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CONFERENZA STAMPA DI THE HATEFUL EIGHT

 
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In breve

È un Quentin Tarantino loquace, simpatico, rilassato, quello che ha presentato a Roma il suo ultimo lavoro, The Hateful Eight. Un’opera che, anche solo per le modalità di produzione e quelle di presentazione (i giornalisti romani hanno potuto vedere il film nella versione in cui è stato concepito, ovvero in Panavision 70mm) ha già un posto importante nella filmografia dell’autore.

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Posted 29 gennaio 2016 by

 
Recensione completa
 
 

È un Quentin Tarantino loquace, simpatico, rilassato, quello che ha presentato a Roma il suo ultimo lavoro, The Hateful Eight. Un’opera che, anche solo per le modalità di produzione e quelle di presentazione (i giornalisti romani hanno potuto vedere il film nella versione in cui è stato concepito, ovvero in Panavision 70mm) ha già un posto importante nella filmografia dell’autore. Parallelamente, il film di Tarantino è un lavoro che come sempre fonde una cinefilia sfrenata, obliqua, enciclopedica (ma mai fine a se stessa) con uno sguardo personale, sardonico ma estremamente complesso e pregnante, sulla storia e sulla contemporaneità.

Proprio della genesi del film, dei suoi riferimenti e dei rapporti col resto della filmografia di Tarantino, della sua concezione e di come si è il suo progetto si è trasformato nel corso della produzione, ha parlato il regista nell’incontro tenutosi nella Capitale: con lui, due icone del suo cinema come Kurt Russell e Michael Madsen, e la presenza di un Ennio Morricone già lanciato verso la conquista di una statuetta troppo a lungo negata (con l’eccezione del riconoscimento alla carriera del 2007).

Nei suoI film c’è sempre qualcuno che finge di essere qualcun altro, che recita. Cosa le piace di questo espediente narrativo?

Quentin Tarantino: Sembra sia vero: in tutti i miei film in effetti c’è qualcuno che finge di essere qualcun altro, che si maschera: che poi ci riesca o meno, spesso è ciò da cui dipende il fatto che viva o muoia. Forse l’unica eccezione a questa regola è Pulp Fiction: ma solo in parte, visto che il personaggio di Bruce Willis fa finta anche lì. Non so perché lo faccio: mi piace come aspetto drammatico, ma forse dipende anche dal fatto che i miei personaggi sono ottimi attori, e mi piace metterli alla prova.

Il film è girato in 70mm, formato che fa tornare ai fasti di un cinema sparito. La lotta tra la pellicola e il digitale può essere equiparata a quella tra cowboy e indiani?

Quentin Tarantino: Forse sì: ma mi auguro che la pellicola possa sopravvivere di più di quanto hanno fatto gli indiani! Anche se in effetti loro, ai cowboy, hanno resistito e gliene hanno fatte vedere di tutti i colori.

Forse in questo film, rispetto al solito, ci si avvia più lentamente verso l‘esplosione di violenza finale. È stata una cosa voluta?

Quentin Tarantino: Il film in effetti è quasi uno spettacolo teatrale, ed è quello che volevamo. Non è film dove puoi ricorrere a trucchi per abbreviare i tempi: i personaggi stanno tutti lì, in quella stanza, e continuano a presentarsi e a parlare.

Sembra che ci sia nel film un omaggio a La cosa di John Carpenter, con cui ha in comune anche le presenze di Kurt Russell e del maestro Ennio Morricone…

Quentin Tarantino: Certo, c’è della similarità nel soggetto, nei paesaggi e nella rappresentazione, specie per la neve; come il film di Carpenter, è uno studio sulla paranoia, con dei personaggi intrappolati in una stanza che non possono fidarsi l’uno dell’altro. Ho sempre pensato a questo film come a un Le iene in chiave western, e già quel film era stato molto influenzato da La cosa; quindi, in questo senso, c’è una sorta di simbiosi tra i tre. Si può definire anche una sorta di La cosa in chiave western.

Kurt Russell: Io ho recitato in due film musicati da Morricone, in due diretti da Tarantino, e in cinque diretti da John Carpenter. Che dire, sono un tipo fortunato!

Cosa ne pensa della polemica Oscars So White, e della mancata nomination a Samuel L. Jackson?

Quentin Tarantino: Io credo che Samuel se la meritasse, mi dispiace. Non posso mettere la cosa proprio in quei termini, magari, ma la penso così. Boicottare gli Oscar? Beh, io non sono stato candidato, altrimenti sarei andato!

Lei, amante di cinema di genere, sembra partire da un genere preciso per poi sfumarne i contorni, mescolandolo con altri. Come struttura le scelte che poi diventano narrative, o stilistiche?

Quentin Tarantino: La domanda è insidiosa. Il fatto è che io non riuscirò mai a fare tutti i film che vorrei, quindi ogni volta che faccio un film, vorrei farne cinque anziché uno! Come amante del cinema, tendo a rispondere in maniera positiva a quei film che sono a cavallo tra i generi; secondo me, se riesci a fare film così, significa che stai dando al pubblico qualcosa di piacevole, e fai anche un servizio al pubblico pagante, che pagando un solo biglietto praticamente vede più di un film. Credo che tra le mie doti ci sia quella di fare un po’ il giocoliere con i vari generi. Per quanto riguarda la metodologia… a volte è pianificata, a volte mi lascio un po’ trasportare. Altre volte, davanti alla sceneggiatura finita, o anche al film finito, mi trovo davanti ad elementi a cui non avevo neanche pensato. Qui, sapevo che volevo fare un western che fosse anche un giallo da camera alla Agatha Christie, ma solo alla fine mi sono accorto di aver fatto anche un horror. Ma non posso che dichiararmene felice.

Il personaggio della prigioniera è sempre stato una donna? Perché tanto accanimento e violenza nei suoi confronti?

Quentin Tarantino: Sì, la prigioniera fin dall’inizio doveva essere una donna. Ma se per ipotesi fosse stata un uomo, si fosse chiamata Big Bill Shelley e avesse pesato 150 kg, il film non sarebbe cambiato affatto. L’idea era proprio quella: doveva essere donna, ma il film non doveva cambiare per questo. L’accanimento dipende dall’atteggiamento del personaggio di Kurt Russell: come cacciatore di taglie, lui mira a portare i suoi prigionieri alla forca senza farli morire prima; per far questo deve terrorizzarli e sottometterli, e non fa assolutamente differenze per il fatto che fosse una donna. Poteva anche essere un uomo, certo: ma mi è piaciuto che fosse una donna, per complicare la storia, le emozioni, e la vostra stessa visione del film.

Sono anni che il cinema statunitense, raccontando la storia, rielabora anche i valori che ci sono dietro. Nel suo film c’è anche questa riflessione?

Quentin Tarantino: Forse i miei due film precedenti vi si adattano di più. Questo è un film che strada facendo è diventato un film politico: ma non voleva esserlo fin dall’inizio. Quando ho scritto “diligenza che si fa strada in paesaggio con la neve”, non pensavo proprio a temi di questo tipo. Solo quando i personaggi hanno iniziato a parlare, a litigare, a discutere della vita nel periodo post-guerra di Secessione, ho capito che il film rifletteva anche la divisione tra democratici e conservatori attuale. Mentre giravamo il film, tanti eventi accadevano, noi tornavano a casa e li ascoltavamo nei notiziari, tornavamo sul set e ne discutevamo: mano a mano, il film sembrava essere sempre più pertinente e legato a quello che accadeva. A volte sei fortunato, scrivi un film e senza volerlo ti colleghi a cose che effettivamente accadono.

Michael Madsen: I film di Quentin si possono vedere da due punti di vista diversi: quello più politico, in chiave di commento all’attualità, oppure quello del semplice intrattenimento. Sta allo spettatore scegliere. Fin dai tempi de Le iene, nel suo cinema c’è stato questo riflesso di ciò che accadeva nella realtà: sul set capitava di trovarsi a parlare di eventi della quotidianità, e ci rendevamo conto che al cinema, a volte, si trovano soluzioni più semplici rispetto a quanto accade nella realtà.

Come si sono rapportati gli attori ai personaggi, e ai temi del film?

Kurt Russell: Ciò che mi è sempre piaciuto, nei film di Quentin, è il fatto che venga tessuta una ragnatela: il mio personaggio ha qualcosa in sé che riguarda gli Stati Uniti. Da noi, anche la persona più insignificante ha diritto di essere processata davanti a un giudice; e la cosa si applica a tutti. John Ruth vuole onorare quella che è una pietra miliare del sistema giuridico americano.

Michael Madsen: Nel film si ripetono in continuazione termini come “negro”: secondo me, questa ripetizione ha portato a uno sgonfiarsi del potere denigratorio di quel termine, Mi piacerebbe che, nella realtà, ci fosse la stessa capacità di negare quel valore denigratorio, e di vedere quella parola come uno scherzo. Io sono cresciuto in una famiglia in cui mio padre non sempre apprezzava i film che facevo; lui purtroppo ci ha lasciato a dicembre, ma per questo film avrebbe davvero voluto vederlo, gliene ho parlato molto, e so che gli sarebbe piaciuto. Avrebbe anche potuto apprenderne qualcosa. Papà, se ci sei, sappi che stavolta il tuo ragazzo si è comportato bene.

Nel girare il film, aveva in mente anche Uomini selvaggi, di Blake Edwards, che fu anch’esso proiettato in 70mm?

Quentin Tarantino: Quel film l’ho visto, ma a dire la verità non è che lo ami molto. Però mi piace la scena del poker: quella in effetti potrebbe stare in uno dei miei film, visto che è un gioco che si trasforma in un conflitto quasi mortale. Anche lo stesso Edwards la considerava una delle sue scene preferite.

Il film è diviso in due parti, con una scissione abbastanza netta tra il giorno e la notte…

Quentin Tarantino: E’ vero, è un’analisi che mi piace: la seconda parte coincide col calare della notte. E inoltre c’è una tempesta, che è un po’ come il mostro di un monster movie: sta lì e aleggia, in attesa di divorare i personaggi che si azzardino ad uscire. Man mano che fuori si fa buio, più l’ambiente diventa scuro e freddo, più il mostro si fa minaccioso e potente: questo si vede anche fisicamente col calare della luce, nel respiro e nel fiato dei personaggi, che è più evidente col crescere del buio e del freddo. Mentre il mostro infuria fuori, loro dentro giocano come un gioco di scacchi, in cui loro stessi sono le pedine: si combattono tra di loro, cospirano e tramano l’uno contro l’altro. La pellicola Ultra Panavision, poi, consente di avere come due scene che si verificano in contemporanea: da una parte il primo piano, dall’altra quello che si vede sullo sfondo, che c’è sempre a meno che tu decida di non vederlo. Hai la possibilità di controllare ogni personaggio in ogni momento, e puoi aumentare la suspence. È proprio quello che volevo. Impostando i personaggi in questa maniera, si sa che qualcosa esploderà, ma non si sa quando: quando succede, si scatena l’inferno.

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Marco Minniti

 
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