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CONFERENZA STAMPA DI MADE IN ITALY

 
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In breve

Artista da sempre “multimediale”, capace di esprimersi tanto con la musica quanto con la letteratura e il cinema, Luciano Ligabue torna con questo Made in Italy dietro la macchina da presa, per quella che è la sua terza regia. Un lavoro che i fans del rocker di Correggio hanno dovuto aspettare per ben 16 anni, esattamente il lasso di tempo che è passato dal suo ultimo film da regista, Da zero a dieci, a sua volta giunto quattro anni dopo l’esordio di Radiofreccia (1998).

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Posted 26 gennaio 2018 by

 
Recensione completa
 
 

Artista da sempre “multimediale”, capace di esprimersi tanto con la musica quanto con la letteratura e il cinema, Luciano Ligabue torna con questo Made in Italy dietro la macchina da presa, per quella che è la sua terza regia. Un lavoro che i fans del rocker di Correggio hanno dovuto aspettare per ben 16 anni, esattamente il lasso di tempo che è passato dal suo ultimo film da regista, Da zero a dieci, a sua volta giunto quattro anni dopo l’esordio di Radiofreccia (1998). Un ventennio complessivo che ha visto modificarsi enormemente tanto la carriera di Ligabue, quanto quell’Italia verso la quale questo nuovo lavoro fa un problematico (ritr)atto d’amore, senza pretese sociologiche ma con la forte sottolineatura dell’importanza delle radici. Un film che segue da vicino l’omonimo concept album che il cantautore ha pubblicato nel 2016, riprendendone le tracce in chiave di costante sottolineatura delle immagini.

Dopo la presentazione del film alla stampa, a Roma, il rocker/regista ha parlato della sua genesi in un affollatissimo incontro coi giornalisti, insieme alla produzione e al cast, in particolare ai due protagonisti Stefano Accorsi e Kasia Smutniak.


Nel film c’è un significativo dialogo sul cambiamento, in cui il protagonista viene esortato a cambiare se stesso, anziché aspettare che le cose cambino. Come ti poni rispetto a questo concetto?
Luciano Ligabue: Il cambiamento fa sempre paura, perché siamo propensi a pensare che non ci porti buone cose, specie se ci ancoriamo a poche certezze. Ma il cambiamento è anche il motore della vita: noi cambiamo in continuazione. Riko e Sara vivono in una realtà consolidata, ma poi arriva un momento di crisi, e l’inquietudine di lui gli fa andare le cose strette: ha bisogno di cambiare il punto di vista, lo sguardo. Il film parla di questo.

Qual è stata la genesi del film?
Luciano Ligabue: Si tratta di un progetto “balordo”: nasce da un concept album, una cosa che negli anni 2000 è anacronistica, visto che oggi la musica viene ascoltata con una certa velocità. Pochissimi hanno tempo per mettersi a seguire una storia attraverso un intero album. Ma era quello che volevo fare a quel punto della mia carriera. A quel punto ho chiamato Procacci, e fortunatamente a lui l’album piaceva. Fare film vuol dire in qualche modo progettarle, le emozioni, mentre andare sul palco significa lasciarle fluire. Questo film ha fatto sì che io mi riavvicinassi alla regia, mettendo da parte la “scusa” del non avere una storia.

Nel film ci sono due piani: la storia d’amore, e il discorso forte sull’Italia. Come vedi l’Italia in questo momento storico?
Luciano Ligabue: Vedo una fase di incertezza importante: ma non è importante tanto come la vedo io, quanto il sentimento che continuo a provare. Ho iniziato a parlarne, di questo sentimento, 10 anni fa con la canzone Buonanotte all’Italia. Qualche altro accenno c’è stato poi anche in canzoni successive. Qui volevo raccontare questo sentimento attraverso occhi di uno che ha meno privilegi di me. Uno che vive una vita normale e che ha un rapporto forte con le radici e con il paese. Nel film si dice che nessun italiano fa le vacanze a Roma, e che nessuno fa la luna di miele in Italia. È così: siamo assuefatti alla bellezza di questo paese. Volevo raccontare delle storie di gente che non ha voce in capitolo, in una storia che potesse ancorarsi anche alle biografie di persone che conosco.

Come hai sviluppato il personaggio di Sara?
Luciano Ligabue: Sara nel disco è appena citata, ma nella sceneggiatura, man mano che la scrivevo, le volevo sempre più bene. Ha la capacità di sbagliare tanto, ma anche una grande praticità. Lei lotta con lui, si afferma, reclama la vita per come dev’essere per lei.

Smutinak, e il suo rapporto con Sara?
Kasia Smutniak: È stato difficile affrontarla: mi sono ispirata a quella forza particolare che hanno le donne, mi piacciono la sua coerenza e la sua capacità di stare con piedi per terra. Anche se la vita può portarti, a volte, a perderti un attimo, lei è una risolta, una che non ha paura di prendere decisioni. Interpretarla non è stato facile, ma mi ha aiutato quel mondo che era così chiaro, quello di Luciano: lavorare su una base, che non era solo musicale, mi ha aiutato molto.

Accorsi, ci parli invece del suo personaggio, Riko.
Stefano Accorsi: È un uomo che “sta”, e che ha vissuto quelli che erano anni diversi per questo paese. È in un momento di crisi. “Cambia te, invece di aspettare il cambiamento” è la frase che lo fa riflettere. Cambiando il suo punto di vista lui si rigenera. Trovo raro il mettere in scena questo tipo di persone in questo modo: di solito si cerca di raccontare qualcosa di straordinario, mentre qui ci si concentra sull’ordinario, sull’esistenza di un individuo normale.

Il finale del film è da leggersi come una sconfitta, o come la porta verso la speranza?
Luciano Ligabue:
Non è un finale netto: ognuno può interpretarlo e viverlo a suo modo.

Questo film parla di cose di cui si parla spesso, come ad esempio la disoccupazione, ma in modo diverso dal solito. C’era la sua sensibilità, in questo, o una semplice voglia di contrasto?
Luciano Ligabue: Ho seguito il mio istinto. Mi piaceva provare a dare voce a un pezzettino di ognuna delle persone che conosco dall’infanzia. Persone che non urlano, non alzano la voce e non prevaricano, e proprio per questo non hanno modo di avere voce.

Viene rappresentata una generazione di mezza età, che ha problemi a reinserirsi nel contesto lavorativo laddove ne esce. Come vede questo tipo di generazione?
Luciano Ligabue: Tutto ciò nasce da un seme, che è la canzone Non ho che te. Raccontava proprio la storia di una persona di mezza età che perde il posto di lavoro. Quella storia ha generato poi l’album, e nel film l’ho ripresa. Mi piaceva l’idea di uno che perde il proprio lavoro e perde anche la propria identità, la propria utilità sociale. Io racconto storie specifiche, ma se poi qualcuno ci si riconosce, tanto meglio.

Sarà mai possibile spezzare quel cordone ombelicale che ti lega alla provincia?
Luciano Ligabue: No, perché ci vivo da sempre, e ci vivo bene. Il mio raggio d’azione artistico è da sempre limitato geograficamente.

Perché la sovrabbondanza di primi piani, nel film?
Luciano Ligabue: È stata una scelta specifica, che funzionava grazie a Kasia e Stefano. Ritengo tirasse fuori il fatto che era un film “sentimentale”.

Il film può essere letto anche come una riflessione sulla moderna classe operaia?
Luciano Ligabue: C’è una scena in cui il commercialista si lamenta, e dice che i suoi due amici operai sono ancora lì a “menarla”, come se fossero negli anni ‘70. Non so se esista ancora o no, la classe operaia, so solo che attualmente la vedo poco rappresentata.


Marco Minniti

 
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