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CONFERENZA STAMPA DI THE PILLS – SEMPRE MEGLIO CHE LAVORARE

 
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In breve

Tra i fenomeni più interessanti nati e cresciuti su Youtube, il trio romano dei The Pills ha deciso finalmente di fare il salto sul grande schermo. L’ensemble comico composto da Matteo Corradini, Luigi Di Capua e Luca Vecchi (quest’ultimo anche regista) ha conquistato consensi e spettatori sin dalla sua prima apparizione sul web nel 201Luigi Di Capua: due seguitissime stagioni della serie omonima, alcune apparizioni televisive, e un linguaggio che mescola disinvoltamente i ritmi e le modalità narrative delle web-serie a una serie di rimandi a tutta la cultura popolare dell’ultimo trentennio.

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Posted 23 gennaio 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Ora, per la versione cinematografica dei loro personaggi, i tre si sono affidati alla produzione di Pietro Valsecchi (reduce dal trionfo di Quo Vado?) e ai capitali Mediaset; per un prodotto che descrive (non senza arguzia e originalità) speranze, velleità e disillusioni di un pezzo della generazione dei trentenni. Dopo la proiezione stampa del film a Roma, i tre protagonisti e il produttore si sono confrontati con i giornalisti, spiegando la genesi del loro progetto artistico e il suo approdo sul grande schermo.

Potete spiegarci la genesi produttiva del film?

Pietro Valsecchi: Mentre Zalone, nel suo film, parlava di posto fisso, qui abbiamo delle persone che non vogliono lavorare. Sono due facce stessa medaglia. Io ero interessato a far vedere storie nuove, anche raccontando realtà che non appartengono: così mi segnalarono i The Pills. Il nostro compito è proprio quello di trovare nuovi talenti, i cui riferimenti cinematografici magari non sono gli stessi nostri. Far debuttare dei ragazzi non è facile, ma è anche una grande avventura.

Com’è stato passare dal web al cinema?

Matteo Corradini: Il passaggio è stato piuttosto tranquillo, l’esperienza del cinema è diversa ma non in senso negativo. Questa è stata una cosa che mi ha insegnato parecchio: speriamo di avere un riconoscimento, almeno a livello di pubblico.

Luigi Di Capua: Abbiamo cercato, in parte, di portare il linguaggio di internet al cinema: il film, secondo me, mescola i due linguaggi.

Luca Vecchi: Per me è stato un bel battesimo del fuoco, ne porto ancora le cicatrici. Spero, con umiltà, che sia stato un buon primo tentativo.

Da dove siete partiti per sviluppare la trama?

Luigi Di Capua: Abbiamo cercato di fare la cosa più onesta possibile, portando sullo schermo una storia in parte autobiografica. Quando il progetto dei The Pills è iniziato, nel 2011, abbiamo provato a fare qualcosa che ci piacesse, e che ci evitasse contemporaneamente di andare a lavorare in ufficio. Bisognava rimanere compatti, però: andare a lavorare, anche per uno solo di noi, avrebbe significato smettere di dedicarsi al progetto. C’era immobilismo, quindi: guai se qualcuno si azzardava ad andare a lavorare, si sarebbe rotto un incantesimo. Abbiamo provato a portare ciò nel film.

Cosa potete dirci della partecipazione al film di Gianni Morandi?

Pietro Valsecchi: E’ stato molto carino, si è prestato a fare un piccolo film come questo, e non possiamo che ringraziarlo.

Luigi Di Capua: Lui su internet ormai risponde sempre con quella sincera banalità, totalmente onesta, che ti fa pensare che ti stia prendendo in giro. In realtà, è totalmente sincero. Inizialmente veniva in parte, a sua volta, preso in giro, ma in seguito è diventato un eroe.

Quali sono state le vostre ispirazioni a livello comico?

Luca Vecchi: Noi siamo figli degli anni ’80, siamo stati cresciuti dalla TV. Abbiamo fruito di tutto, dalla commedia all’italiana a quella americana, dai film di Hollywood anni ’80 e ’90 ai cartoni animati. Siamo abbastanza onnivori.

Come avete scelto le musiche?

Luigi Di Capua: Potevamo scegliere vecchi classici, ma poi abbiamo deciso di portare nel film un immaginario che fosse attuale, dando spazio ad artisti che hanno la nostra età, in grado di raccontare questo periodo e la nostra generazione.

Valsecchi, lei ha già vinto la sua scommessa, ora vuole fare una previsione sul numero di biglietti che verranno staccati?

Pietro Valsecchi: La scommessa l’ho già vinta, visto il numero di persone che è venuto alla conferenza. In realtà ho in testa un numero che è un po’ basso, almeno rispetto a quello di Zalone, ma credo si potrà ampliare.

Nel film c’è un omaggio a Clerks?

Luca Vecchi: Certo, ma noi lo citiamo fin dall’inizio della nostra carriera, nel linguaggio “sporco” e nel bianco e nero.

Nel film c’è una metafora sulla “cicorietta”, come realizzazione e approdo a una propria strada. Qual è quella della nostra generazione? E quella della precedente?

Luigi Di Capua: L’idea del paradosso della cicorietta è il più grande mistero. Forse, per noi, è fare quello che abbiamo fatto, planare verso i 30 in modo tranquillo. O forse è fatturare. Quella delle altre generazioni, invece, credo siano stati i figli.

Avete scelto la vostra strada, che vi ha impedito di fare quello che più temevate, cioè andare a lavorare in ufficio a 200 euro al mese. Ma se ve ne avessero offerti 1500?

Luigi Di Capua: Non era tanto una questione di soldi, quanto una questione mentale. Quando ti avvicini ai 30, c’è un momento in cui arrivi a un baratro, e ti rendi conto che la scelta che fai è quella che ti segnerà per tutta la vita. Per questo vengono fuori delle velleità sopite. Tutto dipende anche, poi, da quanto ti puoi permettere di seguire queste velleità.

Il vostro film fa vedere le periferie, ed è una cosa sempre più rara. Il cinema italiano è sempre più pieno di storie di precari che vivono in dei loft al centro storico.

Luigi Di Capua: Abbiamo cercato di portare anche la romanità, una certa tribalità al cinema. Qualcuno potrebbe obiettarci che, a Milano, il quartiere romano del Pigneto non lo conoscono. Beh, ma quella è la mia storia, io sono nato lì. Il limite del cinema italiano è quello di non portare sullo schermo dei riferimenti concreti. Il cinema italiano dei loft è quanto di più falso si possa concepire.

Nella stanza dei protagonisti c’è un poster de Il cacciatore e uno de Il mondo di notte, che è un mondo movie degli anni ’70. Anche quei due film fanno parte dei vostri riferimenti?

Luca Vecchi: Come abbiamo detto, siamo onnivori: ci siamo fatti dalla Nouvelle Vague a Frank Capra, e indietro fino a cose ancora precedenti.

Matteo Corradini: Anche i Monty Python, con cui certo non vogliamo paragonarci, ci hammp influenzato. E poi, uno scrittore come Terry Pratchett, scomparso l’anno scorso.

Luigi Di Capua: Ultimamente io ho scoperto la commedia all’italiana, mentre prima ero molto più esterofilo. Siamo stati influenzati anche da quella commedia italiana un po’ più malinconica, quella incarnata da attori come Verdone e Nuti.


Marco Minniti

 
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