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CONFERENZA STAMPA DE IL RAGAZZO INVISIBILE – SECONDA GENERAZIONE

 
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In breve

Nel quadro di una rinnovata attenzione del nostro cinema per i generi, declinata (anche) come voglia di sperimentare modelli finora appannaggio del cinema d’oltreoceano, Gabriele Salvatores ha voluto tentare per la prima volta, non senza coraggio, la dimensione della saga. Questo Il ragazzo invisibile – Seconda generazione segue di tre anni il prototipo interpretato dal giovane Ludovico Girardello, primo esempio italiano di film super-eroistico; un tentativo chiaramente debitore alla Marvel e ai suoi “supereroi con superproblemi”, innestato qui su un tessuto sociale che è quello tipico di molta commedia italiana mainstream.

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Posted 7 gennaio 2018 by

 
Recensione completa
 
 

Nel quadro di una rinnovata attenzione del nostro cinema per i generi, declinata (anche) come voglia di sperimentare modelli finora appannaggio del cinema d’oltreoceano, Gabriele Salvatores ha voluto tentare per la prima volta, non senza coraggio, la dimensione della saga. Questo Il ragazzo invisibile – Seconda generazione segue di tre anni il prototipo interpretato dal giovane Ludovico Girardello, primo esempio italiano di film super-eroistico; un tentativo chiaramente debitore alla Marvel e ai suoi “supereroi con superproblemi”, innestato qui su un tessuto sociale che è quello tipico di molta commedia italiana mainstream (un adolescente e i suoi problemi di crescita in un contesto familiare borghese).

Un modello che segue più da vicino i suoi punti di riferimento rispetto al fortunatissimo esempio (più “di rottura”) di Lo chiamavano Jeeg Robot, e che ora punta ad espandere la sua mitologia e il suo universo con questo secondo episodio. Un episodio dal sapore più collettivo rispetto al suo predecessore, in cui la vicenda del giovane Michele si amplia e problematizza, arricchendosi di nuovi alleati e nemici.

Il regista napoletano, prima delle feste natalizie, ha voluto presentare alla stampa di Roma il suo film (la cui uscita è prevista per il 4 gennaio) insieme al giovane protagonista, agli sceneggiatori Alessandro Fabbri e Ludovica Rampoldi, al produttore Nicola Giuliano, e al tecnico degli effetti speciali Victor Perez.

Questa è la prima volta che in Italia viene affrontata la dimensione della saga cinematografica, perdipiù una saga di supereroi, in un ambito che è crossmediale (al film si affiancherà un romanzo e una graphic novel). Il punto di vista è quello di un adolescente. In quale modo il film approfondisce quanto era già stato fatto nel primo?
Gabriele Salvatores: A differenza dei vari sequel, o “triquel”, qui c’è una vera e propria saga, qualcosa di simile a Harry Potter, se vogliamo: c’è un protagonista che cresce, come una specie di Boyhood che si dipana film dopo film. A 16/17 anni si scopre il lato oscuro delle cose, un lato che può essere anche melanconico e poetico. La storia diventa un po’ più oscura seguendo la crescita del protagonista, ma anche più complessa, cinematograficamente parlando. Il primo film era più lineare, questo invece ha molti salti temporali, e aspetti quasi da thriller.

Ludovico, Michele è cambiato rispetto al film precedente, e anche tu sei cresciuto. Come è cambiato essere Michele?
Ludovico Girardello: E’ stato divertente per tutti, fare questo film, specie per me. In questo secondo film c’è più “ciccia”, il primo in un certo senso era solo un prologo, e per questo si pensa già di fare anche il sequel del sequel. È stato più facile farlo, anche per la mia esperienza che nel frattempo era cresciuta. Il primo era un gioco, il secondo un’esperienza più professionale.

Il film di genere è stato per decenni un monopolio dell’industria americana, poi è sbucato un certo Luc Besson. Possiamo dire che da oggi non è più solo?
Gabriele Salvatores: Io ci avevo già provato già nel ‘96, ad affiancare Besson, con Nirvana. Quando l’ho incontrato, lui si lamentava perché lo ricordavano tutti per Nikita, e io gli risposi che il nostro destino era simile, visto che io invece venivo ricordato solo per Mediterraneo. Gli dissi pure che nonostante tutto, comunque, eravamo fortunati.

Come ti sei confrontato col modello degli X-Men?
Gabriele Salvatores: I film degli X-Men a dire il vero non li avevo mai visti, visto che non sono un patito di quel genere di cinema; al contrario, invece, sono un aficionado del cinema americano degli anni ‘80, dei classici come E.T., Gremlins, I Goonies, ecc. Quello era un cinema che poteva unire le famiglie, senza che nessuno si annoiasse.

Nel film c’è il tema della maternità, col contrasto tra la madre biologica, e quella che cresce effettivamente il figlio…
Gabriele Salvatores: Questo è un discorso a cui tengo, che a volte torna anche nella cronaca. Io sono convinto che i figli siano di chi li cresce: a farli si fa in fretta, e a volta è anche piacevole, ma il difficile è crescerli e farli diventare adulti.

È curioso che nel film il pericolo venga dalla Russia. Come mai questa scelta?
Gabriele Salvatores: Non c’era nessuna connotazione politica: il motivo è solo che quello è un posto che rimane lontano, un po’ misterioso e chiuso, almeno nella mitologia delle storie.

Victor Perez, che problemi ha incontrato per la realizzazione degli effetti speciali?
Victor Perez: Il problema, praticamente, è iniziato quando mi hanno chiamato, ed è finito quando abbiamo consegnato il film! Seriamente, il budget è sempre ristretto, in questi casi, ma questo fa uscire il meglio da tutti. L’importante però è che siamo riusciti a fare una cosa del genere in Italia: io, che sono spagnolo, sono fiero che il prodotto sia stato italiano al 100%. Oggi si pensa spesso che queste cose le faccia interamente il computer, ma non è vero: il computer è solo uno strumento, un “pennello”. Bisogna sfatare il mito che in qui Italia non si può fare un film come questo, perché non è vero. Le limitazioni di budget ci sono anche negli USA: è importante soprattutto lavorare con registi validi.

Salvatores, gli effetti speciali hanno rispecchiato quella che era la sua visione del film?
Gabriele Salvatores: Sì, Victor, oltre che un tecnico di effetti speciali, è anche un regista, quindi è stato facile capirci. Il lavoro sugli effetti è riuscito quando questi sono ben inseriti nel film: è un po’ come nel montaggio, in cui non dovresti mai sentire il taglio.
Victor Perez: La cosa più complessa, ma anche più stimolante, è stato ricreare alcune parti oniriche. La scena del sogno con la pioggia di fuoco, per esempio, è stata difficile, perché si trattava di visualizzare delle emozioni in chiave onirica. Lì non si trattava di fare i “tamarri”, con esplosioni e simili: quello, può farlo la Marvel molto meglio di noi.

Salvatores, chi rappresentano per lei questi “speciali”?
Gabriele Salvatores: Beh, noi di solito immaginiamo i supereroi come persone che aiutano gli altri e salvano il mondo, ma nella realtà sappiamo che molti di quelli che hanno “superpoteri” li usano in maniera sbagliata: me ne vengono giusto in mente, ora, uno coreano e uno americano. All’epoca del film precedente, abbiamo fatto un concorso nelle scuole italiane in cui chiedevamo agli studenti di inventare idee per un ipotetico sequel: tra i temi più trattati, nelle risposte, ne sono emersi due, ovvero la paura di non essere il vero figlio della propria madre, e la paura del terrorismo. Con questo film non volevo assolutamente fare il parallelo tra Speciali e terroristi: volevo però evidenziare che, se uno diventa cattivo, non è perché Gesù bambino o chi per lui lo ha fatto diventare così, ma perché spesso la società lo ha emarginato, rendendolo ciò che è.

Il film può essere definito una specie di romanzo di formazione in chiave fantasy?
Gabriele Salvatores: Sì. Uno scrittore fantasy come Baccalario, tempo fa, parlava proprio della condizione di orfano come tema ricorrente in quella narrativa. È proprio da lì che comincia l’avventura: ovvero, da quando non hai più nessuno che ti dice cosa fare, e devi prendere in mano il tuo destino.

Ci sarà quindi un nuovo sequel?
Gabriele Salvatores: Beh, il detto è che non c’è due senza tre. Ma potremmo anche smentirlo…

Quanto è costato in tutto il film?
Nicola Giuliano: Quanto il primo, in tutto, cioè circa 8 milioni. La sfida qui era a monte: non si trattava solo di giocare contro la Marvel, ma di stabilire se era possibile fare un film che fosse fondativo per l’immaginario di un’intera generazione. Io ricordo bene l’ondata di commozione che ha accompagnato la morte di Bud Spencer: i suoi film erano appunto fondativi, gli spettatori che li hanno visti al cinema hanno avuto la possibilità di fondare il loro immaginario su qualcosa che era vicino, contemporaneo a loro.

Salvatores, lei non ha firmato la sceneggiatura del film. Come mai ha scelto di imbarcarsi in un progetto, di fatto, non suo?
Gabriele Salvatores: Il motivo più intimo è il fatto che non ho figli, e da un po’ ne sto allevando uno cinematografico, un figlio che coltivo dai tempi di Io non ho paura in poi. Poi c’è il fatto che a fare sempre le stesse cose ci si annoia: l’idea di fare un film come questo mi appassionava. Inoltre, quando Meditterraneo ha vinto l’Oscar, per me è stato un po’ come quando il ragno punge Spiderman: mi era stato dato un grande potere, da cui derivava una grande responsabilità. È da allora che ho pensato: “Proviamo a fare anche cose che non so fare”.

Considerato che non ha firmato la sceneggiatura, in quali “interstizi” ha lavorato per rendere il film più suo?
Gabriele Salvatores: Io rispetto molto il concetto di “autore”, ma penso tuttavia che il cinema sia un’opera meravigliosamente collettiva. Io non sopporto chi dice “il mio film”, perché da solo semplicemente non puoi farlo, il film. Perché avrei dovuto firmare una cosa, se non l’ho scritta? E’ normale che, se ci sono persone che contribuiscono al risultato finale, tu ne riconosca il lavoro.

Come avete lavorato sulla dimensione della saga, e sulla “crossmedialità” del film, con gli incroci con romanzo e graphic novel?
Ludovica Rampoldi: Scrivere un sequel, in genere, è difficile, visto che devi fare i conti con tutte le premesse che avevi seminato nel prototipo. Secondo me il primo film era un romanzo di formazione, mentre questo è più un romanzo “di distruzione”: qui c’è, per il protagonista, il tema dell’affrontamento di una vita nuova, dopo che le premesse della vecchia sono andate in frantumi. Nel primo lui si domandava “chi sono?”, mentre qui si domanda “che cosa faccio di ciò che sono?” Questo è un tema che abbiamo approfondito ulteriormente nel romanzo.
Alessandro Fabbri: Noi ci siamo abituati a scrivere in maniera seriale: cioè a disseminare premesse e a mettere punti interrogativi a cui rispondere poi più avanti, confidando che riusciremo a farlo. È divertente fare questo, ma il difficile è farlo in un contesto produttivo in cui non è possibile “fare i tamarri”: qui dovevamo tararci su un livello produttivo che era diverso da quello americano, senza però disattendere le aspettative di quel pubblico. I fumetti, poi, non dovevano raccontare quello che c’era nel film, ma il background dei singoli personaggi.

Un’idea per il terzo film?
Gabriele Salvatores: Magari, se vuole, possiamo improvvisarla qui, adesso! Seriamente, per ora non ne ho la più pallida idea. Ma vedremo.

Le hanno mai offerto la regia di una serie tv?
Gabriele Salvatores: Per ora no. Una serie la farei volentieri, ma bisogna stare attenti: negli USA, la HBO e i suoi concorrenti hanno alzato il livello del racconto, e ora si sta andando avanti in quella direzione. Anche in quell’ambito, è necessario pensare a qualcosa di diverso, di nuovo.


Marco Minniti

 
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