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CONFERENZA STAMPA DI FANTASTICHERIE DI UN PASSEGGIATORE SOLITARIO

 
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In breve

Dopo il passaggio in vari festival specializzati (tra questi, il Bruxelles International Fantastic Film Festival, e il romano Fantafestival) Fantasticherie di un passeggiatore solitario si prepara finalmente ad approdare in sala. Un risultato sospirato ma meritato, per l’esordio nel lungometraggio di Paolo Gaudio, che premia un lavoro appassionato, consapevole e ricco di stile. Il film di Gaudio (alle spalle un lungo curriculum come regista di corti) è uno di quegli esempi di cinema italiano che, quando superano le strette maglie della nostra distribuzione, vanno sostenuti senza remore. Coraggio, fantasia e voglia di osare (merce così rara nella nostra cinematografia, anche indipendente) sono caratteristiche di cui questo film è intriso: segno di una visione del “genere” che è capace di non fermarsi alla memoria di un (pur glorioso) passato, ma si vivifica scegliendo altre strade, che mescolano senza remore i linguaggi (live action, animazione a passo uno, Claymotion) il materiale alto a quello popolare, Kafka e Rousseau a Tim Burton e Ray Harryhausen.

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Posted 13 novembre 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Dopo la proiezione del film “Fantasticherie di un passeggiatore solitario” per la stampa, nella cornice della Casa del Cinema di Roma, il regista ha risposto alle domande dei giornalisti, in uno stimolante scambio che ha coinvolto anche una buona parte del cast: insieme a Gaudio, erano presenti all’incontro il protagonista Lorenzo Monaco e gli attori Luca Lionello, Angelique Cavallari e Fabrizio Ferracane. Riportiamo qui i momenti salienti dell’incontro.

Paolo Gaudio, la tua è una proposta coraggiosa, insolita per il nostro cinema.

Paolo Gaudio: E’ una proposta che nasce dalla mia grande passione per gli effetti speciali e l’animazione: io sono cresciuto con le creazioni di Ray Harryhausen, Stan Winston e artisti simili. Inizialmente, mi vedevo tecnico degli effetti speciali, credevo che quella fosse la mia strada. Poi ho conosciuto i registi, nomi come Tim Burton, Terry Gilliam, Richard Donner, Joe Dante: quella Hollywood che lavorava con la fantasia, insomma, quella che mi ha convinto che potevo fare il regista. Ho sempre lavorato sul fantastico e l’animazione, in tutti i corti che ho fatto: uno, in particolare, era girato in green screen, e doveva essere un omaggio alle scatole ottiche e alla lanterna magica, una specie di Roger Rabbit al contrario. Alla fine, in post-produzione, questo progetto produsse un risultato drammatico, e lo misi in stand by. Insomma, non ero riuscito in un corto di dodici minuti e pensai di poterne fare novanta! Coinvolsi per gli effetti speciali Leonardo Cruciano, che già conoscevo, e gli chiesi di fare un demone che fosse old fashion, una bottega fantastica, uno scantinato. Lui ha detto “ok, proviamoci”. E’ stato un viaggio allucinante, inizialmente affascinante ma poi molto duro.

Gli attori che impressioni hanno avuto, sul set?

Lorenzo Monaco: Per me è stata un’esperienza fantastica: conosco Paolo da tanto tempo, il genere mi appassiona. Questo è un tipo di recitazione che necessita di entrare prima nella mente del regista, per dare corpo a un personaggio fantastico. La sfida, qui, è più bella perché non hai limiti, entra in gioco l’immaginazione dell’attore. Quello di Teo è stato un personaggio bello, duro, che mi ha costretto a reinventarmi: era lontano da me, e forse è stato meglio così. Era borderline su tutto. Paolo ha una grande capacità, quella di lavorare benissimo con gli attori e di farsi capire. Capisci subito quello che vuole, senza troppi fronzoli. Sul set ho avuto anche un maestro come Luca Lionello, sono stato molto fortunato.

Luca Lionello: Paolo è un regista straordinariamente dotato, con molta esperienza: questa non la classificherei per niente come opera prima, visto che ci sono registi che sono arrivati al cinquantesimo film e ancora non hanno capito nulla del loro lavoro.

Angelique Cavallari: E’ stata un’esperienza estrema: io dovevo interpretare un personaggio reale, la musa dello scrittore, un fantasma ma anche una figura concreta. Qui si parla di amore, di morte, in una dimensione sia umana che fantastica. La mia figura era fatta con una tecnica particolare, risalente addirittura agli anni ’30. C’è anche nel film una dimensione malinconica, nostalgica, molto fragile, che lui riesce a trasmettere nel migliore dei modi.

Fabrizio Ferracane: Paolo è una persona speciale, io personalmente avrei accettato anche se mi avesse detto di fare la comparsa. Sono state due giornate piacevolissime e ho appreso tantissimo, visto che sono totalmente ignorante del genere. Mi sentivo come un bambino al luna park: sono stato felicissimo di farlo.

Che puoi dirci sulla tecnica usata per l’animazione?

Paolo Gaudio: Il passo uno è stato usato in modo trasversale, in tutte le sue incarnazioni. La Claymotion, invece (che è una stop motion con plastilina) doveva restituire ciò che Teo stava leggendo, in modo fragilmente infantile. Volevo tenere insieme la sua voglia di avere un’infanzia, che non ha potuto avere, e un sentimento opprimente come il senso di colpa, o il fallimento in sé; e, in più, il desiderio di non arrivare a una conclusione. La plastilina mi serviva per questo, mentre il passo uno ha il merito di lavorare su qualcosa che c’è, che esiste, è tangibile: esprime un sentimento più diretto.

Com’è nato il personaggio di Domiziano Christopharo?

Paolo Gaudio: Lui lo frequento da tempo, ci siamo incontrati al Fantafestival: lui presentava un film, io un corto. In quel momento stava lavorando al suo Bloody Sin, doveva girare la scena del sogno di uno dei suoi protagonisti, e ha chiesto a me di farla in passo uno. Quella è stata una bella esperienza, anche se era materiale non mio. Scrivendo questo film, avevo in mente la figura di questo bottegaio sopra le righe, ma non lo volevo buono: volevo avesse un lato legato al fantastico, al bizzarro e al grottesco. Doveva essere anche respingente, in qualche modo: doveva esprimere una seconda generazione che tradisce la prima. Lui mi pareva l’interprete più adatto.

Nel film c’è un uso quasi grottesco dei primi piani, e una colorazione fantastica degli sfondi. Come sei arrivato a queste scelte?

Paolo Gaudio: Le tecniche sono quasi tutte quelle di una volta. Il digitale è usato più per nascondere che per creare. I cieli, per esempio, in gran parte avevano già quella colorazione, che poi abbiamo leggermente ritoccato: il film vuole avere una sorta di realismo magico.

Qual è il collegamento tra il libro incompiuto Le fantasticherie di un passeggiatore solitario, di Jean-Jacques Rousseau, e il film?

Paolo Gaudio: Io sono laureato in filosofia, e come alcuni miei colleghi avevo la passione dei libri incompiuti: ci interessava il fatto che la creatività per il fruitore fosse inviolabile, ma i libri incompiuti dimostravano come il libero arbitrio, per l’autore, non esistesse. Kafka, Nietzsche, Flaubert, sono tutti autori di libri incompiuti. Al libro di Rousseau ho dato molta attenzione, perché lo considero il punto più basso della sua carriera: è aggressivo, arrabbiato, lui ha fatto di molto meglio. Mi piaceva però che richiamasse l’idea del passeggiatore: la passeggiata è legata alla riflessione, che non è un approdo, ma un viaggio. Tutto il film non è una destinazione: è un partire, un andare insieme ai personaggi, fallire con loro, restare a metà.

I tanti festival a cui il film ha partecipato hanno portato un qualche interesse all’estero?

Paolo Gaudio: Abbiamo iniziato adesso a trattare per la distribuzione nei mercati esteri: proprio ora il film è stato venduto in Messico, dopo la sua partecipazione a un festival locale, il Morbido Crypt Festival.

Perché hai scelto proprio l’Italia, per produrre questo genere di film?

Paolo Gaudio: E’ una questione di anagrafe, intanto; e poi da bambino vedevo questi film. Come dice Peter Jackson, tutti i registi sono la sintesi di ciò che hanno visto da bambino. Mi verrebbe difficile fare un altro genere di film: l’approccio a ogni storia per me è questo. C’è ancora da noi un pregiudizio verso il fantastico, nonostante sia appena uscito un film bellissimo come Il racconto dei racconti di Garrone. Per fare questo cinema ci vuole coraggio.

Relativamente alla frammentazione della narrazione, e agli incastri del montaggio, quanto c’era già in sceneggiatura?

Paolo Gaudio: Era già tutto scritto, il film era già decostruito in partenza e incastrato come si vede sullo schermo. Il montaggio è la fase che preferisco: col montatore, Massimiliano Cecchini, ho un rapporto stretto e onesto. Lui non frequenta il set e non si affeziona a quello che giriamo: questo, da una parte, è un vantaggio. Alcune idee di incastro sono venute proprio in fase di montaggio.

Con un regista così, gli attori vengono più coinvolti o travolti?

Luca Lionello: Lui sembra simpatico e buono, ma in realtà è un mascalzone! Ti illude che il tuo suggerimento venga ascoltato, ma poi fa quello che ha in testa. Questo da una parte dà sicurezza. Non c’era spazio per particolare intuizioni, sul set, il racconto era serrato.

Lorenzo Monaco: Ti coinvolge, ma comunque lavora con te. Questo dà sicurezza, ma lascia quel po’ di spazio immaginifico: per prepararti ti dice di guardare film, ti dà parecchio da vedere per l’ispirazione. A me ha fatto guardare per la trecentesima volta Edward mani di forbice, per dare le giuste sfumature al protagonista.

Angelique Cavallari: Con lui, ho trovato una dimensione lavorativa profonda, a livello di anima. Nel film, io sono moglie, musa e ossessione per lo scrittore; lui mi ha lasciato libertà, tra noi c’è stato un bello scambio di mail. Avevo libertà, ma mi sentvo protetta.

Fabrizio Ferracane: A me piace essere guidato, sul set. Qui c’era uno scambio, mi si chiedevano delle cose, ma ero anch’io che proponevo.


Marco Minniti

 
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