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CONFERENZA STAMPA CON JEAN-JACQUES ANNAUD PER L’ULTIMO LUPO

 
JEAN-JACQUES ANNAUD PER L'ULTIMO LUPO
JEAN-JACQUES ANNAUD PER L'ULTIMO LUPO
JEAN-JACQUES ANNAUD PER L'ULTIMO LUPO

 
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In breve

L’arrivo, nella capitale, di un regista come Jean­- Jacques Annaud, rappresenta un evento difficile da ignorare. Il cineasta francese, infatti, è da sempre esponente di una via europea al cinema di intrattenimento, personale e popolare insieme, con una dimensione globale e uno sguardo sulle diverse culture che non diviene mai esotismo d’accatto; nella sua lunga carriera, spaziando dal period […]

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Posted 25 marzo 2015 by

 
Recensione completa
 
 

L’arrivo, nella capitale, di un regista come Jean­- Jacques Annaud, rappresenta un evento difficile da ignorare. Il cineasta francese, infatti, è da sempre esponente di una via europea al cinema di intrattenimento, personale e popolare insieme, con una dimensione globale e uno sguardo sulle diverse culture che non diviene mai esotismo d’accatto; nella sua lunga carriera, spaziando dal period thriller (Il nome della rosa) al cinema bellico (Il nemico alle porte), passando per il melodramma d’autore (L’amante), Annaud ha sempre mostrato una profonda conoscenza dei meccanismi del racconto per immagini, unita a un rispetto per l’argomento di volta in volta trattato, e per lo spettatore, che gli garantiscono già un posto non secondario nella storia della Settima Arte. Con questo L’ultimo lupo, il cineasta francese si immerge negli splendidi paesaggi della steppa mongola, durante il periodo della Rivoluzione Culturale cinese; raccontando un dramma di convivenza e scontro tra uomo e natura (e in particolare tra gli esseri umani e la specie da essi più temuta, il lupo) che chiude un’ideale trilogia iniziata da altre due pellicole che trattavano argomenti analoghi, L’orso e Due fratelli. Un’avventura impreziosita dall’uso del 3D, che il cineasta ha voluto raccontare durante la conferenza stampa tenutasi contestualmente alla presentazione del film.

Presentando il film, lei ha detto “i produttori cinesi sono venuti a cercarmi”. Può spiegarci di preciso cosa intendeva? E’ cambiato qualcosa dai tempi dell’ostracismo di Sette anni in Tibet?

Jean­Jacques Annaud:  Avevo letto il romanzo di Jiang Rong, da cui il film è tratto, e l’avevo trovato straordinario: allora mi sono detto “è un vero peccato che non possa andare in Cina e farne un film”. Poco tempo dopo, mi sono venuti a cercare da Pechino, e mi hanno proposto proprio di fare questo film; io ho risposto che non potevo, perché non ero benvenuto nel loro paese. Loro però mi hanno detto “la Cina in questi anni è cambiata, abbiamo davvero bisogno di lei: sappiamo che ama le minoranze, ama i lupi e la Mongolia, e speriamo che ami anche noi.” Io mi sono fidato. Devo dire che ho avuto una libertà assoluta, ho scelto personalmente i luoghi, il cast, ho scritto la sceneggiatura e scelto l’autore delle musiche, senza interferenze. Alla fine ho ricevuto la visita di un ministro che mi ha detto “non si preoccupi del box office: a noi il film piace così”. Mi sono stupito, anche perché a me il box office invece stava a cuore!

Quanto ha influito la Rivoluzione Culturale sulla vita dei lupi in Mongolia?

Jean­Jacques Annaud: La rivoluzione culturale ha generato una tale fame, che l’ansia principale era quella di trasformare tutti i terreni in colture, di renderli agricoli. Così è stato anche per la Mongolia, ma raggiungere questo scopo lì era impossibile, per l’elevato numero di lupi. Così, il governo ha istituito un corpo militare speciale per lo sterminio dei lupi, esattamente com’è successo in Francia, dove tra l’altro questo corpo c’è ancora. E’ una tradizione di tutti i paesi a vocazione agricola. Del romanzo mi piaceva proprio l’universalità del tema: i problemi manifestati in Cina negli anni ’60 sono analoghi a quelli di Francia, Australia e Canada.

I suoi film sono spesso girati in esterni, in mezzo a paesaggi naturali. Da cosa nasce questo amore  per la natura, e per le storie che legano uomini e animali?

Jean­Jacques Annaud: L’amore per la natura l’ho sviluppato da bambino, mi piaceva stare nel giardino di casa, e in seguito mi piaceva stare in campagna e al mare, amavo vivere gli elementi, il vento, la tempesta, la neve. Sono sempre stato attratto da luoghi remoti e solitari, luoghi che fanno sognare; e mi piace far sognare il pubblico con me. La vita è fatta a volte di azzardi e casualità; io ho scoperto il mondo animale esattamente come succede al protagonista del film, ma lui era in Mongolia, io in Africa. Lì ho scoperto la somiglianza tra animale e uomo, l’universalità di certi comportamenti. Ancora di più me ne sono accorto quando ho girato L’orso: noi, in fondo, siamo animali vestiti, le pulsioni principali le condividiamo col mondo animale. Raccontando quest’ultimo, spero anche di rendere migliore l’uomo.

Cosa può fare il cinema per l’ambiente minacciato?

Jean­Jacques Annaud: Il cinema ha la forza del soft power, della persuasione: ogni civiltà occidentale è stata influenzata dal pensiero anglosassone, e questa influenza è avvenuta anche grazie al cinema. Il cinema può contribuire a cambiare il mondo, certo, ma un solo film non basta: c’è bisogno di un film dietro l’altro, mani su mani che aiutino nell’opera. Nei suoi tre film con la natura e il mondo animale c’è una sorta di evoluzione: ne L’orso il punto di vista è quello dell’animale, in Due fratelli vediamo il male che l’uomo fa all’animale, mentre qui il focus è quello dell’uomo che sta distruggendo la natura. È un’interpretazione corretta? Quando ho fatto L’orso, ho corso il rischio di raccontare una storia dal punto di vista animale, mentre in Due fratelli non volevo ripetermi, e quindi ho adottato un’ottica diversa. Qui ho rispettato le emozioni che mi aveva suscitato il romanzo, lavorando su più livelli: nel primo ho cercato di trasferire il senso di calore, la gamma di emozioni del giovane protagonista; al secondo livello, avvicinandomi il più possibile ai lupi, volevo far comprendere loro ragioni, e far sì che il pubblico arrivasse a provare affetto per questi animali, considerati da sempre nemici. L’autore del romanzo mi disse gli sarebbe davvero piaciuto che grazie al film il pubblico fosse arrivato a capire il punto di vista dei lupi. Ho provato a raggiungere questo scopo, e anche a far capire l’importanza della loro presenza in una terra come la Mongolia: da quando i lupi si sono estinti, infatti, in quelle terre sono arrivati i roditori che strappano l’erba, e la terra si è lentamente trasformata in un deserto di dune.

Il lupo è un mammifero sul quale sono state sviluppate le leggende più incredibili. Ha lavorato, oltre che sul libro originale, anche su di esse?

Jean­Jacques Annaud: Ho riletto innanzitutto i testi scientifici redatti dai difensori di questa specie, anche per capire la loro specificità rispetto agli altri mammiferi. Poi ho incontrato due accademici che hanno dato il maggior contributo nello studio dei lupi della Mongolia. Le tradizioni a cui ho guardato sono state in particolare quelle dell’ambiente cinese e dei mongoli: i primi avevano una prospettiva da contadini, i secondi l’atteggiamento di un popolo nomade, con un diverso concetto di territorio. I mongoli, infatti, hanno sempre considerato i lupi come una tassa da pagare necessaria, per alcuni versi utile: ma da quando sono diventati sedentari, hanno cominciato anche loro ad ucciderli. Oggi in Mongolia c’è una controversia: i giovani infatti dicono di non amare i lupi, mentre i loro nonni addirittura offrivano loro i loro corpi dopo la morte, convinti che avrebbero aiutato la loro anima a raggiungere la loro divinità, il Tengri.

Perché ha usato il 3D?

Jean­Jacques Annaud:Avevo già fatto un film in IMAX, un mediometraggio, e quello fu il mio primo avvicinamento al 3D: lì ne ho scoperto vantaggi e pericoli. I vantaggi erano quelli di poter cogliere con una prossimità molto elevata le scene di intimità; i pericoli consistevano nell’utilizzare il 3D solo come una serie di effetti speciali potenziati, ad esempio quello di lanciare oggetti contro gli spettatori. Qui ho ripreso questa tecnologia per avvicinare sempre più lo spettatore allo spazio dei lupi. Ho girato un terzo del film con macchine da presa 3D, comprese le scene col cucciolo di lupo; con i lupi adulti però non era possibile, anche perché le cineprese 3D hanno montato sopra uno specchio che li avrebbe spaventati. Abbiamo girato queste scene in 2D, per poi convertirle e ridimensionarle, con una squadra di tecnici che hanno lavorato ad hoc.

Tra voi e i lupi, chi ha imparato da chi?

Jean­Jacques Annaud: Io ho imparato da loro, osservando il funzionamento della loro società. Ad esempio, racconto un aneddoto divertente: il capobranco a un certo punto è stato detronizzato dal fratello che tutti gli altri consideravano stupido; questi si sentiva molto forte, e l’altro così ha deciso di non combattere e lasciargli il trono. Quando abbiamo dovuto girare una scena in cui il capobranco doveva infilarsi in una stretta galleria, abbiamo visto che questo nuovo “re” non sapeva bene cosa fare: gli altri lupi letteralmente sogghignavano, e la loro espressione era palesemente di scherno e pietà. Alla fine, il passaggio è avvenuto, lui è riuscito nell’impresa ed ha alzato la coda, trionfante: gli altri, che un momento prima lo schernivano, gli si sono inchinati e gli hanno letteralmente leccato il culo.

Ha sentito la responsabilità di portare sullo schermo un libro che in patria ha riscosso tanto successo?

Jean­Jacques Annaud: Avevo già adattato Il nome della rosa, e le recensioni all’epoca erano state quasi tutte abominevoli: ne ricordo solo una che era non dico positiva, ma così così. Però per quel film ho avuto il sostegno di Umberto Eco. Essere criticati è il rischio che corre ogni cineasta quando decide di adattare un’opera letteraria: lui mi diceva “quello è il mio libro, ma questo sarà il tuo film”. La seconda esperienza l’ho avuta con L’amante, che era tratto da un romanzo di Marguerite Duras: lì, dall’autrice ho avuto meno sostegno di quello che mi diede Eco, ma il film andò bene, e alla fine ci siamo anche abbracciati.

Che accoglienza ha avuto il film in Cina?

Jean­Jacques Annaud: Magnifica. Al box office è stato un vero e proprio exploit: nel primo giorno siamo arrivati ad un milione di spettatori, mentre attualmente siamo a 20 milioni.

Nella società moderna, secondo lei, chi sono i “lupi”, ovvero gli emarginati, vittime di pregiudizi?

Jean­Jacques Annaud: Credo siano tutte le minoranze, che vengono sempre minacciate di sterminio da parte della maggioranza. Eco dice che, per un’opera, esiste un numero di letture possibili pari al numero di lettori: il mio film, per esempio, è stato visto anche come una metafora del rapporto tra mongoli e cinesi, con i primi che, malgrado siano un’etnia con numeri contenuti, può essere vista come una minaccia dall’etnia maggioritaria.

Che animale è, invece, Jean­Jacques Annaud?

Jean­Jacques Annaud: Sul passaporto c’è scritto che sono un uomo.


Marco Minniti

 
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