e mezzo fa, e mi è piaciuta subito. Io già seguivo il suo lavoro nei cortometraggi, e l’avermi contattata mi è sembrato un regalo da parte sua. Abbiamo iniziato una collaborazione che di fatto è durata anni, visto che il film ha avuto un percorso molto lungo: non nascondo che, per interpretare un ruolo del genere, ho avuto anche delle paure, ma le ho superate anche grazie alla fiducia che lei riponeva in me. Abbiamo cercato, insieme, di costruire un personaggio che fosse credibile: il lavoro principale è stato quello sul corpo, visto che il film partiva dal racconto di un corpo che fosse una prigione. Non volevamo, però, mostrare una trasformazione; piuttosto, lo scopo era rendere il personaggio una creatura a metà, in cui si intravedesse l’ombra di quella donna che lei stessa nega. Poi c’è stato il lavoro sull’albanese, una lingua molto dura, aspra, che contiene suoni per me molto lontani. Ho lavorato con una persona che mi dava quotidianamente lezioni, e le difficoltà pian piano si scioglievano.

Laura, il film è tratto da un romanzo. Come ti sei approcciata al testo, e alla sua traduzione in immagini?

Laura Bispuri: Il romanzo mi era stato consigliato da una persona che aveva visto i miei lavori precedenti, e mi disse che mi sarebbe piaciuto. In effetti aveva ragione, mi colpì subito: potevo lavorarci in continuità con i temi dei miei cortometraggi, e mi dava la possibilità di approfondirli. Cinema e letteratura sono due linguaggi diversi, ed è importante anche che il lavoro cinematografico possa “tradire” quello scritto. Ho mantenuto una fedeltà sostanziale al cuore della storia, ma mi sono anche presa la libertà di cambiare: è stato un lavoro che è durato anni, in cui facevo viaggi in Albania, tornavo e scrivevo, aggiungendo particolari ed eventi. L’ho scritto insieme a Francesca Manieri, una sceneggiatrice con cui lavoro da anni.

Hai dei modelli cinematografici a cui fai riferimento?

Laura Bispuri: Amo in generale i film in cui riconosco un regista, in cui sento che c’è una testa che propone delle idee. Mi piace sentire uno sguardo dietro al film, una visione del mondo che sia evidente. Non amo definire questi film “d’autore”, perché in Italia è un termine che si usa in modo improprio: ma mi piace che ci sia uno sguardo forte, evidente. Di modelli ne ho vari, mi piacciono per esempio i Dardenne, e poi mi piacciono film come Sister, o La gabbia dorata, per restare agli ultimi anni. Se parliamo invece del passato, Pasolini è il regista davanti a cui mi inchino tutti i giorni. Ma ripeto, in generale mi piace sentire che ci sia un punto di vista, una forza dietro al film.

Qual è, secondo te, lo stato attuale del cinema italiano fatto da donne?

Laura Bispuri: In Italia, più che sul cinema bisognerebbe fare un discorso più ampio, sulla rappresentazione e lo spazio delle donne; visto che a livello di statistica il mondo femminile, nelle varie professioni, è minoritario. Mi pare che nel cinema un po’ di miglioramento ci sia stato, comunque: la sorella di Alba, Alice, ne è un esempio, con un suo carattere inconfondibile. Un po’ le cose stanno cambiando, secondo me, pur in un contesto che complessivamente non si può dire positivo.

C’è un collegamento, nel periodo di uscita del film, con la ricorrenza dell’8 marzo?

Laura Bispuri: Io credo che il senso di libertà a cui il film inneggia vada oltre la libertà delle donne, che sia un senso di libertà più ampio, al di là dei generi e delle categorie. Come dicevo, il film ha una complessità, una stratificazione, ma in fondo anche una sua semplicità: il senso di libertà che la protagonista persegue è in realtà qualcosa di molto semplice, per cui però lei stessa ha fatto un cammino enorme. E’ la libertà, semplicemente, di riconoscersi come se stessa.

Alba Rohrwacher: In effetti, ciò vale per tutte le cose semplici: arrivarci può essere molto complicato. Rispetto al film, la protagonista fa un viaggio enorme, per giungere alla fine alla sua identità.

Quali sono i vostri progetti futuri?

Laura Bispuri: Nel mio percorso, che in realtà dura anni, non mi sono mai fermata: nel mio lavoro ho sempre una grande spinta e una gran voglia di mettermi in gioco, con entusiasmo, curiosità ed energia. Ora c’è già un’idea embrionale in cui trovo un grande fascino, e su cui sto già lavorando: per ora però non posso dire di più.

Alba Rohrwacher: Io mi auguro per il futuro di incontrare progetti che, come questo, diventino più che un film: che siano cioè un’avventura di vita, un qualcosa di indimenticabile, in un mestiere come il nostro in cui il confine tra vita e lavoro è labile. E’ meraviglioso incontrare un progetto che puoi anche accogliere nella tua vita. Per quanto riguarda i miei lavori futuri, quest’estate ho recitato nel nuovo film di Bellocchio, che ancora deve uscire, e poi ho lavorato anche nel nuovo film di Garrone. Ora sto girando un film diretto da Ascanio Celestini, e subito dopo ne girerò un altro, di cui però, per ora, non posso rivelarvi nulla.

Il film sarebbe stato diverso, se il regista fosse stato un uomo?

Laura Bispuri: Io credo esistano bei film e brutti film, al di là del sesso del regista: nella fattispecie, non so cosa avrebbe fatto un uomo. Questo film era molto vicino a me, e ci ho messo tanto di me: io credo, innanzitutto, nella vicinanza del regista al progetto e alla storia che racconta.

Nelle sequenze acquatiche, ambientate nella piscina, c’è forse un rispecchiamento del percorso del protagonista?

Laura Bispuri: Sì, e sono emblematiche de rapporto a specchio tra Mark/Hana e Jonida: c’è una similitudine tra l’apnea vissuta da lei sulle montagne, e l’apnea di Jonida in quello sport. Il loro è un percorso di aiuto e di liberazione.

Il film sembra affrontare, più in generale, il tema di vari tipi di “gabbie”.

Laura Bispuri: La sensazione che ho avuto, leggendo il libro, è che si partisse da un argomento specifico, dal tema delle vergini giurate, per arrivare a una riflessione universale e contemporanea: lo scopo era prendere queste “creature a metà” e provare ad immaginare come si potessero collocare in una società come la nostra. Anche nei miei lavori precedenti partivo dal tema delle “gabbie”: mi piace prendere per mano i personaggi che vi sono incastrati, per vari motivi, e pian piano accompagnarli in un viaggio che li libera. Ci sono gabbie in un luogo come l’Albania, con quelle leggi, ma anche in società come la nostra: il nuoto sincronizzato è una metafora rispetto alla condizione femminile di oggi, nella nostra società, caratterizzata anch’essa da vari tipi di gabbia.


Marco Minniti

 
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