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In breve

Tra le uscite più attese legate alle prossime festività natalizie, in un periodo tradizionalmente appannaggio del cinema per famiglie, la nuova fatica targata Pixar ha suscitato una particolare, giustificata curiosità. La casa di John Lasseter, dopo un paio di sequel tesi soprattutto a sfruttare l’onda lunga di vecchi successi (Alla ricerca di Dory, Cars 3) torna con Coco a trattare un soggetto totalmente originale: una vicenda legata ai temi tradizionalmente affrontati dallo studio americano (l’infanzia, la famiglia, la memoria) in un contesto insolito come quello di un villaggio messicano, e con un’implicazione poco usuale (e impegnativa) nel cinema per famiglie, qual è quella dell’aldilà.

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Posted 23 novembre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Tra le uscite più attese legate alle prossime festività natalizie, in un periodo tradizionalmente appannaggio del cinema per famiglie, la nuova fatica targata Pixar ha suscitato una particolare, giustificata curiosità. La casa di John Lasseter, dopo un paio di sequel tesi soprattutto a sfruttare l’onda lunga di vecchi successi (Alla ricerca di Dory, Cars 3) torna con Coco a trattare un soggetto totalmente originale: una vicenda legata ai temi tradizionalmente affrontati dallo studio americano (l’infanzia, la famiglia, la memoria) in un contesto insolito come quello di un villaggio messicano, e con un’implicazione poco usuale (e impegnativa) nel cinema per famiglie, qual è quella dell’aldilà. Un film, quello di Lee Unrich (Monsters & Co. e Toy Story 3 tra i suoi titoli più noti) in cui resta evidente la sinergia produttiva e creativa con la Disney, tradotta soprattutto in un’importante componente musicale, ma che mostra altresì una personalità tutta sua.

A un mese dall’uscita prevista nelle sale, il regista e la produttrice Darla K. Anderson sono venuti a presentare il film a Roma, dando vita ad un breve ma stimolante incontro stampa.

Gli eredi di Frida Kahlo hanno visto il film? Se sì, cosa ne pensano?

Lee Unkrich: Sì, abbiamo condiviso il film con loro sia durante la realizzazione, sia dopo la sua conclusione. Abbiamo collaborato con la Frida Kahlo Estate e col museo, loro ci hanno fatto aggiustare alcuni punti e ci hanno dato suggerimenti. Volevamo essere accurati e corretti, ma soprattutto rispettosi: ci hanno dato una mano, sono state persone belle e gradevoli con cui lavorare.

Nel film viene trattato il tema dell’aldilà in modo laico: è un film per bambini ma non ci sono angioletti, anime o Dio, ma solo persone. C’è inoltre il tema della famiglia, che viene ascoltata dal figlio ma solo fino a un certo punto: lui, a quel punto, decide di seguire le sue passioni.

Lee Unkrich: Era importante, per noi, fare una rappresentazione della terra dei morti che fosse fedele il più possibile alla tradizione messicana. Era importante anche far capire che quella non era la destinazione finale: in questo modo, le persone possono continuare a credere in ciò in cui preferiscono credere, nella propria idea di aldilà. Il film dev’essere visto da persone in tutto il mondo, di religioni anche diverse. Dopo quello che noi mostriamo, ci può essere un altro aldilà, e ognuno può decidere qual è. Il film dice che solo dopo che le persone vengono dimenticate vanno altrove, in un posto che resta un mistero. I nostri film, preciso, non sono solo per bambini: noi li facciamo per tutti, innanzitutto per noi, ma stiamo attenti che possano essere appropriati anche per i bambini. Il nostro scopo è innanzitutto trasmettere un messaggio di speranza.

Darla K. Anderson: Noi volevamo esplorare il tema delle passioni, cioè il fare ciò che uno sente di fare. La festa de los muertos è incentrata sulla famiglia, quindi aveva senso esplorare i temi che avessero a che fare col rapporto tra le generazioni. Il film doveva essere pieno, traboccante di musica. Ci abbiamo messo tutto il frutto della nostra ricerca e del nostro amore per la musica messicana. È stato molto gratificante e importante poter lavorare a un film che mettesse insieme tutti questi temi: c’è questo giovane che se vogliamo si contrappone alla famiglia per difendere chi lui è e ciò che vuole fare, nonostante ami profondamente la sua famiglia.

Quali tecniche di animazione avete usato per realizzare questo film, e in particolare il mondo dei morti? C’è stata un’evoluzione nel vostro modo di fare animazione?

Lee Unkrich: La terra dei morti era una sfida difficile, per noi, non solo a livello tecnico ma di design: avremmo potuto fare qualsiasi cosa. Abbiamo fatto delle ricerche, ma certo non siamo andati in viaggio nella vera terra dei morti! Il lavoro è stato tutto basato su fantasia e creatività, ma volevamo che il risultato fosse radicato nei reali luoghi visitati nelle nostre ricerche: le gru e le impalcature, per esempio, dovevano rappresentare una città in continua costruzione, perché le persone passano continuamente nell’aldilà e c’è una continua necessità di nuove abitazioni. Il mio team tecnico ha lavorato sodo, in stretta collaborazione reciproca, per realizzare qualcosa che solo un anno fa non sarebbe stato possibile. È stato un lavoro molto complesso ed elaborato dal punto di vista visivo, il cui risultato è andato ben oltre quello che ci si sarebbe potuto aspettare solo un anno fa.

Nel film c’è anche il tema del confine e della frontiera. Quant’è importante questo tema, con l’attraversamento di quel confine da parte del protagonista?

Darla K. Anderson: Nel film è importante ricordare gli antenati: se non lo si fa, questi vengono dimenticati per sempre. In questo, c’è anche il tema della frontiera e del suo attraversamento. È fondamentale, inoltre, ricordare che la famiglia è qualcosa che va tenuto nel cuore, ricordare che dobbiamo essere grati alle generazioni precedenti per il bagaglio che ci hanno trasmesso.

C’è un qualche rapporto di ispirazione creativa con la Sposa Cadavere di Tim Burton?

Lee Unkrich: Sapevamo che avremmo fatto film con “gli scheletri”, quindi ci siamo preparati vedendo tutti i film in cui c’erano queste figure, compresi quelli di Burton e di Ray Harryhausen. Però abbiamo cercato anche di crearci uno spazio specifico. Nessun film è stato una fonte diretta di ispirazione, ma sapevamo che saremmo entrati a far parte di questo lungo retaggio.

Qual è stato il ruolo della musica, nel film?

Lee Unkrich: Volevamo riempire il film di tanta musica: la prima fonte di ispirazione, in questo senso, è stato Fratello, dove sei?, dei fratelli Coen. Lì la storia è impossibile da separare dalla musica, musica di un genere specifico: lì si tratta della musica tradizionale americana, mentre noi invece volevamo concentrarci sulla musica messicana.

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Marco Minniti

 
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