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In breve

Premio per la regia al Festival di Cannes, designato come “film della Critica” dal Sindacato Nazionale Critici Italiani, già salutato con paragoni più che lusinghieri (quello con Hitchcock su tutti) il nuovo film di Olivier Assayas si prepara infine ad approdare nei cinema italiani. Personal Shopper, seconda collaborazione del regista francese con l’ex idolo teen Kristen Stewart, segna per Assayas l’esordio in un filone per lui inedito, come quello della ghost story. È sufficiente, tuttavia, guardare i primi minuti del film per rendersi conto che il cineasta francese approccia il “genere” (come già fece in passato per altri filoni cinematografici) da un punto di vista del tutto personale, nient’affatto lineare e sfuggente ad ogni classificazione. Nell’odissea personale del personaggio della Stewart, consulente per gli acquisti per un’importante indossatrice, nonché medium capace di comunicare coi defunti, si mescolano passato e presente, lutto e speranza, insoddisfazione e voglia di ridefinirsi.

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Posted 11 aprile 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Premio per la regia al Festival di Cannes, designato come “film della Critica” dal Sindacato Nazionale Critici Italiani, già salutato con paragoni più che lusinghieri (quello con Hitchcock su tutti) il nuovo film di Olivier Assayas si prepara infine ad approdare nei cinema italiani. Personal Shopper, seconda collaborazione del regista francese con l’ex idolo teen Kristen Stewart, segna per Assayas l’esordio in un filone per lui inedito, come quello della ghost story. È sufficiente, tuttavia, guardare i primi minuti del film per rendersi conto che il cineasta francese approccia il “genere” (come già fece in passato per altri filoni cinematografici) da un punto di vista del tutto personale, nient’affatto lineare e sfuggente ad ogni classificazione. Nell’odissea personale del personaggio della Stewart, consulente per gli acquisti per un’importante indossatrice, nonché medium capace di comunicare coi defunti, si mescolano passato e presente, lutto e speranza, insoddisfazione e voglia di ridefinirsi.

Di questo suo ultimo lavoro, delle istanze che hanno portato alla sua realizzazione, dei suoi temi e del suo stesso rapporto personale con essi, il regista francese ha parlato nella conferenza stampa di presentazione del film, tenutasi a Roma davanti a un nutrito gruppo di giornalisti.

Dopo Sils Maria, lei è qui alla sua seconda collaborazione con Kristen Stewart. Perché l’ha scelta di nuovo come protagonista?

Olivier Assayas: Dopo aver perso il finanziamento per un film che avrei dovuto girare in Canada, ho avuto l’impressione che fosse il momento giusto fare qualcosa di completamente diverso. Ho così scritto questo film, che nasceva come un progetto sperimentale che doveva avere un solo protagonista. Avevo già in mente Kristen, per il ruolo principale: avevamo lavorato insieme solo sei mesi prima, ma non ero sicuro che sarebbe stata interessata. Appena finito di scrivere, è stata lei la prima persona a cui ho dato la sceneggiatura: se non avesse accettato, non so con chi altri avrei potuto farlo. Era scritto per lei sin dall’inizio. Lei mi permette di fare cose che con altre attrici non potrei fare: lei trasforma qualsiasi cosa che fa in qualcosa di molto fisico e naturale. D’altra parte, forse io posso dare a lei la possibilità di fare qualcosa di più creativo di ciò che fa di solito, di partecipare in modo più diretto alla costruzione del personaggio.

Il film affronta in modo esplicito il tema del sovrannaturale. Lei crede nella vita dopo la morte?

Olivier Assayas: Quando si parla del sovrannaturale, si parla dell’immaginazione. Io credo nella realtà della nostra immaginazione: credo che ciò che accade dentro di noi, nel nostro intimo, sia più reale di ciò che ci accade nella vita concreta, di tutti i giorni. Io avevo la necessità di materializzarlo. Questo film “accade” dove c’è circolazione tra visibile e invisibile, con un personaggio solitario che ha una vita interiore più profonda degli altri. Questa dimensione ha una realtà e una concretezza, che è quella dei nostri fantasmi e dei nostri sogni, che forse sono più importanti del nostro quotidiano.

Oltre al tema dello spiritualismo, c’è anche quello della tecnologia. Come ha conciliato le due cose?

Olivier Assayas: Io non sono interessato alla tecnologia di per sé, ma mi interessa il modo in cui questa ci ha trasformati. Con gli smartphone, per esempio, siamo sempre in connessione, in ogni momento della nostra vita. Siamo costantemente collegati a un network, lo smartphone è come un prolungamento della nostra memoria e del nostro sapere: quindi ci trasforma.

Nel film c’è un rapporto particolare col “genere”, specie in alcune sequenze. Quella dell’hotel, per esempio, sembra provenire direttamente da un thriller americano…

Olivier Assayas: Io ho immaginato il film come un quadro astratto, più che come una storia, un quadro fatto di colori e linee. Gli elementi di genere vengono usati come si userebbe il colore rosso in un quadro. Il cinema di genere stabilisce una relazione fisica con lo spettatore, cosa che non succede col cinema più psicologico. Lo spettatore doveva identificarsi fisicamente col personaggio. Il film però doveva essere diverso dai film di genere americani, in cui il visibile è sempre buono e l’invisibile sempre cattivo. Qui, quello che non si vede fa paura, ma non è detto che sia negativo.

La protagonista si trova come sospesa tra due mondi, quello dell’apparire e quello dell’essere. A volte, lei sembra avere sulle spalle l’intero film.

Olivier Assayas: L’idea del film è nata proprio da questa tensione tra la vita materialistica e le aspirazioni spirituali: una tensione universale, che è sempre esistita. Poi, però, il film è diventato qualcosa di più complesso: il personaggio principale è diventato un po’ una specie di “proletaria” del lusso. Ho voluto inserire il lusso come background della storia, perché mi interessava l’ambivalenza ad esso legata: lei è attratta da questo mondo, visto che sta vivendo un lutto, ha appena perso la metà di se stessa e sta cercando di ricostruirsi, di reinventarsi. Questo processo parte dal capire qualcosa dalla sua identità, anche di quella sessuale: il mondo della moda, da cui lei è respinta ma nello stesso modo attratta, forse ha in sé le risposte che cerca. Il mondo del lusso è materialista, ma ha anche qualcosa che ci attrae, un po’ come l’arte contemporanea.

Il film è pieno di bellezza: non solo è bella la protagonista, ma lo sono anche gli ambienti seppur molto diversi tra loro. Il mondo della bellezza sembra esprimere un modo molto profondo di comunicare…

Olivier Assayas: E’ appunto lo stesso discorso fatto per la moda e per l’arte contemporanea: nonostante i soldi rovinino e contaminino tutto, al centro di questo mondo resta una forma di bellezza che ci attrae, e che è molto importante per l’esperienza umana.

A Cannes, la sua regia è stata accostata a quella di Hitchcock. Lei si riconosce in qualche autore del passato?

Olivier Assayas: Io, quando dirigo, provo a non essere influenzato: cerco di lasciarmi guidare solo dalla mia percezione del mondo. D’altronde, se un regista ha già fatto la stessa cosa, perché cercare di rifarla? Io ho sempre voglia di sperimentare, di provare cose che corrispondano alla mia esperienza. Certo, all’inizio della mia carriera sono stato influenzato dal cinema di genere: da grandi registi come John Carpenter, Wes Craven, David Cronenberg, e poi da quello che è forse il più grande di tutti, Dario Argento. Non li considero assolutamente registi di serie B: sono di serie A, invece, perché hanno accesso a un livello più profondo dell’esperienza umana.

Mentre la ghost story americana è generalmente molto lineare (Il sesto senso, The Others), il suo film mescola vari filoni. C’è una riflessione sui generi che è molto più libera.

Olivier Assayas: Il film è in sé molto semplice: è il racconto del mondo interiore della protagonista. Io lo racconto nel modo che di volta in volta mi sembra più adatto, senza fissarmi per forza su quello che può essere il modo tradizionale. Uso un collage, che è anche un modo per cambiare i livelli di percezione della storia.

Nei suoi film c’è spesso il riferimento a un universo visivo pre-esistente. Qui, è quello di una pittrice, Hilma Af Klint, che diceva di essere influenzata, per i suoi quadri, dai contatti con l’aldilà. Come l’ha scoperta?

Olivier Assayas: Per caso. Sinceramente, neanche mi ricordo bene se ho scoperto il suo lavoro prima o dopo aver iniziato a scrivere la sceneggiatura. Sono comunque rimasto colpito da questa scoperta, è stata folgorante: all’inizio dell’arte moderna, tra fine ‘800 e inizio ‘900, c’è stato un personaggio fondamentale ma praticamente sconosciuto. La sua opera che è rimasta praticamente ignorata fino a 4-5 anni fa, quando c’è stata una retrospettiva a lei dedicata a Stoccolma. Si scopre proprio ora un’opera essenziale per l’arte del secolo scorso: ed è l’opera di una donna. Ci obbliga in qualche modo a ri-raccontare l’inizio dell’arte moderna.

Se avesse avuto più soldi, avrebbe usato effetti speciali diversi?

Olivier Assayas: No, perché non ne volevo di troppo sofisticati, non era ciò che cercavo. Non volevo una tessitura digitale per le apparizioni: mi sono ispirato alla fotografia spiritualista dell’inizio del ventesimo secolo. Quelle sembrano fotografie primitive e naif, ma sono anche inquietanti: erano veramente l’espressione di ciò che quei medium pensavano di vedere. Mi sono ispirato anche alle loro descrizioni, ai racconti di ciò che sperimentavano nelle sedute.

Quali sono i suoi prossimi progetti? Il thriller Idol’s Eye, con Robert Pattinson e De Niro, vedrà mai la luce?

Olivier Assayas: Il mio prossimo film sarà l’adattamento di un romanzo che ho co-sceneggiato con Roman Polanski, regista di cui sono un grande ammiratore. Il film è stato già girato, ed è attualmente in fase di montaggio. Il progetto di Idol’s Eye è stato per ora bloccato, ma in futuro non si sa mai… ho poi un altro progetto di spionaggio, un film che sarà ispirato ad storia vera di spie cubane all’inizio degli anni ‘90.


Marco Minniti

 
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