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In breve

Dopo i consensi ottenuti all’ultima Berlinale, con la conquista dell’Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura e del Teddy Award (destinato ai film con tematica LGBT) Una donna fantastica (in originale Una mujer fantastica) si prepara ad approdare nelle sale italiane. Il nuovo film di Sébastian Lelio (al suo attivo l’altrettanto apprezzato Gloria) è un melodramma che affronta il tema della diversità sessuale attraverso una storia sul lutto e sulla negazione stessa del diritto di vivere quest’ultimo.

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Posted 22 settembre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Dopo i consensi ottenuti all’ultima Berlinale, con la conquista dell’Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura e del Teddy Award (destinato ai film con tematica LGBT) Una donna fantastica (in originale Una mujer fantastica) si prepara ad approdare nelle sale italiane. Il nuovo film di Sébastian Lelio (al suo attivo l’altrettanto apprezzato Gloria) è un melodramma che affronta il tema della diversità sessuale attraverso una storia sul lutto e sulla negazione stessa del diritto di vivere quest’ultimo. Il registro è duro ma al contempo intriso di lirismo, mentre gran parte del peso del film viene portato sulle spalle dalla protagonista (autentica transgender) Daniela Vega.
Il regista cileno, a Roma per presentare il film alla stampa (l’uscita è prevista per il 19 ottobre) ha risposto alle domande dei giornalisti intervenuti alla Casa del Cinema, in un incontro ricco di spunti e suggestioni.

È venuta prima l’idea del film, o la scoperta dell’attrice protagonista?

Le due cose sono venute contemporaneamente. Siamo partiti con una premessa: cosa succede se la persona che ami ti muore tra le braccia, e se le sue braccia sono il posto peggiore per morire, perché tu sei la persona non voluta, non amata? Durante la stesura della sceneggiatura, ho pensato all’ipotesi di fare di questa persona un transgender: a quel punto ho dovuto fermarmi, perché allora vivevo a Berlino, e avevo perso il contatto con la realtà di Santiago, quindi ho sentito la necessità di tornare lì e cercare di capire com’era la situazione. Ho incontrato due o tre transgender, per liberarmi dall’ignoranza che avevo sull’argomento, e dai cliché. Non cercavo un’attrice, ma volevo innanzitutto capire se volevo fare il film o no, e intanto cercavo una consulente. Tutti mi dicevano che dovevo incontrare Daniela: allora ci siamo incontrati, l’ho conosciuta ed è stata una cosa fantastica. Questo incontro è stato una pietra miliare per la realizzazione del film, e in un certo senso anche per la mia vita: ne sono rimasto affascinato, lei rappresentava una sfida, e le ho voluto subito bene. Lei ha accettato di farmi da consulente, siamo andati avanti col processo, abbiamo continuato a scrivere e ci sono cose nel film che vengono proprio da lei, come il fatto che lei fosse una cantante lirica. A quel punto ho capito tre cose: che volevo fare il film, che non potevo faro senza un’attrice transgender, e che volevo che quell’attrice fosse lei. Finita la sceneggiatura, gliela ho mandata, e le ho chiesto se voleva accettare il ruolo. Lei ha detto di sì.

Lei quindi non aveva mai recitato prima?

Aveva qualche esperienza teatrale, ma non aveva mai studiato recitazione, è un’artista naturale. Aveva fatto un film, in passato, ma era un film di diploma: non aveva mai recitato in cose di questa dimensione. Qui le abbiamo chiesto di percorrere tutto lo spettro possibile di emozioni. È stata una grandissima sfida per lei, io la considero una forza della natura. È stato normale chiederle di interpretare il film.

Ma lei è un personaggio pubblico, in Cile, o è nota solo nell’ambiente artistico?

Oggi sì, è molto nota, lo è diventata dopo l’uscita del film: questo indica che la società cilena era in parte pronta a fare spazio a una figura come questa. Lei poi ha partecipato a programmi televisivi e radiofonici, con lei c’è stata nella società cilena una vera e propria trasformazione; ora è anche testimonial di una catena di centri commerciali. È interessante vedere con quale grazia abbia assunto questo ruolo, come ora si possa girare per la città e imbattersi in una sua immagine pubblicitaria; dall’altra parte c’è il fatto che, comunque, si sa che è una transgender, la sua identità è nota.

Il film affronta il tema del morire tra le braccia sbagliate. Nel film tutti i problemi vengono dal fatto che lei sia una trans, ma in Italia sarebbe stato successo lo stesso se il protagonista fosse morto tra braccia di una qualsiasi amante. Non è un elemento un po’ ridondante, in questo senso, il fatto che lei sia una trans?

Il fatto sia trans è alla base di tutte le complessità che il film affronta, è quello che porta alla configurazione o al rifiuto. Ma avrebbe anche potuto essere una cosa diversa: io spero che il film venga visto come un’opera che va oltre questo tema, spero che abbia un’eco e che sia uno specchio di qualsiasi situazione fragile. È un film sui limiti dell’empatia, e su cosa siamo disposti a consentire agli altri. Può essere vero che alcuni rapporti siano meno legittimi di altri, e se sì, chi è che lo decide, e sui limiti di cosa? Daniela Vega è davvero transgender, quindi il tema c’è: ma mi auguro che il film riesca ad andare oltre. È un film che parla della condizione della società umana di oggi, e di quali possano esserne gli elementi importanti. La lealtà, ad esempio: dove si ferma? Alla famiglia, alla situazione sociale, alla razza?

Come ha scelto i pezzi che compongono la colonna sonora?

Ci sono due livelli: il primo riguarda ciò che viene da dentro la storia, ovvero lei che canta salsa e successivamente un’aria, e poi c’è il livello della colonna sonora vera e propria, scritta da Matthew Herbert. In questo secondo livello volevo la colonna sonora “giusta”, che avesse un tocco classico. Daniela è davvero una cantante lirica: nella prima stesura della sceneggiatura, lei doveva cantare musica popolare, ma mi diceva che non sapeva cantarla, e che non sarebbe riuscita a impararla. Io non ci credevo, ma in effetti non c’è riuscita. Non sapevo quanto fosse difficile per una cantante lirica adattarsi alla musica popolare: una settimana prima delle riprese, lei mi ha detto: “Guarda, devi ascoltare”, e mi ha cantato un’aria barocca. Io sono rimasto senza parole, e allora le ho detto: “Esci, devo lavorare e mettermi a cambiare la sceneggiatura”.

È una bella idea quella del “realismo magico” che permea la storia. È nata con l’idea della sceneggiatura, o dopo aver preso confidenza col personaggio?

Dopo numerose conversazioni, e scambi durati mesi con lei, vedendo la sua ipermodernità ho voluto spingere sceneggiatura in territori ipersconosciuti. Questo è un film “transgenere” su una transgender: è insieme un film romantico, un thriller, un ghost movie, è una storia che doveva andare oltre e travalicare i generi. Questo è dovuto proprio alle mie conversazioni con lei: volevo un film che avesse un’identità ma non fosse facilmente etichettabile. L’identità del film, in questo senso, si sovrappone all’identità di Daniela. Questo progetto mi ha spinto a chiedermi cos’è una donna, e poi anche cos’è un film: è un film che si mette in dubbio e si interroga su se stesso, che riflette sul fatto che l’identità sia forgiabile e modificabile.

Come ha lavorato con lei e col protagonista per creare alchimia?

Non mi piace fare prove, ma piuttosto creare uno spazio di fiducia con gli attori: c’è stata la possibilità di conoscersi a vicenda, loro avevano il diritto di perdersi ed essere sciocchi, sapevano che mi sarei preso cura di loro. Sono stati entrambi molto coraggiosi e gliene sono grato, da loro viene proprio gran parte dell’umanità di film.

Nel film c’è il tema del lutto e quello dei diritti civili negati. È un film che va visto anche come parte di una battaglia per dare a chiunque il diritto di poter piangere il proprio amato, al momento della dipartita?

Il Cile, così come altri paesi, ha vissuto e vive ancora il problema del rifiuto di consentire di dire addio al proprio amato: è un problema presente e vivo, anche per via della crisi politica che il paese ha sperimentato. Oltre a questo, ho percepito come ancor più necessario il chiedermi perché queste persone sono infastidite da Marina, cosa li disturba, perché ne hanno così paura; perché l’unico essere che sembra non avere alcun pregiudizio verso di lei è il cane. Non ci sono risposte, il film non ne dà: è un film che punta piuttosto a porre domande.

Durante il primo incontro tra Sonia, la moglie di lui, e Marina, la prima dice alla seconda: “Era un anno che cercavo di immaginarmi come lei fosse”, e Marina le risponde “Non è un problema, lei è normale”. È un film che vuole anche esplorare il concetto di normalità, e la sua evoluzione nel tempo?

Sì, esplorare ciò che è normale è un modo per dire a che punto siamo nella discussione pubblica: nella normalità possiamo riposarci, nasconderci, essere pigri. Non necessariamente la normalità è una cosa piacevole: io non credo nella normalità, ma credo nella diversità. La normalità non è che un concetto, un dispositivo politico per cercare di ridurre, normalizzare, ciò che riducibile non è.

Il film sembra voler dire anche che, al di là del sesso, la cosa importante è la persona.
Dov’è l’identità? Negli organi genitali, o da qualche altra parte? Penso che sia questa la domanda centrale, il cuore, il nucleo del film. Si può applicare anche al film stesso, se vogliamo: la sua identità sta nella sua forma, nei suoi aspetti romantici, nei suoi aspetti thriller, o altrove?

Il film è una co-produzione tra Cile e Germania, cosa in sé abbastanza insolita. È un film molto curato a livello di ambienti, c’è un lavoro molto accurato sulla fotografia. Può dirci di più sull’aspetto produttivo? Tra produttori ci sono sia Maren Ade, regista di Vi presento Toni Erdmann, che Pablo Larrain…
È una trans-coproduzione! Conosco Pablo da molti anni, comunque, siamo carissimi amici, mentre Maren l’ho incontrata a Berlino: lei aveva visto Gloria e mi aveva detto che loro erano disponibili per eventuali altri progetti che avessi voluto realizzare. È una coproduzione anche con gli Stati Uniti, in realtà. Dopo il successo di Gloria ho avuto fortuna, ho cavalcato l’opportunità che quel film mi aveva offerto, ho sfruttato l’interesse per dare un supporto a questo nuovo film. Dal punto di vista estetico, considero il film un “cavallo di troia”: da fuori sembra un film classico, ma il suo nucleo è quanto di meno classico ci sia. È da questa contraddizione che viene la tensione estetica, le “scintille” che rendono il film quello che è. Viene da pensare che avrebbe dovuto essere girato con una cruda luce realistica, una “brutta” luce che ne evidenziasse la durezza: ma io ho deciso di fare il contrario, di rendere protagonista questa donna, di farne il centro, e di riprenderla con una luce romantica, particolare, dandole questo splendore estetico. Ho voluto darle questo atto d’amore, che era il contrario di come il film “doveva” essere girato.

 

 

 


Marco Minniti

 
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