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In breve

Titolo scelto per rappresentare la Disney durante il periodo natalizio, in perfetto equilibrio tra tradizione e modernità, rivolto ai più giovani ma con una complessità e una stratificazione che lo rendono adatto ad un pubblico trasversale, Oceania è forse il miglior prodotto che la Casa del Topo abbia fatto uscire da molti anni a questa parte. Un’opera che è insieme racconto di formazione e fiaba dal taglio classico, compendio di inesausta avventura e studio antropologico, orgogliosa sottolineatura del “canone” e sua apertura verso modelli altri (l’animazione orientale e quella europea in primis).

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Posted 8 dicembre 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Titolo scelto per rappresentare la Disney durante il periodo natalizio, in perfetto equilibrio tra tradizione e modernità, rivolto ai più giovani ma con una complessità e una stratificazione che lo rendono adatto ad un pubblico trasversale, Oceania è forse il miglior prodotto che la Casa del Topo abbia fatto uscire da molti anni a questa parte. Un’opera che è insieme racconto di formazione e fiaba dal taglio classico, compendio di inesausta avventura e studio antropologico, orgogliosa sottolineatura del “canone” e sua apertura verso modelli altri (l’animazione orientale e quella europea in primis).

In occasione dell’anteprima romana del film, già grande successo negli USA, i due registi Ron Clemens e John Musker (al loro attivo classici moderni come La sirenetta e Aladdin), insieme al produttore Osnat Shurer, hanno incontrato i tanti giornalisti intervenuti nella sala dell’hotel De Russie. Successivamente, i tre hanno lasciato spazio ad alcuni dei membri del cast italiano di doppiaggio, che hanno raccontato il loro lavoro e il rapporto coi rispettivi personaggi: Angela Finocchiaro nel ruolo della nonna della protagonista, i cantanti Chiara Grispo e Sergio Sylvestre, a interpretare rispettivamente le parti cantate della protagonista e del semidio Maui, e il musicista Raphael Gualazzi nel ruolo del granchio Tamatoa.

Perché avete scelto proprio questa porzione del mondo, con la sua mitologia? È evidente, nel film, un lavoro di ricerca piuttosto intenso.

John Musker: E’ stato cinque anni fa che ho avuto l’idea di ambientare un film proprio in quell’area del Pacifico, le isole polinesiane: avevo visto dei dipinti, e letto dei libri che parlavano proprio di quei luoghi, e ne ero rimasto affascinato. Ho studiato la mitologia polinesiana, e ho scoperto la storia di Maui, semidio che girava con un amo da pesca magico e dei tatuaggi sulla pelle. Ho presentato l’idea a Ron, e insieme ne abbiamo parlato a John Lasseter. Era un’idea che secondo me si adattava bene a un film animato.

Ron Clemens: Abbiamo presentato l’idea a Lasseter, e a lui è piaciuta molto: ci ha detto che bisognava cercare di saperne di più, così abbiamo deciso di recarci sul posto, e ci siamo rimasti per tre settimane per fare delle ricerche. In questo viaggio, abbiamo appreso molto circa la storia della navigazione: questi popoli erano infatti i più grandi navigatori del mondo, e avevano uno stretto legame con l’oceano. Per loro, l’oceano è come se fosse vivo, e inoltre mostravano un rapporto molto stretto coi loro antenati e le loro tradizioni.

Osnat Shurer: Di viaggi, in realtà, ne abbiamo fatti diversi: sono andati lì, separatamente, sia registi che operatori. Durante questi viaggi siamo riusciti a stabilire un rapporto di fiducia con le popolazioni locali.

Cosa potete dirci sulle musiche del film, e sulla collaborazione col compositore Lin-Manuel Miranda? Quest’ultimo, tra l’altro, è stato scelto per lavorare sul remake live action de La sirenetta…

John Musker: Quando ci siamo recati sull’isola, ovunque andassimo, da qualsiasi parte ci voltassimo, sentivamo musica. Magari erano canzoni di benvenuto o di saluto, oppure di addio. Quindi, abbiamo deciso di inserire una forte componente musicale, e a quel punto Osnat ha fatto delle ricerche sui musicisti locali, di cui abbiamo cercato di ricreare lo stile. Abbiamo coinvolto anche Mark Mancina, che aveva già lavorato su Il Re Leone: in quel film, c’era un ponte tra la musica dei musicisti tradizionali africani, e quella moderna di Elton John. Qui, ci serviva un collegamento simile. Manuel lo abbiamo incontrato anni fa a New York, e lo abbiamo coinvolto quando ancora non aveva avuto molto successo. Ci serviva un continuo passaggio tra le canzoni cantate nella lingua locale e l’inglese, e abbiamo pensato che lui potesse offrircelo.

Ron Clemens: Lui, poi, è da sempre innamorato delle musiche dei film Disney, è cresciuto con La sirenetta e con le sue musiche. Proprio in onore di quel film chiamò suo figlio Sebastian.

Questo è un film che ha dentro tante storie e metafore, tutte incarnate dall’eroina. Cos’ha lei di diverso dagli altri eroi della Disney?

Osnat Shurer: Lei è davvero un personaggio come non ce ne sono: è un’eroina della propria storia, la sua missione è quella di salvare il suo mondo, una missione in cui non c’è spazio per vicende romantiche. La sua è una storia che parla dell’ascoltare quella voce che abbiamo dentro di noi e ci guida, un tema ricorrente nei film Disney: dentro di noi, nel profondo, c’è una voce che possiamo seguire solo se ci fermiamo ad ascoltarla. È un personaggio quindi molto moderno, anche se si ricollega a una tradizione e a un’eredità di cui siamo molto orgogliosi.

Com’è venuta l’idea dei tatuaggi animati sul corpo di Maui?

Ron Clemens: Dall’inizio della realizzazione volevamo animare quei tatuaggi, ci sembrava un’idea interessante. Man mano, però, i tatuaggi hanno iniziato ad assumere una vera e propria vita, un’esistenza autonoma: tra questi, c’è il “mini-Maui”, che nel film rappresenta un po’ il suo alter ego, il suo grillo parlante. Lui è uno sbruffone, uno che si vanta, e quella è un po’ la sua coscienza.

I personaggi hanno un look “rotondo”, come li avete pensati? I capelli e l’acqua, tra l’altro, sono elementi molto realistici, due veri protagonisti.

Ron Clemens: Beh, abbiamo sempre sentito dire che le due cose più difficili da animare erano proprio l’acqua e i capelli. E allora, cosa c’è venuto in mente di fare un film in cui questi elementi avessero tutto questo peso? Eravamo pazzi? Forse sì! Anche Teka, il mostro di fuoco, è stato difficilissimo da realizzare, e così anche l’oceano. È stata una sfida enorme, ma per fortuna avevamo persone di grande talento. Dopo vari sviluppi, sono riusciti a combinare al meglio l’animazione dei personaggi e quella degli elementi come l’acqua e il fuoco.

John Musker: Cinque anni fa, quando ci siamo recati presso quelle isole, abbiamo incontrato una persona che trattava l’oceano come se fosse un essere umano: gli parlava e quasi lo accarezzava, come se fosse una creatura che aveva emozioni e sentimenti. Così, abbiamo pensato anche noi di trattare l’oceano come un vero e proprio personaggio: un po’ come succedeva in Aladdin col tappeto.

Cosa possono dirci i doppiatori sul loro rapporto coi rispettivi personaggi?

Raphael Gualazzi: Io do la voce a un granchione gigante ed egocentrico: è stata una bella sfida, perché sono entrato in personaggio completamente diverso da me.

Angela Finocchiaro: Il mio personaggio è invece un po’ l’ispiratrice di Vaiana, una nonna anticonformista che le fa intuire il richiamo dell’oceano. Una specie di matta del villaggio, ma anche una mentore per la protagonista.

Chiara Grispo: Io invece do la voce a Vaiana nelle parti cantate: per me non è stato per niente difficile, perché nel personaggio mi ci rivedo molto.

È stato difficile adattare le canzoni dall’inglese all’italiano?

Chiara Grispo: Quello sì, perché per me era una cosa nuova: devi stare attento ad ogni particolare, ai respiri, ai sorrisi, ecc. Però è un’esperienza che mi ha insegnato tantissimo, dandomi tanto anche come persona.

In cosa somigli a Vaiana?

Chiara Grispo: Lei è una ragazzina forte, che fin da piccola sapeva qual era il suo obiettivo: come lei, anch’io ho sempre saputo qual era la mia strada. Ho 19 anni, e anch’io ho preso le mie porte in faccia, sia chiaro, ma come lei non mi sono mai fermata. Ogni sua parola e ogni suo gesto li ho provati anch’io.

Per quale obiettivo sareste disposti a prendere una zattera e ad andare verso l’avventura, come fanno i vostri personaggi?

Raphael Gualazzi: Io lo farei per l’amore e per la musica, credo.

Angela Finocchiaro: Io credo che lo farei per l’amore, ma non per forza per un amore legato a una sola persona. L’amore può essere anche per la giustizia, per l’uguaglianza, e in generale per gli altri.

Chiara Grispo: Direi per la musica, soprattutto, e credo anche per la mia famiglia.

Sergio Sylvestre: Io l’ho già fatto, visto che vengo da Los Angeles. A volte, nella vita, serve buttarsi.

Chiara, tu hai realizzato un sogno di tante ragazze, quello di doppiare una principessa Disney. È stato emozionante? Hai sentito la versione originale delle canzoni?

Chiara Grispo: Sì, ho visto il film in inglese, ed era bellissimo. È un sogno che si realizza, sì: con la Disney ci sono cresciuta, quelle canzoni mi hanno fatto iniziare a cantare. E poi, lo ripeto, mi ci sono trovata bene anche perché Vaiana è un po’ come me.

Quali canzoni hai più nel cuore, tra quelle della Disney?

Chiara Grispo: Quelle di High School Musical, credo, visto che ci sono praticamente cresciuta.

Angela, che ne pensa dei personaggi come il suo, un po’ strani e anticonformisti, che però dicono verità importanti?

Angela Finocchiaro: Quando hai la fortuna di avere un legame forte con qualcuno, per esempio con un nonno, è importante riuscire ad ascoltarlo. Quando nella tua vita entra un maestro, è fondamentale riuscire a rendersi conto che questo ti apre una possibilità, una vista: è un regalo incredibile, e bisogna avere le antenne per coglierlo. Nel caso di Vaiana, la nonna rappresentava le sue radici: puoi partire ad esplorare il mondo quando le radici sono molto salde.

Qual è il suo rapporto con la Disney al di là di questa esperienza?

Angela Finocchiaro: Ho sempre amato moltissimo i cartoni animati, mi sono persino innamorata di uomini che disegnavano. Se ripenso a Pinocchio, per esempio, mi pare che in ogni inquadratura ci sia un miracolo, un lavoro fatto di fatica e passione. Quando ho avuto i miei figli, non vedevo l’ora di farli diventare dipendenti come lo sono stata io.

Questo è un film fatto di grandi metafore, oltre che di spettacolo..

Raphael Gualazzi: E’ un film che sa essere anche educativo, certo: un bambino che guarda un’isola farsi nera, per esempio, può capire facilmente che c’è un riferimento all’inquinamento.

Sergio Sylvestre: Vaiana sa chi vuole essere, nonostante ciò che gli dicono i genitori: segue le sue passioni, e va oltre le sue paure.

Chiara Grispo: Una metafora è anche quella del limite fisico dell’oceano, che rappresenta il superamento dei propri limiti.

Angela Finocchiaro: E’ un film che ha una doppia faccia, come tutte le favole: i bambini devono sempre subire uno spavento che li aiuta a crescere. Vaiana, qui, rischia di morire di fronte al mostro. La sua è una saggezza intuitiva, che poi cambia di segno. Il messaggio è che se prima non entri nel dolore, poi non vai oltre e non cresci.

Raphael Gualazzi: C’è un ritorno al valore educativo delle emozioni, con quel cuore che viene restituito, perché non può essere posseduto. È un ritorno alla semplicità di valori più importanti.

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Marco Minniti

 
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