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CONFERENZA STAMPA DI 120 BATTITI AL MINUTO

 
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In breve

Dopo una presentazione che ha suscitato molto interesse a Cannes, la conquista del prestigioso Gran Prix Speciale della Giuria, e la recente selezione da parte della Francia per la corsa agli Oscar, il nuovo film di Robin Campillo si prepara ad approdare nelle sale italiane. Storia dura e poco conciliatoria, che ci catapulta nella Francia di inizio anni ‘90, prendendo di petto il tema dell’AIDS, 120 battiti al minuto porta sullo schermo (anche) il personale impegno del regista nell’associazione Act Up-Paris, che difendeva i diritti delle persone sieropositive.

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Posted 3 ottobre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Dopo una presentazione che ha suscitato molto interesse a Cannes, la conquista del prestigioso Gran Prix Speciale della Giuria, e la recente selezione da parte della Francia per la corsa agli Oscar, il nuovo film di Robin Campillo si prepara ad approdare nelle sale italiane. Storia dura e poco conciliatoria, che ci catapulta nella Francia di inizio anni ‘90, prendendo di petto il tema dell’AIDS, 120 battiti al minuto porta sullo schermo (anche) il personale impegno del regista nell’associazione Act Up-Paris, che difendeva i diritti delle persone sieropositive. Attraverso i percorsi personali e politici dei membri del collettivo, tra amori, speranze, sofferenza e morte, il film di Campillo traccia il ritratto di un’epoca e di un contagio che finì per impattare (pesantemente) con la cultura dominante, mettendone a nudo contraddizioni e ipocrisie.
Del film, dei suoi temi e della sua componente autobiografica, il regista ha parlato nella conferenza stampa tenutasi in un hotel nel centro di Roma, alla presenza di un nutrito numero di giornalisti.

Quando ha sentito l’esigenza di fare il film? Lei ha anche fatto parte del movimento ivi rappresentato.
Nel 1982 avevo 20 anni, e di fronte al dilagare del contagio ero terrorizzato: si diceva fosse un virus che colpiva soprattutto i gay, i tossicodipendenti, le prostitute, ecc. Nel 1983 ho iniziato a frequentare la scuola di cinema, e mi sono reso conto che il cinema che avevo amato, come quello della Nouvelle Vague, non mi permetteva di comprendere ciò che stava capitando. A quel punto, non avevo più voglia di fare cinema. Poi, nel 1992 sono entrato a far parte di Act Up, allora lì ho capito che bisognava smettere di avere paura. Ho capito che era importante tornare al cinema, ho capito qual era la forza dirompente del parlare, del mettersi insieme, e del non avere paura. Lì ho capito quanto fosse importante fare un film sul tema: non sulla malattia ma sulla forza politica dell’organizzarsi. Ci ho messo del tempo, io sono un tipo che elabora con una certa lentezza, ma alla fine quelle immagini si sono ricomposte in questo film.

Qual è la vostra percezione di cosa succedeva all’estero rispetto a ciò che succedeva in Francia?
Non per forza ci confrontavamo con ciò che succedeva negli altri paesi: Act Up è sempre stato un movimento molto locale. La Francia è un paese che ruota soprattutto su Parigi, lì c’è il centro del potere politico, quindi da questo punto di vista è stato molto più semplice. Dell’Italia conoscevamo soprattutto la posizione del Papa, che consideravamo una posizione terribile, molto pericolosa per l’Europa e anche per l’Africa. Noi guardavamo al modello inglese e a quello tedesco, entrambi molto pragmatici, mentre di pragmatismo ce n’era molto poco in Francia. Lavoravamo molto sulla lotta ai laboratori e alle case farmaceutiche, che operavano questa politica terribile del mettere l’uno contro l’altro i diversi paesi, evitando di fornire le notizie sugli effetti dei farmaci. Loro ci facevano credere che non potevano produrre abbastanza medicinali, e che quindi bisognava scegliere, decidere chi curare per primo, lasciando fuori certi malati: per esempio, negli USA i nuovi farmaci non venivano dati a coloro che erano nella fase avanzata della malattia.

A distanza di 25 anni come è cambiata la situazione a riguardo in Francia, anche dal punto di vista politico e mediatico? C’è il rischio che non si facciano più campagne, e che quindi si abbassi la guardia?
Effettivamente, la situazione è paradossale: siamo passati da terapie con effetti modesti a terapie con un’efficacia fondamentale e con molti meno effetti collaterali, ma in Francia si crede che l’epidemia sia ormai una cosa del passato. C’è stata una conferenza a Parigi che ha riunito molti esperti del settore, e Macron non è venuto, perché si è reso conto della rabbia delle associazioni. Ora si sa che le persone trattate non solo non sono più contaminanti, ma che si possono fare anche operazioni con trattamenti preventivi, dirette a chi non usa sempre preservativi. Si potrebbero ancora fare campagne di prevenzione e di screening, ma ci vuole la volontà politica. Ora abbiamo migliorato la qualità della vita dei malati, ma manca la volontà di parlare ancora della malattia e di fare informazione. Bisogna concentrarsi su gruppi come prostitute, gay, ma anche migranti: la maggior parte di questi ultimi, per esempio, non sono malati quando arrivano in Francia, ma contraggono il virus successivamente.

Nel mondo cinematografico lei ha collaborato con Laurent Cantet. Cosa ha appreso da lui a livello di regia?
Lui era mio amico fin dal ‘93, quando eravamo insieme nella scuola di cinema. Io poi ho preso la strada di Act Up e dell’attivismo, lui quella del cinema, ma poi ci siamo poi ritrovati a fine anni ‘90, e lì abbiamo un po’ ripercorso la strada della scuola, con ciascuno che faceva il tecnico per il film dell’altro. Io non ho appreso qualcosa in particolare da lui, ma piuttosto ci siamo “insegnati” l’un l’altro. Con lui, ho perfezionato quel passaggio dal cinema al digitale degli ultimi anni, specialmente sul come riumanizzare quelle immagini che, girate in digitale, possono sembrare un po’ fredde.

Nel film è sempre presente il binomio Eros/Thanatos, con scene d’amore poste dopo scene di dolore estremo.
Io non ho mai visto Eros e Thanatos in contrapposizione, e non lo penso che lo siano in questo film. Io volevo rifiutare quel legame classico per cui se fai sesso, ciò ti porta alla morte. Parlando di AIDS, è ovvio che questo simbolismo sia presente, ma io ho voluto eliminarlo dal film: per noi era importante sopravvivere, visto che eravamo giovani, volevamo vivere, festeggiare, amare.

Cosa può dirci sull’uso della musica? In Philadelphia, alla fine c’era la Callas, qui Jimmy Sommerville…
L’uso della musica è stato molto importante: la musica house era la musica del tempo, ed è stata in un certo senso la colonna sonora della malattia. È una musica festosa, ma allo stesso tempo anche inquieta, con un tocco di malinconia. Usarla mi è stato utile, perché mi ha permesso di restituire gli aspetti più sensoriali e sensuali del film.

Nel film c’è un modello molto classico, che consiste nell’elaborare il dolore e la sofferenza parlandone con gli altri. Questo aspetto è voluto?
Da una parte si mostra l’impegno collettivo per aiutare le persone all’interno del gruppo. Però ci sono delle eccezioni: un mio amico, per esempio, ha detto che se avesse partecipato alle riunioni di Act Up non sarebbe sopravvissuto. Nonostante questo, è bello vedere persone che si riuniscono e che vengono da ambienti molto diversi. C’è molta teatralità, in queste riunioni, ma quando la malattia si aggrava, il protagonista ripiega su se stesso e decide di lasciare il gruppo: a quel punto, il collettivo non gli può più dare nulla.

Come avete girato le scene di confronto, anche acceso, durante i dibattiti? C’è stata improvvisazione?
Il digitale permette di migliorare molto anche l’aspetto dell’improvvisazione. Noi abbiamo fatto un lungo casting, poi sono seguiti tre giorni di prove, durante i quali abbiamo anche un po’ riscritto i dialoghi. Il rapporto con gli attori è stato quasi biunivoco, i passi sono stati fatti reciprocamente. I dialoghi però erano scritti, c’era ben poco di improvvisato: poi, quello che era stato scritto veniva tarato di volta in volta. Nella prima ripresa c’era caos, ma volevamo che gli attori si potessero spostare naturalmente nella scena: quello che non volevamo era che, una volta accesa la macchina da presa, tutti iniziassero a trattenere il respiro perdendo naturalezza.

Quale strada si trova davanti un sieropositivo, oggi, rispetto a 20 anni fa?
All’epoca, una sentenza AIDS significava praticamente una sentenza di morte: per questo, c’era una paura terribile anche solo nel farsi un test. Il silenzio cadeva non solo tra le varie comunità e gli “altri”, ma anche all’interno delle stesse comunità. Oggi non è bella notizia ricevere una diagnosi di sieropositività, ma certo c’è meno inquietudine: le persone vedono che si può vivere con questa malattia. Mi dispiace, però, che ancora adesso persone che magari già all’epoca parlavano di questa malattia, hanno paura di farsi il test ed evitano di curarsi, nonostante oggi ci siano farmaci potentissimi. Bisogna fare informazione, perché c’è ancora questo stigma, che era già assurdo all’epoca e adesso lo è ancor di più.

Cosa ha detto la politica francese sulla scelta di questo film per gli Oscar?
Dopo il successo, c’è stata la corsa a mettere il cappello su questo film: ci hanno provato sia la destra che l’Eliseo. Io spero di non andare a rappresentare la Francia: io voglio rappresentare piuttosto il film che Francia ha scelto, per me è importante far sì che il film venga visto negli USA, per esempio, dove l’esperienza di Act Up è nata: è importante che loro capiscano quanto noi siamo stati influenzati dal loro modello. È stata importante anche la partecipazione a Cannes, mi ha fatto piacere il premio anche se non cerco certo riconoscimenti: sono stato più contento, semmai, per attori e produttori.

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Marco Minniti

 
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