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CONFERENZA STAMPA CON GABRIELE MUCCINO PER PADRI E FIGLIE

 
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In breve

Con la temporanea eccezione di Baciami ancora (datato 2010) da ormai quasi un decennio Gabriele Muccino lavora in pianta stabile negli USA. Un percorso che ha portato il regista romano a bruciare tutte le tappe, ottenendo subito un grande successo internazionale con La ricerca della felicità (progetto voluto e patrocinato da Will Smith), ma non riuscendo poi a raggiungere gli stessi risultati col successivo Sette anime; crollando poi, tre anni fa, con la commedia romantica Quello che so sull’amore, progetto nato sotto la forte impronta di un Gerard Butler padre-padrone dell’operazione. Un apparente declino (comunque valutato in modo vario, e diversificato, dalla critica) che però non ha impedito a Muccino di proseguire l’avventura hollywoodiana. […]

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Posted 24 settembre 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Con la temporanea eccezione di Baciami ancora (datato 2010) da ormai quasi un decennio Gabriele Muccino lavora in pianta stabile negli USA. Un percorso che ha portato il regista romano a bruciare tutte le tappe, ottenendo subito un grande successo internazionale con La ricerca della felicità (progetto voluto e patrocinato da Will Smith), ma non riuscendo poi a raggiungere gli stessi risultati col successivo Sette anime; crollando poi, tre anni fa, con la commedia romantica Quello che so sull’amore, progetto nato sotto la forte impronta di un Gerard Butler padre-padrone dell’operazione. Un apparente declino (comunque valutato in modo vario, e diversificato, dalla critica) che però non ha impedito a Muccino di proseguire l’avventura hollywoodiana: e questo nuovo Padri e figlie, melò familiare ambientato tra gli anni ’80 e i giorni nostri, raduna un cast a dir poco sontuoso. Oltre al protagonista (e produttore esecutivo) Russell Crowe, tra gli interpreti troviamo infatti Amanda Seyfried, Aaron Paul, Diane Kruger, Jane Fonda e la star emergente Quvenzhané Wallis. Un progetto in cui Muccino punta, per la terza volta, la sua lente di ingrandimento sui rapporti tra genitori e figli, e in particolare tra un padre single e affetto da una grave forma di depressione (interpretato da Crowe) e una figlia contesa da parenti vendicativi e senza scrupoli.

Dopo la proiezione stampa del film, a Roma, il regista si è confrontato coi giornalisti intervenuti, per un incontro breve ma ricco di spunti interessanti, sulla genesi del film e sulle sue tematiche.

Quali sono le differenze tra questo e gli altri tuoi film americani?

Gabriele Muccino: Ogni film ha una sua storia. I miei primi due film con Will Smith ebbero una genesi insolita: in genere, negli USA, si inizia col cinema indipendente, con pochi soldi, per poi passare agli studios. Io invece sono stato direttamente chiamato da uno come Smith, passando sopra la testa di tanti registi che avrebbero voluto fare quello che ho fatto io: ho avuto la meglio su tre miei colleghi, fui letteralmente imposto da Smith che, ancora non so perché, voleva assolutamente che fossi io a fare il film. Non avevo mai fatto film così drammatici, credevo avrebbe fatto quattro soldi, invece è diventato un blockbuster. Da allora, potevo fare di tutto a Hollywood, ma ho detto di no a un sacco di progetti: il mio essere regista è guidato dall’idea di raccontare qualcosa di personale, e attinente alla vita. Mi rifaccio a una scuola come quella di Zavattini, di Age e Scarpelli, e all’estero di Bob Fosse, Oliver Stone, Woody Allen, ecc. Sono questi i film che gli studios facevano negli anni ’70, mentre invece oggi invece la Paramount fa solo film che hanno la sicurezza di trovare un grande pubblico planetario. In pochi anni siamo passati da film drammatici ai giocattoli, come i vari prodotti Marvel, l’ennesimo Star Wars, gli Hunger Games e i franchise vari. Gli studios ora si avvitano su se stessi, propongono sempre le stesse cose. Io non so fare film come Twilight e simili: chi fa film così vive di rendita per tutta la vita, io invece devo lavorare per vivere. Faccio film d’arte, anche difficili da mettere insieme, ma che quando capitano sono come il miele per l’orso. E’ una tipologia di film che oggi si fa sempre meno, e io ora posso portarne uno così in giro per il mondo. Sono opere che ormai sono state scippate dalla tv. Nel mio ultimo progetto americano, ho fatto l’errore di fare un film con una sceneggiatura che mi legava le mani, e con un protagonista che si scriveva le scene da solo. Stavolta, invece, sapevo che avevo per le mani un progetto importante, complicato nel montaggio e nella gestione della struttura, con varie sottotrame. Secondo me è il più compiuto dei miei film, perché nella sua stratificazione impatta una zona del nostro subconscio che ha a che fare con un’emotività non calcolata. Io stesso, quando lo rivedo, mi emoziono e piango. L’ho voluto fare a modo mio, ho detto che o si faceva così o non l’avrei fatto: ma loro si sono dimostrati produttori capaci di rispettare il regista/autore.

Hai fatto tre film americani che avevano al centro il rapporto padre/figlio. È solo un caso?

Gabriele Muccino: Io ho provato a fare anche altre tipologie di film, avevo proposto persino un film di fantascienza intitolato Passenger, che poi non è stato realizzato. Ho cercato di affrontare vari temi, ma poi questi sono i progetti che sono andati in porto. Se vogliamo anche Sette anime, a un livello più alto, trattava una tematica familiare, aveva al centro una “maternità” nella figura di un personaggio che generava vita. E’ un tipo di materiale che mi colpisce, mi emoziona e mi genera l’urgenza di raccontarlo. Posso dire però, con una certa sicurezza, che questo sarà il mio ultimo film sul tema del rapporto padre/figlio.

Il finale era lo stesso fin dall’inizio?

Gabriele Muccino: No, all’inizio era diversissimo: ma non era solo quello, nella sceneggiatura c’erano varie cose che volevo cambiare. Nel copione iniziale, il film finiva in modo completamente diverso, ma sono stato io a volerlo così.

Come hai lavorato con Russell Crowe, e in particolare sulla sua corporeità?

Gabriele Muccino: Lui ha una fisicità che conosciamo fin dai tempi de Il Gladiatore. Ma lui è davvero il Gladiatore, lì non interpretava un ruolo: quello era proprio lui. Poi, di ruoli può farne molti, visto che è un grande attore, ma la sua fisicità è quella. Nella prima parte delle riprese, abbiamo girato la parte contemporanea, con Amanda; lui è arrivato dopo, stanco, visto che veniva da altri progetti: era esausto come lo si può essere alla fine delle riprese di un film. Ricordo che mi sono chiuso con lui per due giorni nella sua casa, gli ho fatto vedere su Youtube un paio di ore di filmati che ritraevano i sintomi delle convulsioni, e gli effetti di quel tipo di malattie. E’ un territorio ancora in gran parte sconosciuto alla scienza. Lui è padre, ed è un combattente come il suo personaggio: ma la sua fisicità, nel film, gli va contro. Il vero punto su cui lavorare era proprio quello delle convulsioni, è stato l’aspetto più arduo.

Quello della Seyfried, invece, è un vero ritratto di donna contemporanea. Come ci avete lavorato?

Gabriele Muccino: Quello era un ruolo pericoloso, ma anche molto inseguito da varie attrici. Quando ho incontrato Amanda, però, ho sentito subito che dietro quella sua attitudine fanciullesca c’era tutto un mondo, che era proprio quello che volevo esplorare. Era un ruolo pericoloso perché una figura di donna così, che i benpensanti forse definirebbero una troia, rischiava di far perdere pubblico; poteva non suscitare molta simpatia. La sfida era empatizzare col personaggio, riuscire a comprendere il suo travaglio, che era anche la pulsione di autodistruggersi. Ma quando sbagli e ne sei consapevole, come succede a lei, significa che hai già iniziato un percorso, e puoi risalire.

Nel film, c’è una frase che dice che gli uomini possono sopravvivere senza amore, ma le donne no. Lo pensi anche tu?

Gabriele Muccino: Io, personalmente, senza amore non saprei vivere: l’amore è ciò che muove il mondo. Credo però che le donne abbiano un istinto a cercarlo più spiccato degli uomini: io, per esempio, vedo mia figlia che a sei anni ha un atteggiamento quasi materno nei miei confronti, una cosa che non ho mai avvertito nei miei figli maschi. Le donne hanno un ruolo ancestrale che, fin dall’alba dei tempi, le portava a gestire la diplomazia e le relazioni del villaggio, mentre gli uomini andavano a procacciare cibo e a difendere la comunità dai nemici. Nell’ultimo secolo-secolo e mezzo, col diritto di voto e l’estensione del ruolo sociale della donna, in un battito di ciglia abbiamo invertito la storia dell’uomo; e diciamo che, in alcuni aspetti delle relazioni di coppia, ne abbiamo anche pagato le conseguenze.

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Marco Minniti

 
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