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CONFERENZA LA DOLCE ARTE DI ESISTERE

 
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In breve

L’invisibilità come metafora di una condizione sociale, espressione di un disagio che da psicologico si fa fisico, portando letteralmente alla sparizione della persona: è intorno a questo interessante spunto che il regista Pietro Reggiani costruisce il suo nuovo film, un’opera indipendente che mescola la commedia giovanile con il genere fantastico. Il tema dell’invisibilità, al cinema, ha una lunga storia; ma con questo La dolce arte di esistere, Reggiani ha la curiosa idea di farne un elemento “ordinario”, una malattia psicosomatica riconosciuta, che accomuna (per ragioni opposte) i due protagonisti Francesca Golia e Pierpaolo Spollon. Nel film, infatti, la giovane Roberta scompare quando non si sente considerata, mentre il suo coetaneo Massimo diventa invisibile quando, al contrario, sente su di sé un’attenzione eccessiva: dall’incrocio di questi speculari disagi si svilupperà una love story prevedibilmente travagliata.

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Posted 12 aprile 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Il regista ha presentato il suo film alla stampa stamane, a Roma,  “La dolce arte di esistere” in un’interessante incontro che ha visto la partecipazione di Francesca Golia e quella di Anita Kravos, presente nel cast nel ruolo della madre della giovane protagonista.

Nel film, l’invisibilità è una metafora della difficoltà di vivere. Come sei arrivato a questa idea? 

Pietro Reggiani: Mi pareva interessante il tema dell’invisibilità “per timore”, che è quella a cui forse mi viene più spontaneo pensare; poi però mi è venuta in mente anche l’esperienza contraria, che immagino altrettanto faticosa. È una metafora che apriva possibili spazi, raccontando dei sentimenti che sentivo di poter maneggiare. La particolarità è che l’invisibilità psicosomatica è una malattia sociale, non un caso eccezionale che faccia scalpore. Questa mi pareva un’idea interessante.

Quanto c’è voluto, in tutto, per la realizzazione del film?

Pietro Reggiani: Non poco. Nel 2007 dovevamo ancora finire di scrivere la sceneggiatura. La scrittura è durata circa un anno e mezzo, poi durante Venezia 2011 vidi un film russo fatto con pochissimi soldi, e allora mi dissi che dovevamo riuscire comunque a farlo, questo film, anche con un basso budget. Andare sotto alle otto settimane di riprese era impossibile, e alla fine infatti sono state nove; ciò ha comportato comunque costi importanti, perché si trattava, per tutta la troupe, di due mesi di lavoro continuativo. Siamo arrivati all’estate del 2012, poi in fase di montaggio sono iniziati i problemi: all’inizio pensavo di montare il film da solo, ma poi mi sono affidato a una montatrice professionista.

Perché la scelta della voce fuori campo?

Pietro Reggiani: Era già in sceneggiatura, e la ritenevo abbastanza importante. I due protagonisti hanno parti che prevedevano pochi dialoghi, ma quando ho scritto il film ero dentro i personaggi, sentivo che pian piano si aggiungevano sfumature.

 Il fatto che nel titolo non ci sia la parola “invisibile”, ha qualcosa a che fare con l’uscita quasi contemporanea de Il ragazzo invisibile di Salvatores?

Pietro Reggiani: No, non c’entra nulla, l’invisibilità nel titolo non c’è mai stata. Il film in realtà nasceva come “Non scomparire”, ma questo titolo non mi convinceva.

Francesca Golia, come ti sei rapportata al tuo personaggio?

Francesca Golia: È un personaggio un po’ diverso da tutti gli altri che ho interpretato, è reale ma al contempo surreale, nelle sue modalità. Mi sono letta tutto il testo e mi sono affidata molto a Pietro, che è un regista che dire minuzioso è un eufemismo. Io, come attrice, ho sempre voluto essere “telecomandata”, e qui sono davvero entrata nel suo mondo.

Anita Kravos, ci racconti la tua esperienza in questo film?

Anita Kravos: Non a caso, qui ho avuto il ruolo della “mamma determinata”: un ruolo piccolo ma incisivo. Con Pietro ci siamo conosciuti in Belgio, mentre presentavamo i rispettivi film; in seguito ho seguito con interesse la sua produzione. In questo film sono stata coinvolta per caso mentre ero a Roma, lui mi ha avvisato che stava facendo un film sulla falsariga del suo precedente corto Asino chi legge e che c’era un piccolo ruolo disponibile. Successivamente sono salita a Trento, e abbiamo girato le altre piccole parti.

E’ stato difficile supplire alle ristrettezze di budget?

Pietro Reggiani: L’aspetto delicato era quello della necessaria eliminazione di alcune parti: a me piaceva anche produrre il film, e quindi avere la possibilità di controllare le cose, in una sceneggiatura lunga, in cui ogni attore aveva le sue cose da togliere.

È più facile affidarsi a una produzione esterna, o scegliere la via dell’autoproduzione?

Pietro Reggiani: È soggettivo: alcuni vanno d’accordo nel rapporto con i produttori, altri no. Forse io farei più fatica a interagire con una persona che sapessi avere l’ultima parola, ma è un discorso personale. Oggi comunque è talmente difficile trovare i soldi per fare un film, che alla fine è meglio tirare su quattro soldi tra amici e parenti, piuttosto che iniziare una lunga trafila che a volte non porta a niente.

La storia del film, in sé, è molto “letteraria”. Qual è stato il rapporto tra parola e immagine?

Pietro Reggiani: È un rapporto che c’era fin dalla sceneggiatura, e le due cose coesistevano l’una come contraltare dell’altra. La cosa, poi, è diventata ancora più evidente nel montaggio. A me la parola piace molto, e mi piaceva mescolarla con l’immagine. Sul set c’è stata la ricerca di tutte quelle piccole espressioni che potevano corrispondere ad altrettanti stati d’animo; era una ricerca difficile, perché in gran parte si esprimeva su sentimenti estremi. Abbiamo lavorato per intere giornate, con ciak continui.

Francesca Golia: È stato un po’ frustrante, per me, parlare poco. Tutte le espressioni di cui il film si nutre erano raccontate in ogni dettaglio nella sceneggiatura: il mio lavoro era quello di ascoltare Pietro, e soprattutto pensare a tutto prima di iniziare le riprese. Lo scopo che mi ero prefissa era quello di evitare le “facce” imposte dall’esterno, che mi avrebbero resa una macchietta.

Tu sei figlio di Stefano Reggiani, che fu un grande critico cinematografico. Quanto ha influito tuo padre sulla tua formazione?

Pietro Reggiani: Molto fino ai miei 12 anni, quando vivevamo a Torino: poi lui si è trasferito, e nell’età della mia formazione ho visto pochi film con lui. In pratica sono stato ipernutrito da bimbo, e poi lasciato in adolescenza.

Come sei entrato nella psicologia di questi due personaggi?

Pietro Reggiani: In questi casi, vengono sempre in soccorso i propri problemi personali. Io sentivo i personaggi, è stata una cosa molto immediata. Ho tradotto le loro esperienze prima in espressioni e poi in parole: certe cose le sentivo a livello viscerale. Non è stato un film autobiografico, ma sicuramente con sentimenti conosciuti.

A tratti, l’uso della voce narrante e di personaggi particolari ricorda il film Il favoloso mondo di Amelie. È stata un’influenza conscia?

Pietro Reggiani: No, non c’ho pensato consciamente, ma nei personaggi probabilmente qualcosa di quel film c’è entrata. Comunque ho cercato di non scivolare nella maniera, ma di mantenere i personaggi in quello che era il loro concreto disagio. I riferimenti in realtà non erano molti.

Se doveste far sparire qualcosa che danneggia il nostro cinema, cosa scegliereste?

Pietro Reggiani: Direi la tendenza della televisione a finanziare solo i grossi film. Mi piacerebbe fosse data più attenzione ai film indipendenti.

Francesca Golia: Io farei sparire qualche collega, ma ora non è il caso di fare nomi!

Anita Kravos: Farei sparire questo timore, questa tendenza alla paura di investire su cose nuove.

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Marco Minniti

 
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