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CONFERENZA STAMPA DI IN FONDO AL BOSCO

 
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In breve

Il secondo film da regista di Stefano Lodovichi segna anche la prima produzione targata Sky destinata al grande schermo. Un film, questo In fondo al bosco, che vuole recuperare una tradizione ben viva nella memoria del cinema italiano, ma ormai appannata nella pratica da circa un trentennio: quella del thriller, declinato secondo tempi e modi della nostra cinematografia.

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Posted 18 novembre 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Il secondo film da regista di Stefano Lodovichi (dopo il dramma adolescenziale Aquadro, del 2013) segna anche la prima produzione targata Sky destinata al grande schermo. Un film, questo In fondo al bosco, che vuole recuperare una tradizione ben viva nella memoria del cinema italiano, ma ormai appannata nella pratica da circa un trentennio: quella del thriller, declinato secondo tempi e modi della nostra cinematografia, radicato nei luoghi tipici del nostro territorio (qui un paesino sulle Dolomiti).

Più che al giallo all’italiana, Lodovichi guarda qui (per sua esplicita ammissione) ad Hitchcock e a Polanski, con un intreccio complesso che scompone e ricompone un puzzle di volti e luoghi, in un dramma familiare imbevuto di riti e tradizioni ataviche. Lo scopo, raccontare la sparizione e il misterioso ritrovamento, cinque anni dopo, di un bambino disperso durante la festa dei Krampus, ricorrenza che vede gli uomini del paese mascherarsi da diavoli.

Dopo la proiezione per la stampa del film, a Roma, il regista ha spiegato genesi e curiosità del suo film, insieme al produttore di Sky Cinema Nils Hartmann, alla produttrice associata (per Onemore Pictures) Manuela Cacciamani, e agli attori Filippo Nigro e Camilla Filippi.

Hartmann, ci racconti qualcosa di questo nuovo progetto, e delle sue origini.

Nils Hartman: E’ il nostro primo film pernsato per la sala cinematografica, e fa parte di una sperimentazione che stiamo facendo: cerchiamo i talenti del domani, e uno, con Stefano Lodovichi, lo abbiamo trovato. Lui è un semi esordiente, ha 32 anni, e in generale il cast e la troupe sono composti per la maggior parte da persone giovani.

Lodovichi, nel film c’è un filo rosso con le sue produzioni precedenti, specie coi cortometraggi. Anche qui, la storia è narrata in parte ad altezza di bambino.

Stefano Lodovichi: Certo, c’è un filo rosso, che inizia coi cortometraggi, specie nel tema del rapporto tra genitori e figli. Il punto di vista è quello, in quanto io stesso sono figlio, ma non ancora genitore. C’entrano anche i film che ho visto da bambino, che finiscono sempre per influenzare il cinema che fai: uno di questi è E.T. – L’extraterrestre, da cui ho ripreso il bosco, e di cui ricordo bene la soggettiva dell’alieno.

Il prologo del film è legato a una tradizione popolare molto particolare…

Stefano Lodovichi: Quella dei Krampus, demoni che vengono a portare via i bambini indisciplinati, è una leggenda legata a tutto l’arco alpino. Ogni 5 dicembre questa festa viene ripetuta, con gli uomini che si vestono da diavoli. È una leggenda molto affascinante: partendo da un materiale popolare, direi persino pop, dà la possibilità di raccontare qualcosa di profondo.

Il film mescola l’horror e il mistery con i rimandi alla cronaca. Per la sceneggiatura si è rifatto a qualche caso di cronaca specifico?

Stefano Lodovichi: Non ci sono riferimenti a nessun caso specifico; anche se, come per qualsiasi film di vita vera, il rimando alla cronaca è inevitabile. Le maschere, all’inizio, portano ad atmosfere più mistery, mentre poi si sviluppa una trama più complicata, che rivela che tutto, in realtà, è una “maschera”.

Filippo Nigro, come le è “entrato” addosso il personaggio?

Filippo Nigro: Il mio personaggio mi affascinava per il discorso sulla sopravvivenza, legato a un evento tragico come la perdita di un figlio. Tutti i passaggi emotivi che una persona attraversa, in un caso del genere, rappresentavano per me una grande sfida. Il copione mi piaceva molto, io stesso sono caduto in pieno nei twist narrativi, nel meccanismo giallo. Lui è un uomo solo, nella storia viene descritto come un debole, ma la sua colpa in realtà è quella di non avere nessun altro. È un personaggio piuttosto devastante. A volte, basta un copione scritto bene, un luogo suggestivo come quello che abbiamo utilizzato, che abbia in sé l’atmosfera giusta. Non è poco, partire da una base così, con una scrittura così solida.

E’ stato difficile girare in quelle location?

Stefano Lodovichi: Abbiamo girato in Trentino, e sì, è stato molto difficile. Trovare le location ha rappresentato un lavoro lungo, ma grazie alla Film Commission siamo riusciti a trovare degli angoli molto cupi, perfetti per il film. Girare in certe condizioni era complicato, la scena del bosco l’abbiamo girata a -4°, c’erano cento metri di luce in un bosco fittissimo, e avevamo un metro di neve sotto i piedi. È stata dura, ma il luogo ci dava anche l’atmosfera giusta.

Manuela Cacciamani: Siamo stati fortunati, fin dall’inizio. Il film è stato un’operazione di talent scout: noi non avevamo mai trovato una spalla che accettasse di produrre un film così, visto che in Italia non c’è molta fiducia nel genere. Nils e i ragazzi avevano visto un nostro precedente film, e sono rimasti colpiti.

Camilla Filippi, lei come si è rapportata al suo personaggio?

Camilla Filippi: Il mio approccio è stato quello di avere empatia e pena per questa madre: mi faceva pena il suo dolore, la sua memoria, e il suo modo di stare al mondo. Ho voluto vivere le cose nel modo in cui lei le viveva. Ho anche annullato nel film il mio essere donna, accettando la scelta di essere esteticamente coerente col mio personaggio.

Lodovichi, nelle note di regia parla dei suoi riferimenti pittorici: tra gli altri, Friedrich, Turner, Füssli, Goya. Ha anche dei riferimenti cinematografici o letterari?

Stefano Lodovichi: Tra i miei riferimenti pittorici, c’è tutto ciò che è romanticismo e scontro tra uomo e natura. Dal punto di vista filmico, mi hanno influenzato i thriller di Hitchcock, i film di Polanski, ma anche il confronto con la natura delle pellicole di Lars Von Trier. La voglia era quella di fare un lavoro che fosse il più denso possibile. E’ stato un lavoro di squadra, figlio di un confronto continuo: si trattava prima di capire la storia, poi di centrare il tema e il fuoco. Volevo trovare il modo migliore per raccontare una storia che era pop, che doveva essere accessibile per il maggior numero di persone.

Nonostante sia un film realistico, nella storia aleggia anche un’atmosfera fantastica. Le piace questa chiave di racconto?

Stefano Lodovichi: Io ho 32 anni, sono figlio degli anni ’80 e ’90, del cinema di Spielberg, Lucas, Ridley Scott e altri. Mi piacciono i film che vadano oltre quello che vediamo in strada. La mia voglia, al cinema, è quella di uscire dal pianeta, di vedere cosa c’è oltre. Quando ti trovi a lavorare a produzioni che hanno a che fare con quello che a te piace, allora capisci che forse stai facendo davvero quello che vuoi fare. Le generazioni che ci sono ora vogliono proprio questo, vogliono vivere sogni che siano nello spazio, in fondo al bosco, sotto al mare, e via dicendo.

Nel film si coglie anche un riferimento a The Changeling, di Clint Eastwood, nello spunto iniziale analogo…

Stefano Lodovichi: Sì, ma la cosa può essere estesa a tutti i film che parlano del ritorno di un bambino scomparso. Un tema analogo c’era anche nel documentario L’impostore: da sempre, al cinema ci si confronta con ciò che è stato già detto e con come è stato detto.

Il bosco può essere letto anche come luogo “interno” ai personaggi, che nasconde i loro demoni…

Stefano Lodovichi: Sì, il bosco ha anche una valenza simbolica. Ogni personaggio ha un dedalo di cose dentro di sé, così come ce l’hanno tutte le persone. La natura umana è ambigua. In questo caso, abbiamo una famiglia che perde un figlio, e che per questo non può pensare al futuro: ma se non pensi al futuro, in quel bosco ci resti intrappolato.

Filippo Nigro: Anche il mio personaggio ha i suoi demoni: quelli che non vengono esplicitati nello script ho cercato di ricostruirli attraverso la mia esperienza, provando a viverli.

Camilla Filippi: Nel passato del mio personaggio c’è una solitudine interiore enorme, un’incapacità di affrontare la vita nella solitudine. Queste caratteristiche muovono ogni sua azione.

Lodovichi, quale sarà il suo prossimo progetto?

Stefano Lodovichi: Si tratterà di un fantasy, diciamo un family entertainment. Siccome sono un po’ scaramantico, però, non ne vorrei parlare approfonditamente. Posso dire che si chiamerà Big Fish and The Secret of Hetzi, e sarà ispirato alla mummia del Similaun, ritrovata nel 1991.

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Marco Minniti

 
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