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CONFERENZA STAMPA DI L’ABBIAMO FATTA GROSSA

 
l'abbiamo fatta grossa
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In breve

Questo L’abbiamo fatta grossa non rappresenta soltanto, per Carlo Verdone, l’esordio “in tandem” con un altro importante nome della commedia italiana, Antonio Albanese. Il nuovo lavoro del regista/attore romano, in realtà, segna anche un ritorno per il suo cinema alla commedia pura, più istintiva e meno mediata, dopo le ultime prove segnate spesso da un mood più riflessivo e intimo, e dall’apparente rinuncia all’istrionismo che gli è sempre stato proprio.

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Posted 29 gennaio 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Questo L’abbiamo fatta grossa non rappresenta soltanto, per Carlo Verdone, l’esordio “in tandem” con un altro importante nome della commedia italiana, Antonio Albanese. Il nuovo lavoro del regista/attore romano, in realtà, segna anche un ritorno per il suo cinema alla commedia pura, più istintiva e meno mediata, dopo le ultime prove segnate spesso da un mood più riflessivo e intimo, e dall’apparente rinuncia all’istrionismo che gli è sempre stato proprio.

Ora, pare che Verdone sia tornato principalmente a volersi divertire e a voler divertire il suo pubblico: con un film che parte da un canovaccio di matrice noir (un investigatore privato, uno scambio di persona, una valigetta piena di soldi) per inanellare una serie di situazioni surreali, in cui i topoi cinematografici del filone vengono smontati e viene messa in evidenza una buona (e non scontata) intesa con la nuova “spalla” Albanese.

Il film è stato presentato dai due a Roma, in una divertente e affollata conferenza stampa, insieme al produttore Aurelio De Laurentiis e ai due co-sceneggiatori Pasquale Plastino e Massimo Gaudioso.

Il film può essere definito un po’ un noir in chiave comica?

Carlo Verdone: Se parti da una situazione-tipo con un investigatore privato e un cliente che lo assume per fare un’intercettazione, troverai per forza qualcosa di noir, con un po’ di suspence. Qui, volevo fare un film in piena libertà, liberandomi dai temi degli ultimi film, quelli dello scontro generazionale, dei padri separati, delle relazioni complicate, ecc. Volevo qualcosa di più fantasioso, che fosse quasi una favola, e che però nel finale avesse un accento di critica sociale. Volevo liberarmi da alcuni temi che sentivo di aver sfruttato abbastanza. Sono sempre andato incontro al pubblico facendo quello che mi sentivo: qui volevo un piccolo cambiamento.

Come vi siete trovati a lavorare insieme?

Carlo Verdone: Bene, e siamo diventati anche molto amici. Ci ha unito la musica, la passione per l’arte, e poi Antonio ha uno spirito lombardo che mi piace molto; così come a lui piace la mia romanità. Nessuno ha mai tentato di scavalcare l’altro. Forse è stato uno dei partner migliori, se non il migliore, che abbia mai avuto.

Antonio Albanese: Carlo l’avevo già incontrato in passato in Questione di cuore, della Archibugi: qui ha confermato la sua onestà e la sua sincerità. Mi sono trovato circondato da una troupe fantastica, di grande serietà. Con lui c’è stata grande fiducia reciproca: a me piace cambiare, e lavorare con Carlo per me è stata una grande occasione. Si cresce anche confrontandosi. Mi piacerebbe tornare a lavorare con lui, per sviluppare ancora questa combinazione.

Al vostro primo film insieme si vede molto affiatamento. La mimica facciale funziona al punto che, a tratti, potrebbe tranquillamente essere un film muto…

Carlo Verdone: Nel caso il pubblico apprezzi questo film, abbiamo già pronta una traccia di ciò che potremmo fare tra due anni. Ci siamo trovati molto bene, e la nostra collaborazione è una cosa che deve proseguire. C’è bisogno di coppie, di gente che unisca le forze, nel nostro cinema. La diversità può accendere una scintilla.

Antonio Albanese: È anche una questione di ritmo interno. Faccio un paragone: una volta, a teatro, dovevo fare un monologo accompagnato da un sax. Il terzo sassofonista con cui abbiamo provato è stato perfetto: mi ha accompagnato fino alla fine, e alla fine del monologo mi sentivo più leggero e più bello. Mi ha praticamente “tatuato” musicalmente: con Carlo, al cinema, è successa la stessa cosa.

La scelta di rappresentare questo investigatore privato insolito, sfigatissimo, da dove è venuta? C’è stato qualche riferimento cinematografico?

Carlo Verdone: Non ci sono stati riferimenti diretti… all’inizio avevo per le mani tutt’altro soggetto, buono ma molto ostico, un po’ complesso. Nessuno era convintissimo: poi Pasquale mi ha proposto una cosa che avevamo giù pensato due anni fa. C’era questo investigatore, un personaggio che ha sempre di fronte mille avventure, una figura interessante, a volte un po’ disperata. Da lì è partito tutto, e abbiamo aggiunto anche l’intuizione sulla perdita di memoria del co-protagonista: l’incubo di ogni attore, in pratica. Il mio personaggio non doveva essere il classico investigatore privato, ma qualcosa di più originale. La sceneggiatura, una volta preparata la scaletta, è stata velocissima.

Nel film, e in particolare negli esterni, si vede anche un rapporto quasi “riscoperto” con la città di Roma…

Carlo Verdone: Ho cercato di usare quartieri finora poco usati dal cinema. Il Bar Tevere, che appare nel film, è uno degli ultimi bar pasoliniani, tra i pochi ad avere ancora l’insegna storica. E’ un luogo che sembra riportare a una Roma anni ’50; ed è stato filmato pochissimo al cinema. C’è un’architettura, nel film, che ha una sua eleganza: quella del quartiere Castrense, per esempio, specie in estate. Il direttore della fotografia ha restituito una Roma che quasi torna indietro. Monteverde, Ostiense e il Nomentano sono gli altri luoghi che nel film la fanno da padroni. È una Roma non da cartolina, diversa da quella che abbiamo visto mille volte sullo schermo.

Albanese, nella sua recitazione le è capitato di ispirarsi a proprio a Verdone, in particolare nella mimica?

Antonio Albanese: Beh, quando vidi per la prima volta Bianco Rosso e Verdone, a 18 anni, ne fui esaltato. Mi piaceva la sua capacità di raccontare un paese, e i suoi caratteri, con questa ironia così alta. Lui è stato un maestro per tanti attori italiani: e forse indirettamente, in un certo tipo di gestualità, può avermi influenzato.

Nel film c’è un ricorso più frequente del solito a un linguaggio scurrile… era un tentativo di cercare la risata facile?

Carlo Verdone: No, non era quello il mio scopo. Probabilmente, quelle parolacce non erano neanche scritte, originariamente… a volte mi partivano in maniera automatica. Però forse è vero, due o tre sono di troppo. È un appunto che accetto senza problemi.

Nel fare il film ha pensato anche a un suo vecchio classico come I due carabinieri?

Carlo Verdone: A dire il vero no, non c’ho mai pensato, anche se possono esserci cose che lo ricordano. Ma Albanese non è Montesano, e comunque qui non avevamo divise, eravamo più liberi. Dei punti di contatto ci sono, ma sono due film diversi.

De Laurentis, cosa ha pensato quando ha visto questo copione? Quanto c’è voluto per dire di sì?

Aurelio De Laurentiis: Con Carlo, da anni, lavoriamo sempre nello stesso modo, spalla a spalla. Stavolta, dopo avermi proposto la cosa, è sparito per un po’, e quando è tornato ho colto l’imbarazzo tra lui e Plastino, era evidente che non avevano ancora le idee chiare: anche perché, in caso contrario, lui arriva di getto e ti racconta subito tutta la trama del film. Noi lavoriamo insieme dal 2004, ma non credo che da allora ci sia stato nessun film che si potesse dire bruttissimo: qualche film è piaciuto di più alla critica, qualche altro meno, ma il pubblico ci ha sempre apprezzato. Consideriamo il pubblico il nostro primo committente, e lo rispettiamo.

Avete mai pensato di invertire i ruoli, un film in cui magari Albanese diriga Verdsone?

Antonio Albanese: In realtà, lavorare con lui come regista di una commedia è una gran fortuna: conosce bene le esigenze, e gli spazi che un attore deve avere. È stato semplice e piacevole, anche grazie all’ottima troupe che avevamo. Lui rispettava sempre gli spazi, e il ciak finale si sceglieva insieme. Però dirigerlo mi piacerebbe moltissimo: e soprattutto sfiancarlo! Quando è esausto, fa molto ridere.

Carlo Verdone: A me piace che il regista chiami l’attore, gli faccia vedere la scena, e condivida con lui tutte le sue scelte. L’attore va messo nelle condizioni migliori: il regista non deve essere autoritario, chiudersi in saletta e far calare le sue decisioni dall’alto. Il girato, i miei attori protagonisti devono sempre guardarlo.

Lavorare con due “cavalli di razza”, come succede qui, diventa cosa sempre più rara nel cinema italiano. Come avete lavorato per mantenere l’equilibrio anche a livello di scrittura?

Pasquale Plastino: In generale, quando si palesa l’attore che deve interpretare una storia, già il suo profilo suggerisce un certo tipo di approccio e d’impostazione. Poi, tra noi sceneggiatori mettiamo a punto la struttura: quella in cui loro possano muoversi il più agevolmente possibile.

Verdone, c’è un personaggio della Roma antica che le piace, e che potrebbe essere modello per i politici di oggi?
Carlo Verdone:
Racconto un aneddoto: appena sono entrato su Facebook, una delle prime cose che ho postato è stata la lettera di Seneca a Lucilio, quella sul senso della vita e del tempo, e sul passato. Ecco, se i politici, ma anche noi stessi, leggessimo qualcosa di questo grande pensatore, credo che tutti saremmo migliori. Per me, leggere ogni sera le sue parole è stata un’illuminazione, e anche una carezza.

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Marco Minniti

 
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