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In breve

Per il suo ritorno, dopo otto anni, al cinema di fiction, Mimmo Calopresti ha scelto un genere per lui insolito, il noir. Un noir che si ispira liberamente a un romanzo di Gaetano Savatteri (qui anche consulente per la sceneggiatura) e che sceglie come ambientazione un’insolita Trieste, cupa e notturna. Un setting ricostruito con l’uso del digitale (altra novità per il regista) che si muove tra passato e presente, tra la cronaca della costruzione di un’amicizia, in un mondo fatto di difficoltà economiche, disparità e utopie, e la descrizione di un presente che ha sfaldato le relazioni, indurito gli uomini, sigillato i segreti. Questi ultimi, tuttavia, rischieranno di venire a galla quando un vecchio debito chiederà di essere saldato.

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Posted 13 novembre 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Per il suo ritorno, dopo otto anni, al cinema di fiction, Mimmo Calopresti ha scelto un genere per lui insolito, il noir. Un noir che si ispira liberamente a un romanzo di Gaetano Savatteri (qui anche consulente per la sceneggiatura) e che sceglie come ambientazione un’insolita Trieste, cupa e notturna. Un setting ricostruito con l’uso del digitale (altra novità per il regista) che si muove tra passato e presente, tra la cronaca della costruzione di un’amicizia, in un mondo fatto di difficoltà economiche, disparità e utopie, e la descrizione di un presente che ha sfaldato le relazioni, indurito gli uomini, sigillato i segreti. Questi ultimi, tuttavia, rischieranno di venire a galla quando un vecchio debito chiederà di essere saldato.

Dopo la proiezione per la stampa di questo Uno per tutti, a Roma, il regista ha incontrato i giornalisti in una conferenza breve ma densa; con lui, gran parte del cast (Fabrizio Ferracane, Giorgio Panariello, Isabella Ferrari e Thomas Trabacchi) e lo stesso Savatteri. Al centro dell’incontro, il film e il suo rapporto con la realtà, col paese e coi temi dell’amicizia e della memoria, motivi portanti della sua trama.

Com’è stato “tornare a casa”, dal documentario al cinema di finzione?

Mimmo Calopresti: Avevo bisogno della finzione per raccontare la realtà. Il documentario permette di farlo con più facilità, mentre qui l’operazione è diversa: la realtà va interpretata. A questo progetto ho pensato un giorno in cui ho letto la recensione del romanzo: mi piaceva l’idea del rapporto tra passato e presente. È un motivo molto usato dal cinema, ma a me interessava perché oggi, al contrario, tutti vogliono occuparsi del futuro. Questo per me è inconcepibile: trovo importante la capacità della memoria, quella di ricordarsi e di proiettarsi nel futuro. Oggi invece c’è solo la retorica del sogno, un sogno che rischia di diventare incubo. Oggi, al passato tutti pretendono di sfuggire.

Panariello, come ha affrontato questo ruolo così insolito? Cosa rappresenta in questo punto della sua carriera?

Giorgio Panariello: E’ stato difficile, anche se si sa che il comico, da sempre, è capace anche di lavorare sul dramma. Il difficile però era essere credibile in un ruolo del genere, visto che la gente è abituata a vedermi altrove. Mimmo è stato bravo a togliermi la sovrastruttura da comico; mi diceva “tu devi guardare senza guardare, camminare senza camminare, alzare la mano senza alzarla”. Grazie a lui ho imparato a far capire le cose senza bisogno di caricarle. Quando mi ha proposto il ruolo di un poliziotto, la prima cosa che ho pensato è stata “Ok, finalmente si spara!”. In realtà, invece, ho fatto il poliziotto vero, quello di tutti i giorni, che ha i problemi di tutti e si confronta con la pochezza dei mezzi e la disorganizzazione delle forze dell’ordine. Mi è piaciuto poterlo interpretare, è un’espressione del quotidiano.

Pensa di continuare con ruoli di questo tipo?

Giorgio Panariello: Questa non è una parentesi, per me. Solo in Italia siamo abituati ad essere incasellati in un genere, e a ragionare in termini di parentesi. La mia carriera, al contrario, la considero una linea retta.

Calopresti, questa è stata la sua prima volta col digitale, com’è stato l’approccio? Nel film c’è un look un po’ iperrealista.

Mimmo Calopresti: C’ho messo un anno prima di trovare la macchina giusta da usare, alla fine ho scelto la Alexa. Mi è sembrato che lo sguardo giusto per il mondo odierno fosse quello del digitale. Era mio compito creare un ambiente di tipo noir, attraverso i posti, le facce, i dialoghi e le inquadrature. La città di Trieste, poi, ha accanto il vecchio porto e quello moderno, comprende in sé passato e presente.

Il film mantiene, del romanzo, un cuore meridionale, la descrizione di due mentalità in contrapposizione…

Gaetano Savatteri: I tre personaggi sono degli stranieri, figli dell’emigrazione dal sud al nord. Il tema è anche quello del rapporto tra padri, madri e figli. Oggi si tende a deresponsabilizzare i figli dicendo che il paese è finito, che non c’è più speranza, però poi si pretendono da loro comportamenti rispettosi della legge. I genitori pretendono la responsabilità dai figli, ma poi sono incapaci di prendersela loro stessi.

Isabella Ferrari, qual è stato l’approccio al suo personaggio?

Isabella Ferrari: La prima cosa che mi sono appuntata è stata l’idea di una donna che guarda alla finestra: lei non riesce né ad andarsene né a restare, ha fallito nella sua missione di moglie e di madre. Pratica il buddismo e il Tai Chi per cercare una pace che non trova. Ha in sé un dolore insanabile, va contro la legge per proteggere suo figlio; ma quando dice “la prigione non lo farà una persona migliore”, io sono d’accordo con lei.

I personaggi, in generale, rappresentano il cosa possa voler dire essere amici, anche con la disponibilità ad andare oltre…

Thomas Trabacchi: L’aspetto più generale è quello dell’amore, che interroga profondamente l’etica; ovvero, il limite fin dove è lecito spingersi per aiutare le persone a cui si vuole bene. Sarebbe più semplice se fosse chiaro cosa vuol dire la salvezza. I personaggi sono tutti a un punto critico della loro vita, e poi c’è l’elemento della comunicazione, la capacità delle persone di relazionarsi profondamente tra loro.

Fabrizio Ferracane: Tutto è in subbuglio, come l’acqua sul fuoco che pian piano si riscalda. I rapporti, nel film, sono silenziosamente vivi. Lo si vede nel rapporto del mio personaggio con la moglie e il figlio: lui non accetta neanche l’idea che il figlio possa stare lontano da casa, anche se si è macchiato di un crimine. Tutto si muove in modo sotterraneo, ma molto forte.

Calopresti, la generazione dei Risi, Comencini, Monicelli e Germi non si poneva il problema della paternità. Quella di Bellocchio e Bertolucci a un certo punto inizia a mettere in scena i ragazzi. Ma è solo la vostra generazione, però, che a un certo punto dice “noi siamo padri”. Si riconosce in questa considerazione?

Mimmo Calopresti: Io penso che il problema di ciò che noi siamo sia fondamentale. Non possiamo far finta di non considerare ciò che siamo, e ciò che abbiamo combinato nella vita. Cosa abbiamo lasciato? E’ importante interrogarsi sempre su questo. Sei “potente” se sei capace di capire chi sei, non se perdi tempo a parlare di sogni.


Marco Minniti

 
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