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CAROL

 
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Scheda
 

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Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4.5/ 5


User Rating
4 total ratings

 

Pro


Ode sofisticata, lirica, emotivamente potente, a tutto un filone cinematografico. Straordinarie le due interpreti.

Contro


Non ci sono reali difetti. La concezione del melò diretta, senza filtri, che il film esprime, potrebbe lasciare perplessa una parte di pubblico.


In breve

New York, 1952. Therese Bolivet, commessa in un grande magazzino, conosce casualmente Carol, donna sofisticata e affascinante, che si è appena fermata nel suo negozio per gli acquisti di Natale. Carol, forse incidentalmente, forse no, dimentica un guanto nel negozio; quando Therese glielo fa recapitare a casa, la donna la invita a pranzo per sdebitarsi. Lentamente, quasi inconsapevolmente, le due iniziano a frequentarsi e a provare piacere dalla compagnia reciproca. Therese, che ha l’hobby della fotografia, è fidanzata con un giovane soffocante ed ingenuo, ha uno spasimante che ne loda le doti di fotografa, e nessuna certezza sulla direzione che vuole dare alla sua vita; Carol sta divorziando da suo marito, che vorrebbe trattenerla a sé, e non vuole per nessun motivo separarsi da sua figlia Rindy. Mentre l’incertezza domina sempre più le rispettive vite, la loro amicizia si evolve trasformandosi in qualcosa di più profondo. Col Natale alle porte, le due partiranno per un viaggio che suggellerà un rapporto che sfida barriere e convenzioni…

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Posted 27 dicembre 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Se c’è un regista, nella Hollywood odierna, che sa maneggiare le atmosfere, l’estetica, i colori e le suggestioni del melò classico, quello è sicuramente Todd Haynes. Figlio cinematografico di Douglas Sirk, ossessionato da quegli anni ’50 la cui patina perbenista iniziava a celare (a fatica) le inquietudini di una società in trasformazione, Haynes dirige con Carol una nuova, sofisticata ode al genere. Ode che è insieme tributo appassionato e rielaborazione, celebrazione e orgogliosa rivendicazione di cittadinanza del filone nel cinema del ventunesimo secolo: a partire dalla scelta di due interpreti (le straordinarie Cate Blanchett e Rooney Mara) che con la loro corporeità e alchimia destabilizzano le rappresentazioni plastificate, asfittiche, di tanto melodramma odierno. Carol, quanto e più del precedente Lontano dal paradiso, è un’opera che aderisce ai codici del genere con ingenua e spudorata fedeltà, che fa del racconto di un amore impossibile la descrizione puntuale di un’epoca, di un approccio alla realtà, di una società e dei germi della sua trasformazione. Lo fa con una classicità che coglie quasi impreparati, colpendo in modo diretto i sensi e l’emotività dello spettatore; in una rappresentazione viva e pulsante, per quanto visivamente ricercatissima, che coinvolge tanto le due protagoniste quanto lo sfondo nel quale si muovono.

Trailer:

PRO

Fremente e ribollente come il mondo che rappresenta, espressione diretta e senza mediazioni di un pathos narrativo a cui siamo ormai disabituati, Carol è insieme ode e stigmatizzazione di un mondo, di una società, di un modo di fare cinema. I fifties a cui Haynes si rifà sono un coacervo di contraddizioni, di verità risapute eppure taciute, di parole che spaventano e non frenano, di barriere socioculturali che resistono malgrado tutto, ancora capaci di ferire: tutte riflesse sul volto segnato eppure affamato di Cate Blanchett (per quella che è forse l’interpretazione di una vita) e su quello fremente e perennemente inquieto di Rooney Mara. Il loro rapporto impossibile, persino indicibile in una società pateticamente legata alle apparenze (la parola “omosessualità” non è mai pronunciata) è messo in scena su un tappeto visivo che irretisce, avvolge, provoca in modo persistente i sensi. Tutto, nel film di Haynes, parla del carattere provocatorio, ma anche della pienezza vitale, del percorso delle due donne: nei primi piani insistiti, nei regali scambiati timidamente, nelle parole superflue e ridotte a sottofondo di sguardi, in un simbolico viaggio verso una nowhereland che diviene meta indispensabile. Con una classicità che abbraccia incondizionatamente gli archetipi, e una ricercatezza visiva innervata dalla materia pulsante, indomita e priva di filtri, di un melò che fa rivivere un’epoca e le sue vite.

CONTRO

Difficile trovare difetti, in un’opera tanto potente e consapevole come quella di Haynes. Viene solo da pensare che lo spettatore abituato a una concezione algida, depotenziata e consolatoria del genere (quella di innocui period drama come il recente Brooklyn, ad esempio) possa restare spiazzato, forse persino infastidito, dal lucido patetismo del film. A un certo tipo di classicità, insomma, siamo ormai (un po’ tutti) disabituati: ma possiamo forse farne una colpa a quei cineasti che, come Todd Haynes, continuano coerentemente a tenerla in vita?

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Marco Minniti

 
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