non solo recensioni…

 
 


 
Da non perdere
 

CONFERENZA STAMPA DE L’INCREDIBILE VITA DI NORMAN

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
5/ 5


User Rating
no ratings yet

 


In breve

Esordio hollywoodiano del regista israeliano Joseph Cedar, giunto in sala oltre un anno dopo la sua realizzazione (e dopo le apprezzate proiezioni ai festival di Telluride e Toronto), L’incredibile vita di Norman potrebbe segnare una svolta importante per la carriera di Richard Gere. il film di Cedar, racconto della vita di un singolare e ingombrante “angelo custode”, segna il definitivo abbraccio, per l’ex star di American Gigolo, di una fase introspettiva e autunnale della sua carriera.

0
Posted 22 settembre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Esordio hollywoodiano del regista israeliano Joseph Cedar, giunto in sala oltre un anno dopo la sua realizzazione (e dopo le apprezzate proiezioni ai festival di Telluride e Toronto), L’incredibile vita di Norman potrebbe segnare una svolta importante per la carriera di Richard Gere. L’”unicità” del film di Cedar, racconto della vita di un singolare e ingombrante “angelo custode”, non sta solo nel possibile ingresso di Gere (dopo quasi un quarantennio di carriera) nell’olimpo dei nominati dell’Academy: il film segna anche il definitivo abbraccio, per l’ex star di American Gigolo, di una fase introspettiva e autunnale della sua carriera, con la fascinazione per elementi di fragilità da outsider che ne restituiscono un quadro attoriale molto più complesso e sfaccettato rispetto a quanto non fosse emerso in passato. Una fase già aperta dal precedente dal precedente Franny, che qui sembra arrivare a definitivo compimento.

In occasione dell’imminente uscita italiana del film (fissata per il 28 settembre) Gere è giunto a Roma per la presentazione alla stampa, dando vita a un incontro breve ma ricco di spunti di riflessione.

Quello di Norman è un personaggio seccante, invadente. Come lo vede dall’esterno?
Dovunque il film venga proiettato, mi si dice che il protagonista è così seccante: si chiedono perché semplicemente non se ne va e non lascia in pace le sue vittime. C’è una cosa, oggi, che sembra essere comune ad ogni cultura: ogni incontro sembra essere basato sul compromesso, sul “cosa posso ottenere da un incontro, e cosa sono costretto a perdere”. Il mondo è basato sulle transazioni e sui compromessi. La vita nei villaggi, secoli fa, invece vedeva tutti sulla stessa lunghezza d’onda: ognuno sapeva quale era il suo posto. Il presidente USA è proprio uno che vive di compromessi, non certo di senso morale. Forse questo è anche positivo, in un certo senso, perché rappresenta la nostra immagine speculare: per noi, può essere utile per migliorare. Norman è entrambe le cose insieme, è portato al compromesso ma ha un cuore sincero: non manipola le persone, ma vorrebbe renderle felici. Nel momento in cui loro sono felici, lo è anche lui, perché si sente incluso. Ha tutti e due gli aspetti, in sé, quello del compromesso, ma anche il cuore gentile.

Qual è il limite dell’amicizia?
Nel film c’è un’unica scena con il futuro presidente e Norman faccia a faccia. È la scena in cui Norman regala all’altro la scarpa, e gliela infila. Abbiamo fatto molte prove di questa scena, per me era un simbolo importante: ho suggerito io stesso che il mio personaggio gliela facesse indossare, inginocchiandosi davanti a lui, come in Cenerentola. In quella scena c’è l’aspetto di fiaba: lui, accettando, avrebbe accettato l’amicizia. Poi c’è quel momento di insicurezza, quando Norman è in fila per stringere la mano al presidente, e non sa se questi se lo ricorderà: l’amicizia qui viene rivitalizzata, ma poi in seguito viene troncata di nuovo.

In questo film, siamo distanti dai suoi ruoli più classici: lei, di solito, è fisicamente diverso da Norman. Come si è preparato, dal punto di vista fisico, a questo tipo di ruolo?
È stato facilissimo: Norman è ciò che sono io davvero. Abbiamo trascorso giornate intere a fare prove, ma alla fine sono io che decido come interpretare un personaggio. Do sempre a tutti l’opportunità di dare suggerimenti, li faccio “giocare”, ma alla fine decido io. Fisicamente è un tipico personaggio newyorkese, un ebreo dell’Upper West Side. Io ho vissuto a New York per 20 anni, e lì è pieno di questi personaggi. E’ venuto fuori dalla mia memoria con estrema facilità: ho dovuto solo lasciare che si muovesse liberamente, rimuovendo tutti gli ostacoli.

Lei è mai stato “vittima” di un Norman, o lo è stato lei stesso?
Tutti conosciamo un Norman, da qualche parte. Un tipo così c’è in ogni ambiente: ovunque, c’è un nucleo composto da quelli “giusti”, quelli che contano, e poi quelli che stanno ai margini, e cercano in vari modi di entrare. Da questo punto di vista, lui è un personaggio universale. Ma la cosa che lo contraddistingue è che lui è di buon cuore: è un imbroglione totale, è finto, mente su tutto, ma in realtà ha un cuore buono. Lui ci crede, vorrebbe davvero dare alle persone ciò che promette.

Con questo ruolo, l’Academy potrebbe finalmente accorgersi di lei? Le piacerebbe?
Un eventuale Oscar, più che altro, potrebbe servirmi per poter fare più film indipendenti. Sono questi i film che voglio fare. Quindi, perché no?
Nel film, il primo ministro parla della vita come di una ruota: a volte si va su, e a volte giù. Come vede lei questo movimento?
Quando hai tantissimi soldi, e puoi bere ottimo vino, poi diventa difficile adattarsi a bere vino di pessima qualità. Questa altalena vale per tutti, e si verifica in tutti i momenti, anche nel corso della stessa giornata. Non c’è nulla che rimane costante e fisso: ogni respiro è in un certo senso “morte”, e segna un altro giro di ruota. Abbiamo difficoltà, semmai, quando pensiamo che l’esistenza sia statica e costante. Quando riusciamo invece ad accettare il ruotare e girare continuo, allora riusciamo a trovare momenti di vera felicità.

I critici americani hanno parlato di questa come della sua migliore interpretazione. Il suo percorso da star hollywoodiana è anomalo, forse anche in virtù delle sue scelte politiche. Quand’è che ha deciso di puntare su progetti indipendenti come questo?
A me, veramente, pare di fare questo tipo di film fin dell’inizio: il mio primo, per esempio, era I giorni del cielo. I miei film, in realtà, hanno tutti le stesse dimensioni: ma oggi i film di questo genere sono realizzati dagli studios. I ruoli sono diversi, ovviamente: ora ho 68 anni, ma il tipo di film è lo stesso. Ora i budget però sono più bassi, e quindi bisogna ridurre i tempi: questo, per esempio, lo abbiamo girato in appena 30 giorni.

 

Share on FacebookShare on Google+Share on LinkedInPin on PinterestTweet about this on TwitterShare on Tumblr

Marco Minniti

 
Avatar of Marco Minniti


0 Commenti



Commenta per primo!


Risposte


(required)